

Dopo 21 anni al servizio del cardinal Montalto Pompeo Caimo tornò brevemente in Friuli per riabbracciare il fratello Eusebio e gli amici. Prima della partenza attese però da Urbano VIII il breve con il quale gli veniva conferito il titolo di cavaliere aurato o conte palatino a riconoscenza della fedeltà e dei servizi resi alla corte papale (i cavalieri del papa ricevevano le insegne formate da un collare con croce, il cinturone di tessuto dorato, la spada con elsa dorata e gli speroni d’oro).
Nel settembre 1624 Caimo cominciò a spedire le prime casse con le sue cose da Roma verso Venezia. Partì alla volta di Udine intorno alla fine di ottobre 1624, ma in Friuli si trattenne solo poche settimane e già all'inizio dicembre fece il suo ingresso a Padova come docente della prima cattedra di medicina teorica in sostituzione del medico istriano Santorio Santorio (1561-1636).
Le ragioni dell’avvicendamento tra Santorio e Caimo vanno cercate nei dissidi sorti tra la Repubblica di Venezia e la Sede Apostolica sulla professione di fede (professio fidei tridentina): la bolla di Pio IV del 1564 prevedeva che tutti gli studenti fossero tenuti prima della laurea a pronunciare un solenne giuramento di fede cattolica. Nel 1616 la Repubblica di Venezia, seguendo un suggerimento di Paolo Sarpi (1552-1623), aveva cercato di eludere quest’obbligo affidando a un membro scelto tra il collegio degli artisti, con il titolo di presidente, il compito di conferire il grado di dottore, mentre la professio fidei, fatto esclusivamente religioso, doveva essere resa davanti all’autorità ecclesiastica, distinguendo così le due competenze e favorendo in questo modo soprattutto gli studenti di area tedesca che spesso professavano un credo non cattolico. E il primo presidente del collegio degli artisti fu proprio Santorio Santorio, amico di Paolo Sarpi e del riformatore dello Studio Nicolò Contarini.
La situazione mutò nel giugno 1624, un anno dopo la scomparsa di Sarpi, quando i Riformatori papalini Antonio Barbaro (1565-1630) e Giovanni Corner (1551-1629) proposero per la successione di Santorio Pompeo Caimo, il cui nome era stato segnalato anche dall’ambasciatore veneziano presso la Santa Sede Pietro Contarini (1578-1632). Grazie anche all’astensione del terzo Riformatore, Nicolò Contarini (1553-1631), il medico friulano ottenne la condotta all'unimanità (91 voti favorevoli e nessun voto contrario o "non sincero"; si veda ASVe, Riformatori dello Studio di Padova, Reg. 1, carta 373), e con il ragguardevole stipendio di 750 fiorini l’anno. L’eco del passaggio di Caimo a Padova giunse anche a Roma e il medico personale di Federico Cesi, Johann Baptist Winther, così scriveva al connazionale Johann Faber per lunghi anni collega e amico di Caimo alla Sapienza:
«Che il Sant[ori]o vada a Bologna, mi stupisco, havendo havuto in quel studio 1200 fiorini di stipendio. Ma il Caimo fa bene che ci vada, et vorrei che facessero tutti il medesimo, se con loro profitto fosse, et lasciassero la Sapienza vuota, non meritando essa huomini di valore per il puoco stipendio che gli dà» (BLC, Fondo Faber, 413, carta 4v; Carteggio Linceo, vol. 2.2, n. 769, pp. 930-931).
Caimo iniziò l’insegnamento sulla cattedra medica più importante dell’Università patavina il primo dicembre 1624, consolidando i già ottimi rapporti con i Riformatori dello Studio in particolare con Girolamo Lando (1590-1656) podestà di Padova nel 1626 e poi savio del Consiglio dei X; Domenico Molin (1572-1635), senatore della Serenissima, fine letterato e abile politico, esponente del partito anticuriale e sodale di Sarpi; Girolamo Soranzo (1569-1635), procuratore di San Marco dal 1623; Antonio Barbaro (1565-1630), procuratore de supra nel 1620, provveditore generale nel 1624-1625.
Per cercare di favorire anche la futura carriera del nipote Giacomo, ospite in casa sua e studente di diritto, Pompeo Caimo nel 1627, in occasione del congedo di Girolamo Lando dalla carica di capitano di Padova, fece uscire sotto il nome del nipote alcune brevi composizioni dedicate al politico veneziano: Panegirico di Giacomo Caimo udinese per l’illustriss. & eccellentiss. s. Girolamo Lando Cavagliere podestà di Padova nel fine del reggimento; Canzoni per l’illustrissimo & eccellentissimo sig. Girolamo Lando cavaliere podestà di Padova nel fine del suo reggimento (stampate a Padova da Gaspare Crivellari). Come chiarisce lo stesso medico udinese in una lettera al fratello Eusebio, l’autore del panegirico e delle ottave era lui stesso, mentre completamente di mano di Giacomo era una delle due canzoni che completano il volumetto (l’altra canzone era invece firmata dall’udinese Enrico Treo): «Ho voluto mandar fuori ogni cosa sotto il suo nome [di Giacomo] per convenevol riguardo. Il panegirico è cosa fatta da me currenti calamo in tre o quattro giorni e mandato fuori senza rileggerlo per la strettezza del tempo e tuttavia il commune l’abbraccia come cosa buona e molto migliore di ogni altra in questo proposito composta» (Epistolario Caimo, 400). Pompeo rivelava anche le sue tre fonti d’ispirazione: il Panegyricus di Isocrate, la Traianii laudatio di Plinio il Giovane e il Discorso sopra l’eloquenza e l’artificio delle prediche di Cornelio Musso.
Il 22 ottobre 1625 i Riformatori dello Studio offrirono a Caimo anche un incarico temporaneo (per modum provisionis) di lettore di anatomia con un compenso di 200 ducati: nell’aprile precedente era, infatti, mancato improvvisamente il professore Adriano Spigelio (Adriaan van der Spieghel 1578-1625), successore su quella cattedra del grande anatomista Girolamo Fabrici d’Acquapendente (1633-1619). Secondo gli accordi, Caimo doveva tenere 25 lezioni di anatomia coadiuvato da «un anatomico, che debba far l’incisione e l’ostensione: hanno dato questa carica a me solo di legger, dovendo un altro tagliare». Un incarico importante di cui il medico friulano comprendeva bene la delicatezza e l’importanza e che accettò lusingato dalla proposta «insino che si troverà un qualche anatomico insigne, senza il quale non può ben stare lo studio, tuttavolta questo è negocio di buona riputatione, veggendomi preposto a tutti gli altri lettori e di utile non sprezzabile» (Epistolario Caimo, 373).
Le lezioni cominciarono il 20 gennaio 1626, mentre il 5 gennaio era stato affidato l’incarico provvisorio di «leggiere la chirurgia e di fare le incisioni nell’annotomia» al dottor Girolamo Sabbioni di Monselice con uno stipendio 150 fiorini. Il ritorno al vecchio metodo di insegnamento della materia, in cui un professore di medicina teorica (Caimo) spiegava il testo anatomico mentre il lettore di chirurgia (Sabbioni) incideva e disseccava il cadavere, provocarono le critiche e talvolta il dissenso di una parte degli studenti soprattutto di quelli appartenenti alla Natio Germanica, inducendo alcuni ad abbandonare lo Studio padovano (Ongaro 2000, pp. 88-94). Tra le voci critiche ci rimangono soprattutto i giudizi registrati negli Acta nationis Germanicae artistarum (Acta nationis 1967, pp. 211-218, 224, 242-244, 251-256, 265, 266, 280, 285, 286, 293) e in alcune lettere degli studenti, come quella del danese Johannes Andreas (Ongaro 2000, pp. 91-92), ma anche quelli di Werner Rolfinck (1599-1673) nelle sue Dissertationes anatomicae del 1656 - l'autore è il medico amburghese che inizialmente sembrava destinato a succedere a Spigelio. Tra queste testimonianze particolarmente dura risulta una lettera di Johannes Thuilius (1590-1630), indirizzata a Johann Faber, scritta il 30 gennaio 1626 poco dopo l’avvio delle lezioni anatomiche di Pompeo Caimo. Thuillius (Thuille), allora studente tirolese, futuro medico e professore di oratoria dell'ateneo patavino, così scriveva del nuovo docente di anatomia:

«Questo Pompeo (sebbene non "magno" di corpo, tuttavia magnifico con le parole) ha trovato [nello Studio di Padova] la sua Pharsalia. Entrato nel teatro anatomico, consuma tutto il tempo in questioni e dissertazioni pubbliche, provocando noia e nausea nel pubblico lì accorso per guardare e non per ascoltare. In questo modo ha trasformato il Teatro, che deriva il suo nome dall’atto di vedere, in un Auditorium. Pochi giorni fa, mentre Caimo teneva varie dissertazioni sui muscoli addominali, uno del pubblico ha esclamato a gran voce: ‘Beati coloro che non hanno visto e creduto’. Egli si affida completamente al testo di Arcangelo Piccolomini, che, però, non viene raccomandato da nessuno degli anatomisti che mi è capitato di leggere o ascoltare. E che io muoia (vedete fino a che punto si spinge il mio audace giudizio, su una questione a me non del tutto estranea) se Caimo presenta parti preparate anche da altri, di cui poi ne parla da oratore piuttosto che da scienziato o anatomista: questo suo pessimo modo di fare è stato ben compreso non solo da me, ma anche da altri, dai quali io vorrei essere apprezzato.
Ma c’è una cosa che mi infastidisce più di tutto perché tocca da vicino il mio ambito: in quel profluvio di parole e sinonimi la prosodia ne risulta talmente straziata, che è incredibile quanto quei suoi discorsi feriscano le mie orecchie. Tanto che di recente non sono riuscito a contenere la mia straripante vena poetica e a cospargere di sale estemporaneo quell’insipida prosodia; e con questo distico ho saziato le orecchie di un amico:
La dottrina del piccolo Pompeo non convince;
è esile nei dettagli e d'ingegno sottile.
Insomma: Caimo non è gradito a queste orecchie raffinate e istruite, o dovrei dire a questi occhi di linceo. Forse mi sono dilungato più del dovuto, ma sarà un piacere ascoltare i vostri giudizi di romani su quest’uomo che avete visto e ascoltato spesso». (BLC, Fondo Faber, 417, carte 477r-477v; Carteggio Linceo, vol. 3, n. 893, pp. 1091-1092).
Faber rispose solo il 7 ottobre lodando l'uscita del volume Institutiones anatomicas del corrispondente tirolese (di cui attualmente non è noto alcun esemplare), mentre sulle critiche a Pompeo Caimo si limitò a riferire di aver sentito che a Padova molti studenti di anatomia stavano abbandonando l'università nonostante il medico friulano cercasse di ravvivare la materia «con l'impegno e le sue magnifiche parole» (BLC, Fondo Faber, 417, carta 582r; Carteggio Linceo, vol. 3, n. 934, p. 1135).
Roventi furono le polemiche di Pompeo Caimo con Cesare Cremonini (1550-1631), docente di filosofia naturale a Padova per oltre cinquant'anni e protettore della Natio Germanica dal 1593. Le divergenze di opinioni e i contrasti personali tra il galenista Caimo e l'aristotelico Cremonini si esacerbarono probabilmente con i favori concessi a Caimo dai Riformatori dello Studio: il 28 marzo 1626 Caimo venne nominato presidente del Collegio del Bo (Collegio Veneto) per un triennio, imponendo così la sua presenza nei dottorati anche della Natio Germanica che difendeva il suo privilegio concesso agli studenti di libera scelta dei promotori. Caimo sostituiva Giovanni Colle (1558-1531), professore di medicina pratica che ricopriva quel ruolo dal marzo 1624. Cremonini ambiva a succedere a Colle, suo amico personale, ma con suo disappunto gli fu preferito Caimo e il filosofo di Cento dovette attendere fino all’aprile del 1629 per poter ottenere quell’incarico.
Una versione di questi avvenimenti ci viene descritta dalla penna dello stesso Pompeo Caimo in una lettera inviata al fratello Eusebio in data 31 marzo 1626. In essa Pompeo racconta con orgoglio il suo ennesimo successo, non nascondendo anche il piacere di aver inferto un duro colpo ai suoi due nemici Giovanni Colle e Cesare Cremonini, responsabili a sua avviso di avergli aizzato contro gli studenti della Natio Germanica:
«Rilevante honore [ho] ricevuto dagli eccellentissimi signori riformatori in nome dell’eccelso Senato, cioè di essere stato creato presidente per tre anni del collegio, che qui in Padova dottora con auttorità veneta, con auttorità di fare o rifiutare quelli che vogliono essere dottori secondo li merti o demerti, con haver il sigillo io solo e rappresentare io solo la persona del serenissimo prencipe, venendoci quattro o cinque altri dottori come votanti semplici e non sempre li medesmi, ma hora uno, hora l’altro. Il carico è nobilissimo e non posso ricevere in Padova cosa maggiore né più conspicua, ma tanto più stimo il successo, che li padroni mi hanno voluto honorare con mortificatione notabilissima de’ miei emuli, anzi nemici, c’havevano sollevato la nation tedesca contra di me sotto falsi pretesti e fatta passare a Venetia e questi erano il Cremonino e ’l Colle, che non potevano sopportare gli encomii già datimi da’ signori riformatori nella lettera che già inviai a V.S. reverendissima. La qual mossa vana de’ tedeschi ha fatto che li padroni con accorto risolvimento hanno deposto il Colle, huomo vecchio e primario prattico della sera, dal presidentato e vi hanno successivamente posto me fuor di tempo, sendo che a lui mancava un anno a finire il suo triennio, onde viene a ricevere onta notabile e ’l Cremonino ancora suo sviscerato e che pretendeva egli di succedere. Tutta Padova è rimasta stordita di tal caso e l’eccellentissimo Ottelio dice che in quaranta anni di dimora in Padova non ha veduto incontrare a lettori cosa più riguardevole e tutti aspirano a favor mio e mi mettono alle stelle per havere liberato lo studio da una brutta tirannide e rimessa e sollevata la parte dei buoni e dei migliori lettori, li quali tutti sono meco uniti non solo degli artisti, ma dei legisti ancora. Di modo ch’io faccio con prove chiare conoscere essere li miei portamenti amabili e non ruvidi e zotici, come altri malignando poteva dire. Hieri gli eccellentissimi signori podestà e capitanio mi posero in possesso e fra tre giorni ridurrò collegio per far tre dottori fiaminghi» (Epistolario Caimo, 380).
Ma lo scontro divampò su una questione legata alla fisiologia del corpo umano vale a dire sulla nozione di calore innato e la primazia del cuore sugli altri organi corporei, un argomento che divideva galenici e aristotelici (Ongaro 2000, pp. 87-110; Trabucco 2001, pp. 927-929). E sul calido innato i due professori si sfidarono anche attraverso la pubblicazione di alcuni volumi pubblicati tra il 1626 e il 1627.

Durante questo periodo Caimo godette però anche del sostegno e della stima di alcuni colleghi e non solo padovani. Il medico Giovanni Girolamo Bronziero (1577-1630), ad esempio si schierò dalla parte del medico friulano sulla questione del calore innato e nel 1626 gli dedicò anche un suo studio sulla dissezione di una lampreda, Dubitatio de principatu iecoris ex anatome lampetrae (Padova, Tipografi camerali [Giovanni Battista Martini e Livio Pasquati]). Nel 1628 gli venne invece dedicato un importante volume di Giulio Cesare Claudini (1550/53-1618), professore di medicina pratica all’Università di Bologna. Nel De ingressu ad infirmos (Padova, P.P. Tozzi, 1628), infatti, il nome di Caimo appare sul frontespizio calcografico e soprattutto nella dedica che precede il testo, nella quale in scrittura capitale viene riassunta la carriera del medico friulano a Roma e a Padova e vengono lodate le sue eccellenti qualità.
A Padova oltre al nipote Giacomo e altri parenti, Caimo ospitò, tra gli altri, anche due figli di Giovanni Gorgo e Floria Florio e il figlio di Ortensio Deciani, Gianfrancesco (1613-1659) futuro giureconsulto. Fu proprio quest’ultimo che verrà incaricato alla morte del medico friulano di comporre l’orazione funebre in suo onore. Per questa sua ospitalità Pompeo ricevette diversi doni anche in natura, come formaggi e prosciutti, ma anche quadri. Nella sua abitazione padovana, oltre a raccogliere «una libreria non ordinaria», a partire almeno dal 1627 aveva cominciato ad allestire una «gallerietta», una piccola quadreria via via arricchita anche attraverso doni: «Mi sono in particolare stati carissimi li bei quadretti, che riporrò con gli altri per adornare una gallerietta, che s’ella si compiacerà di trasferirsi alla buona stagione a Padova, come la prego con ogni istanza, ne riceverà particolar gusto» (Epistolario Caimo, 402).
Con queste parole Pompeo ringraziava Eusebio Caimo per il dono di alcuni dipinti. E qualche anno più tardi, nel 1629, sempre dal fratello riceveva un ritratto di Petrarca e Laura «di man forse di Titiano» e un ritratto del’imperatore Carlo V «giudicato da alcuni guercio e quasi cieco per iscorciatura di pupille, ma altri dice non esser ciò vero quando sia riposto in certa lontananza e credo anch’io il medesmo» (Epistolario Caimo, 434). 
E tra gli artisti che trovarono posto in questa raccolta ci furono sicuramente alcune opere del pittore Secante Secanti (1571-164?), uno dei più prolifici pittori udinesi del tempo, che intratteneva da anni rapporti con la famiglia Caimo e che aveva donato in passato a Eusebio un dipinto raffigurante il mito di Diana e Atteone eseguito insieme a Innocenzo Brugno.
Anche a Padova e nella vicina Venezia Caimo continuò ad esercitare la professione medica, ma come in precedenza a Roma i suoi consulti vennero riservati a personalità di particolare rilievo, come ad esempio il fratello del Riformatore dello Studio Giacomo Soranzo, il figlio di Girolamo Savorgnan del Monte (1581-1631) e anche il patriarca di Aquileia. Dalla lettera di fine mandato scritta il 28 agosto 1629 dal capitano di Padova Marco Priuli al Senato veneziano sappiamo che il patriarca Agostino Gradenigo (1570-1629) si trovava in città già da molti mesi e che negli ultimi giorni era stato colpito da una febbre doppia terzana: «al mio partire - proseguiva Priuli - per quanto me ne disse la stessa matina l’Eccellentissimo signor Caimo, seben la febre non sia di mala qualità, tuttavia rispetto all’ettà, alla debolezza et al timore in che si trova questo signore, non si può star senza qualche dubio» (Relazioni 1975, p. 246). Agostino morirà un mese più tardi nella notte tra il 25 e il 26 settembre e al suo posto venne eletto Marco Gradenigo, che allora si trovava a Candia come duca della Serenissima (Gaddi 2001, pp. 211-219).
A partire dal 1629 le preoccupazioni per le notizie sulla diffusione della peste in Friuli spinsero Pompeo a sollecitare il fratello Eusebio a raggiungerlo a Padova e a suggerirgli alcune basilari regole di comportamento per cercare di evitare il contagio: mantenere l’animo allegro, mangiare moderatamente del buon cibo, fare esercizio fisico quotidiano. Gli inviò inoltre ricette e ingredienti per fabbricare «palle odorifere preservative dalla peste», come venivano indicate anche nei trattati di medicina dell'epoca, e costituite da olii profumati impastati a cera o ad argilla.
La situazione a Udine è così seria che i deputati della città gli chiedono un consulto per cercare di fermare i contagi e non solo, lo invitano anche a tornare in patria per fornire alla città il suo aiuto come medico. Il parere venne inviato, ma la seconda richiesta non fu neppure presa in considerazione: «Quanto al mio venir costà [a Udine] come chiamato dal publico per medicare, non le dirò altro, se non che non è il bianco tanto lontano dal nero, quanto il mio animo da simili risolvimenti, tanto porto abborrimento dal perdere la mia bella libertà... ch’io non intendo di andare in alcuna parte, ove la morte faccia gran prede, contra la quale conviene a tutto podere schermirci» (Epistolario Caimo, 430); e ancora «Quanto al mio lasciarmi persuadere di venir costà con obligho di medicare... S’io non perdo il cervello, non applicherò mai l’animo a così bassi pensieri» (Epistolario Caimo, 431).
Nel settembre 1630, la grande epidemia di peste giunse anche a Padova e i rettori della città avevano chiesto a tutti i medici di impegnarsi per cercare di contenere per quanto possibile la diffusione del morbo. Durante quella lotta morirono, tra i tanti, anche numerosi conoscenti di Caimo come Giovanni Colle, Giacomo Sabbioni (il suo secondo nel corso di anatomia) e Jean Prévost (1585-1631) primario di medicina pratica. Il medico friulano, invece, nel maggio del 1631, senza avere il permesso delle autorità padovane fuggì definitivamente dalla città per cercare riparo in Friuli.
La galleria qui sopra espone:
Il Panegirico, la Canzone e le ottave dedicate da Giacomo Caimo al nobile veneziano Girolamo Lando al termine del suo mandato come podestà di Padova (Padova, Gasparo Crivellari, 1627). Il volumetto è dedicato ad Agostino Nani nipote dello stesso Lando. Sia il panegirico sia le ottave furono però scritte dallo zio Pompeo Caimo che le fece uscire a nome del nipote con l'intento di favorire la carriera di quest'ultimo.
Il frontespizio e due pagine delle Anatomicae praelectiones del medico ferrarese Arcangelo Piccolomini (Roma, Bartolomeo Bonfadino, 1586), uno dei testi utilizzati da Pompeo Caimo durante le sue lezioni di anatomia. L'esemplare reca sul frontespizio la nota di possesso dello stesso Pompeo (BUPd 83.a.52).
Due ritratti di Petrarca e Laura, entrambi databili alla prima metà del XVII secolo e conservati presso il Museo petrarchesco piccolomineo di Trieste. Nel primo «su sfondo scuro si stagliano rigogliosi arbusti d'alloro, tra i quali spicca un foglietto di carta dove forse un tempo era visibile una scritta, che fanno da quinta ai due ritratti di Petrarca e Laura, entrambi chiaramente ispirati alle effigi miniate del codice laurenziano, delle quali riflettono la posa e la tipologia fisionomica e sotto il profilo stilistico e formale il dipinto riecheggia un fare pittorico anteriore al Seicento, e non è da escludere che esso copi un quadro risalente presumibilmente al '500» (Sirugo 2005, p. 191). Il secondo dipinto «copia con leggere varianti un Doppio ritratto di Petrarca e Laura dell'Ashmolean Museum di Oxford, eseguito da un artista veneziano dei primi decenni del '500, che rispecchia la tipologia fisionomica, la posa e la foggia dell'abbigliamento, con l'aggiunta del ramo d'alloro in mano a Laura, delle note immagini miniate del codice quattrocentesco XLI 1 della Biblioteca Laurenziana» (Sirugo 2005, p. 192). Pompeo Caimo durante il periodo padovano aveva allestito in casa sua una piccola galleria di dipinti, tra i quali era presente anche un doppio ritratto di Petrarca e Laura.
Un dipinto di Secante Secanti intitolato La celebrazione dei Basadonna (Udine, Civici Musei - Galleria di Arte Antica, inv. 98; fotografia di Igor Londero) commissionata nel 1618 dal luogotenente veneto Giovanni Basadonna per glorificare il buon governo dei Basadonna. Alcune opere di questo artista erano sicuramente possedute da Pompeo Caimo e dai suoi familiari.
Il frontespizio della Dubitatio de principatu iecoris ex anatome lampetrae di Giovanni Girolamo Bronziero, [Padova, Tipografia Camerale, 1626] (BUPd 91.a.108) dedicata a Pompeo Caimo. Nel volumetto viene discussa la dissezione eseguita su un esemplare di lampreda. Qui si propone un incisione di una lampreda tratta da un'opera del naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605).
Frontespizio calcografico dell'opera di Giulio Cesare Claudini, De ingressu ad infirmos. Libri duo (Venezia, Pasquardi & Tozzi, 1628) dedicata a Pompeo Caimo (BUPd 92.a.85). In testa al frontespizio troviamo anche lo stemma della famiglia Caimo: uno scudo azzurro con fascia argento sormontato dall'elmo con cimiero un levriero con collarino che svetta da una corona.
Dipinto di Giorgio Fossati Corsa dei fantini in Prato della Valle (Musei Civici di Padova, inv. n. 2877). «L'opera è un prezioso documento dal punto di vista storico, perché dipinta pochi anni prima della trasformazione del grande invaso voluta dal provveditore veneziano Andrea Memmo (1729-1793) – coadiuvato nella progettazione dall'architetto Domenico Cerato – per rendere la piazza un monumento su scala urbana. Ripreso a volo d'uccello, lo spazio vuoto del Prato si presenta animato da carrozze, cavalieri e altri personaggi, mentre lungo il perimetro esterno, delimitato da una stecconata e da tribune affollate di spettatori, è in pieno svolgimento la corsa dei fantini»
