
Giulio Crivellari (1607-1660) apparteneva ad una famiglia di editori e tipografi padovani del '600, documentati anche ad Este, a Bassano e a Vicenza.
Il capostipite fu Gasparo († 1631?), tipografo ed editore con abitazione, bottega e stamperia in contrada "alla Beccaria" (all'inizio dell'attuale via Cesare Battisti), che rimase sede dell'azienda per tutto il periodo di attività dei Crivellari.
La tipografia fu gestita da Gasparo dal 1612 al 1630 e dal figlio Giulio dal 1631 al 1660 - il momento dell'avvicendamento coincise con il periodo in cui infuriò la peste in città e Gasparo trovò la morte.

Dopo l'epidemia Giulio rifornì di nuovi attrezzi la stamperia (1632), acquistandoli dalla vedova di Giovanni Battista Martini, tipografo di Padova, anch'egli morto di peste.
Nei primi anni di attività l'officina fu messa a disposizione di diversi editori-librai, come Pietro Bertelli, Orlando Zara, Francesco Bolzetta, Francesco Di Leno, Nicolò Albanese, ma in breve il nome della ditta passò dal colophon, spazio destinato a contenere l'indirizzo del tipografo, al frontespizio a indicare l'assunzione del ruolo di finanziatore dei Crivellari.
Dal 1612 al 1627 il conduttore della tipografia (Gasparo) era "stampatore dell'Università de' Signori Artisti" e dal 1628 divenne "stampatore camerale". Attività e titolo furono ereditati dal figlio Giulio, che non si discostò dalle scelte aziendali del padre, ma fu soprattutto quest'ultimo a pubblicare fuori Padova in collaborazione con altri tipografi o editori.

Le edizioni curate dai Crivellari si riconoscono anche per la presenza sui frontespizi della marca del "Setaccio" con il motto: Ut meliora secernam - in riferimento allo strumento utilizzato per separare, e trattenere, le cose migliori.


La loro produzione conta quasi 250 titoli, tra opere di letterati, spesso membri di accademie, di medici, filosofi e di giuristi, in gran parte docenti dello Studio patavino; oltre a pubblicazioni ufficiali e d'occasione. Diverse opere letterarie uscirono arricchite con un frontespizio calcografico; rare sono, invece, le edizioni dotate di frontespizi stampati in rosso e nero. Frequenti sono le edizioni dei Crivellari con il testo racchiuso entro una cornice tipografica e le opere scientifiche illustrate, a testimonianza di una grande attenzione alla qualità e all’estetica dell’oggetto libro.
Una curiosità: nella cassa dei caratteri i capilettera appartenevano a più serie, e tra queste erano presenti anche alcune lettere parlanti abitate da figure di uccelli.
Nella loro bottega, oltre a libri, si potevano acquistare poi immagini popolari xilografiche e calcografiche (immagini sacre, "santi", "historie" e altre figure), parte delle quali, con ogni probabilità, opera degli stessi Crivellari.

L'abilità nella tecnica incisoria di Gasparo, per esempio, si può vedere nelle pagine sottoscritte del bel volumetto intitolato Nova scielta di varii fiori di mostre da ago opera utilissima (1612), destinato «alle giovani vituose» che si dilettavano nell'arte del ricamo, decorato e illustrato con immagini e testo per il libraio-editore Francesco Bolzetta - che aveva la sua bottega sotto i portici della nuova facciata del Bo, il palazzo sede dell'università, costruita nel 1599. Per lo stesso Bolzetta, Gasparo stampò la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso (1616) con il commento del discusso professore Paolo Beni (m. 1625).

Al dicembre del 1660 risale la morte di Giulio e il fallito tentativo del figlio Francesco e fratelli di proseguire l'attività di famiglia di stampatori camerali: la loro supplica indirizzata al Doge fu battuta sul tempo da quella di Giovanni Pietro Pinelli, che ottenne dall'autorità veneziana di subentrare ai Crivelli nell'incarico pubblico.
Francesco e i fratelli cercarono ugualmente di portare avanti l'attività, ma esclusi di fatto dalle commesse pubbliche, dopo meno di un decennio furono costretti a chiudere.
Quella dei Crivellari fu una ditta di discreto successo, dovuto senza dubbio anche all'inserimento nei programmi editoriali di alcuni autori prolifici e notori.
La fortuna dei Crivellari ebbe, infatti, inizio con il 1616, quando dall'officina cominciarono ad uscire le opere del medico e filosofo Fortunio Liceti (1577-1657), docente dell’Università di Padova. A conferma del fatto che da strette collaborazioni tra editore e autore ne traevano prestigio entrambi gli attori, in primis l'editore, come nel presente caso, che vide gli stampatori dell'Università de' Signori
Artisti poi camerali Gasparo e Giulio Crivellari cooperare con il professore di Rapallo (ma che si definiva Genuensis), per oltre un quarantennio e pubblicare circa 15 importanti lavori, prima che Liceti si affidasse quasi esclusivamente alla professionalità dell'udinese Nicolò Schiratti, con cui impresse ben 23 edizioni nel periodo tra il 1635 e il 1655 - anche durante la parentesi di insegnamento a Bologna (1637-1645).
E in questa prospettiva forse andrebbe letta anche l'operazione editoriale condotta da Pietro Paolo Tozzi e Pompeo Caimo: un principio di collaborazione interrotta sul nascere per la morte di uno dei due protagonisti, l'editore-tipografo (vai).
I Crivellari erano ben noti ai Caimo, non solo perchè avevano una importante tipografia con la bottega affianco al palazzo dell'università, ma per avervi avuto a che fare anche personalmente. Già nel 1627 per i tipi di Gasparo Crivellari, "stampator camerale, e della magnifica Communità" di Padova uscirono il Panegirico di Giacomo Caimo udinese per l'illustriss. & eccellentiss. S. Girolamo Lando cavagliere podestà di Padova nel fine del reggimento, composto in realtà da Pompeo Caimo, e le contestuali Canzoni per l'illustrissimo, & eccellentissimo sig. Girolamo Lando cavaliere podestà di Padova nel fine del suo reggimento, opuscoletti che rientravano nella tipologia delle pubblicazioni d'occasione, nello specifico stampati celebrativi per l'ingresso o la partenza a fine mandato dei rettori della città, e per questo spettanti di norma al tipografo comunale, come le pubblicazioni ufficiali.
Giulio Crivellari accettò l'incarico di stampare il Dialogo delle tre vite preparato dal nipote di Pompeo Caimo, mentre nella sua officina stavano passando sotto i torchi i fascicoli de Le ali di Simmia di Rodi curate da Liceti (Ad alas amoris divini a Simmia Rhodio compactas) e quelli del De lucidis in sublimi ingenuarum exercitationum liber dello stesso - che però uscì a gennaio 1641.
E ancora, in quello stesso 1640 Crivellari faceva uscire, tra altro, parte dell'Epistolario di Giuseppe Laurenzi (Epistolarum centuria I, editio II), il Novo dittionario hebraico et italiano del rabbino Leone da Modena, la Breve e facil introduzzione alla geografia, e trigonometria di Emanuele Porto e l'Introductio in Philosophiam moralem Aristotelis di Flavio Querenghi.
Giacomo Caimo, da parte sua, sempre in quell'anno, faceva stampare al tipografo padovano il programma del suo corso su due carte in folio (Rubricam, & legem primam ff. si cert. pet. Caimus explicabit hoc ordine), come era uso presso i docenti dell'ateneo: sempre ai Crivellari si rivolse a partire dal 1623 per i suoi programmi (Synopsis rerum tractandarum...) il professore Carbonchio Carbonchi, che fra il 1638 e il 1650 occupò l'ambita cattedra di diritto civile “in primo luogo”, a cui successe proprio Giacomo, finalmente giunto al culmine della sua carriera universitaria.
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