«Questa città mi è riuscita di gran lunga più riguardevole e meravigliosa, ch’io non me l’andava, prima ch’io la vedessi, figurando nel pensiero e certo non può altri credere, se non la vede, le sue incomparabili grandezze e non credibili meraviglie, io ne sono tanto contento et allegro d’esserci venuto, ch’a me pare d’essere stato fin hora nelle tenebre e passato finalmente a la luce, di dar hora solamente cominciamento al vivere…» (Epistolario Caimo, 9)
Così scriveva Pompeo Caimo al fratello Eusebio il 18 maggio 1602, tre giorni dopo il suo arrivo a Roma. Partito da Udine sul finire del mese precedente insieme al fratello Quintilio, si era fermato qualche giorno a Padova ospite di Giovanni Tommaso Minadoi e il 6 maggio aveva ripreso il viaggio a cavallo passando per Ferrara, Bologna e poi Siena, Acquapendente e Ronciglione seguendo la via Francigena, giungendo a destinazione il 15 maggio (qui la mappa del viaggio).
In città Pompeo prende inizialmente alloggio in una locanda nei pressi di piazza Fiammetta nella zona di piazza Navona, ma già alla fine dell’estate, anche nel tentativo di contenere le spese, affitta per 50 scudi annui una casa poco distante situata tra il palazzo della famiglia Cesi (all'interno del quale a partire dal 1603 troverà sede la neonata Accademia dei Lincei fondata dal diciottenne Federico Cesi) e la casa di monsignor Orazio Lancellotti (1571-1620) auditore di Rota.

Arriva a Roma godendo già di un certo prestigio e potendo contare su amicizie influenti. Prende subito contatto con Ruggero Tritonio (1543-1612) segretario del cardinale Alessandro Montalto e imparentato con la famiglia Caimo (la nipote Laura Tritonio aveva sposato Girolamo, cugino di Pompeo), con Francesco Manin (1542-1619) vescovo di Cittanova d’Istria e con il fratello di questi Alessandro, con il cardinale Francesco Mantica, con Marzio Malacrida nunzio straordinario in Polonia e Segretario di Stato, con il vescovo di Verona Agostino Valier e con i cardinali Tolomeo Gallio, Alessandro d’Este e Girolamo Rusticucci.

L'obiettivo del suo viaggio a Roma è chiaro fin dal principio: riuscire a diventare in breve tempo il medico personale di un esponente di primo piano della Curia. Pochi mesi prima era morto il medico del cardinale Alessandro Damasceni Peretti Montalto, Giovanni Zecchi (1533-1601), e per Pompeo Caimo l’ottenimento di quell’ambita posizione diventa quasi un ossessione, un desiderio che cercherà con pazienza di realizzare anche attraverso favori e la fitta rete delle sue conoscenze:
«È prencipe grande, cardinal principale, soggetto sopra ogni altro munifico, havrei da passarmela allegrissimamente. Cento medici han fatto prova di entrarci e cento sono rimasti esclusi…» (Epistolario Caimo, 22).
L’impatto iniziale con il mondo romano non fu comunque facile soprattutto sul versante delle spese. L’alto costo della vita nella città papale lo costrinse a chiedere al fratello Eusebio di vendere i libri che aveva lasciato a Udine per ricavarne i denari sufficienti per vivere dignitosamente durante i primi mesi del suo soggiorno, in attesa di trovare un impiego redditizio. Nelle lettere inviate al fratello in questo primo periodo Pompeo scrive spesso dei notevoli esborsi sostenuti: quasi 50 scudi per il viaggio da Udine a Roma, quasi 30 scudi per «la condotta delle robbe», le alte spese della locanda per sé e per il fratello Quintilio. Non mancano poi le spese per adeguarsi agli stili di vita romani: per il vestiario, ad esempio, è costretto a sborsare altri 50 scudi, perché i suoi vestiti risultavano toppo corti e troppo vistosi rispetto a quanto richiesto «dovendo le vesti de’ medici neccessariemente aggiungere a’ calcagni e di quella di damasco, ch’ella mi donò, non ho potuto valermi, sendo vietato qui il portar seta figurata e così mi bisogna ritenerla per un domestico, poiché a venderla io non trovo la metà della valuta» (Epistolario Caimo, 12). Ma nei mesi iniziali deve affrontare anche i problemi causati dal fratello Quintilio dedito al gioco delle carte e alla frequentazione di brutte compagnie che comporteranno la perdita di ulteriore denaro.
Grazie ai consulti medici e ai primi importanti successi il suo nome acquista sempre maggior credito negli ambienti curiali: visita tra gli altri il caudatario del cardinale Paolo Emilio Zacchia (1554-1605), il nunzio Marzio Malacrida colpito da febbre acuta, il priore generale dei Serviti Gabriele Dardano Colissoni di Venezia, la moglie dell’ambasciatore di Bologna Alberto Bentivolglio e l’illustre cavalier Orazio Rucellai (1521-1605), nipote di Giovanni Della Casa e che sarà uno dei principali sostenitori delle sue fortune. Il lavoro di medico gli procura i primi guadagni, qualche decina di scudi, ma il più delle volte i suoi consulti sono gratuiti o quasi. Quello che gli preme, infatti, più del denaro è guadagnarsi amicizie e favori che potranno essere spesi in seguito per la sua carriera:
«Tutti pigliano danari et è uno scudo d’oro per giorno, io non voglio niente e pure mi è stata fatta gran forza né mi pento punto, perché io havrò conquistato un grande amico e padrone, che in altro più rilevante modo vorrà meco disobbligarsi. In somma è necessario far così a questi principi, s’io voglio gire avanti, bisogna che questo primo anno la borsa habbia un poco di patientia, ch’io spero di ben rifarmi…» (Epistolario Caimo, 21).

Con il passare dei mesi la crescente fama gli procura offerte allettanti: alla fine di ottobre del 1602 riceve la proposta di diventare lettore di medicina a Bologna con uno stipendio di 600 scudi. A inizio novembre gli viene chiesto di entrare al servizio del re di Polonia Sigismondo III Vasa (1566-1632) con uno stipendio annuo di 800 talleri (poi aumentato a 1000), tre servitori e il dono di una carrozza. E in quel torno di mesi viene cercato anche dal potente cardinale Odoardo Franese (1573-1626). Tutte queste proposte senza dubbio riempiono Pompeo Caimo di orgoglio, tuttavia non lo distolgono dall’inseguire il suo principale obiettivo: diventare il medico di Alessandro Montalto.
Un primo contatto con la corte di Alessandro Montalto risale al 20 settembre 1602, quando Pompeo viene richiesto per curare il caudatario del cardinale e poco dopo anche il segretario di Camilla Peretti, sorella di Sisto V (1521-1590) e nonna di Alessandro. Grazie al buon esito del suo operato si guadagna la fiducia dell’entourage del cardinale, e in particolar modo quella del fratello Michele Damasceni Peretti (1577-1631) principe di Venafro. Da questo momento la posizione tanto desiderata, quella di medico personale di Alessandro Montalto (e della cerchia più stretta dei suoi parenti: il fratello Michele, la nonna Camilla e del giovanissimo nipote il contestabile Marcantonio IV Colonna, figlio di Felice Orsina Peretti e di Marcantonio III Colonna) sembra essere davvero a portata di mano. Con l’importante appoggio dell’ambasciatore di Ferrara Alessandro d’Este, del cavalier Orazio Rucellai e in ultima istanza di monsignor Ruggero Tritonio, intorno alla metà di dicembre Pompeo Caimo era certo di aver ottenuto l’incarico, mancava soltanto l’ufficialità.
Il cardinale gli avrebbe assegnato una casa presso il suo palazzo per la quale avrebbe dovuto «fornir due stanze per hora di corami d’oro a l’usanza». Inoltre, sarebbe stato necessario acquistare un bel cavallo e altri vestiti «ché seben son ben vestito, tuttavolta son neccessitato a migliorare et adoprar la seta sotto e sopra per non mi far vergogna che il vestire zambellotto, come hora fo non mi converrà al’hora in modo alcuno» (Epistolario Caimo, 33). Finalmente la conferma ufficiale dell’incarico tanto agognato e fortemente cercato arriva il 28 dicembre 1602 e Pompeo così comunica al fratello Eusebio la gioia di essere divenuto uno dei tre medici più importanti di Roma insieme ad Andrea Cesalpino (1524/25-1603), medico di Clemente VIII (1536-1605), e Ridolfi, medico del cardinal nipote Pietro Aldobrandini (1571-1621):
«In somma io ho colpito tanto bene, che tutta Roma è rimasta attonita: un giovane di 34 anni, novissimo a la corte, fatto con tanta riputatione primo medico di così gran cardinale e principe, in successione di così celebre huomo e così riputato vecchio, qual fu il signor Zeccha, la cui anima sia in cielo. Il signor Mendosio, secondo medico, più attempato di me di dieci anni, ha fatto l’estremo di sua possa per distornare il fatto pregiudiciale al suo credito e si è messo quasi ginocchione avanti il signor cardinale, che con aspro volto gli diede congiedo e disse che a la mia virtù per tante prove, per tante relationi confermata non si poteva negar quel loco, loco veramente grande e riguardevole, poiché io sono fatto uno dei tre più titolati medici di Roma, che sono quel di Nostro Signore, quel de l’illustrissimo Aldobrandini e chi tiene il loco presso l’illustrissimo Montalto» (Epistolario Caimo, 35).
Nella galleria qui sopra viene presentata la Pianta prospettica di Roma realizzata dal pittore e incisore Antonio Tempesta nel 1593 in 12 fogli (ca 108 x 244 cm) e riedita con modifiche nel 1645 da Domenico De Rossi. Curata nei minimi dettagli, costituisce il modello cui si ispirano tutte le piante successive di Roma per capacità di sintesi, completezza di visione, precisione esecutiva. La pianta descritta quasi a volo d’uccello dall’alto del Gianicolo riproduce le importanti trasformazioni apportate alla città durante il pontificato di Sisto V (Felice Peretti di Montalto) e gli interventi di Domenico Fontana (1543-1607) sui palazzi nobiliari.
Un particolare tratto dalla Pianta prospettica di Roma di Giovanni Maggi (1566-1630), realizzata su matrici in legno intagliate da Matteo Greuter (1565/66-1638) e pubblicata da Paolo Maupin in 48 fogli (cm 224 x 428) in poche copie alla vigilia del giubileo del 1625. Diversi secoli più tardi, nel 1774 fu ripubblicata da Carlo Losi cercando di farla passare per una pubblicazione originale: le frecce rosse indicano piazza Fiammetta, dove si trovava la locanda in cui aveva preso alloggio Pompeo Caimo, e la zona intorno alla chiesa di San Simeone, dove il medico aveva affittato una casa.
Un'incisione tratta dalle Magnificenze di Roma antica e moderna, IV: Le chiese parrocchiali, Roma, eredi Barbiellini, 1756, opera dell'incisore e vedutista siciliano Giuseppe Vasi (1710-1782): nell'immagine si può vedere la zona compresa tra Palazzo Lancellotti e Palazzo Cesi sullo sfondo.
Un particolare della zona compresa tra Palazzo Lancellotti e Palazzo Cesi tratto dalla Nuova topografia di Roma di Giovanni Battista Nolli realizzata tra il 1736 e il 1748 composta da 12 fogli (176 x 208 cm) e corredata da indici dettagliati di strade, chiese e monumenti e la nuova divisione in 14 rioni della città di Roma.
Un'incisione di Giovanni Battista Falda (1643-1648) tratta da Nuovi disegni dell'architetture, e piante de' Palazzi di Roma de' più celebri architetti, Roma, Giovanni Giacomo De Rossi, 1700 ca, che riproduce il prospetto di Palazzo Lancellotti.
Una fotografia di Palazzo Lancellotti oggi.
Particolare della Stanza dei Palafrenieri di Palazzo Lancellotti decorata dal pittore tardo manierista Agostino Tassi (1578?-1644) intorno agli anni '20 del secolo XVII, uno dei capolavori artistici della pittura ad affresco del Seicento e una delle massime espressioni dello stile trompe-l'oeil.
