Morte a Tissano

«Né posso finir di maravigliarmi, che gli illustrissimi signori rettori di Padova non mi habbiano voluto dare licenza di partire, anzi mi habbiano fatto intendere ch’io mi fermi e mi disponga con tutti gli altri medici a suffragar di visita la città appestata per certa loro ragion di stato da me né intesa, né voluta intendere, che ’l far queste visite sarebbe un ire alla morte posta avanti gli occhi. O Dio che cose son queste? Che peripetia è la mia? Dove è il mio passato decoro? Dove è il rispetto havutomi da prencipi grandi? Dove è la maggioranza conservata fra tutti i medici?… Vissi un tempo in Roma negli ultimi anni con credito quasi universale, ch’io potessi di leggiero mettermi in stato di poter sperare un capello cardinalitio e questi ultimi mesi son visso in Padova con commune credenza, ch’io potessi con gli altri essere costretto a visitare gli appestati. O volubilem fortunam o spem fallacem o cogitationes inanes. Non ho lasciato di rispondere a queste mal fondate proposte bravamente et ho preteso di non voler fare in Padova altro officio, che di lettore, al qual solo fui chiamato dalla Repubblica e che da me viene adempito di maniera, che per dirla fuori dei denti non so chi mi pareggi e non solo ho fatto parole, ma vi ho aggiunti i fatti con subita partenza, dettatami dalla natura e dal consiglio per ischermo della mia vita e dei miei, ch’altramente era ita… E mi sta fisso nella memoria e mi rimbomba continuo dentro l’orecchie il suono di quei bei versi dell’Ariosto nelle Satire:Bartolomeo Barbato, Il Contagio di  Padova nell'anno MDCXXXI, Rovigo, Giacinto Bisuccio, 1640.  Antiporta calcografica (BCPd BP 114)

Prima la vita, a cui poche o nissuna

Cosa ho da preferir, che far più breve

Non voglio, che ’l ciel voglia o la fortuna.

Se sarà salvo il lettore, non li mancheranno forse letture e incontrerà peraventura più facilmente che alla lettura manchi lettore. Io so bene che non parlo a caso. S’io fussi stato presago di questi accidenti, non mi sarei mai indotto a lasciare il Tevere per la Brenta e ’l monte Aventino per l’Euganeo» (Epistolario Caimo, 439).


Così scriveva Caimo da Arzene nei pressi di Valvasone il primo giugno 1631 ospite di Pietro Varisco e Lodovico di Valvasone, mentre attendeva di raggiungere i parenti oltre il Tagliamento. Aveva già fatto già dieci giorni di quarantena a Camposampiero e altrettanti lì ad Arzene e sperava, quindi, con il benestare del luogotenente, di poter presto mettersi in viaggio verso il feudo di famiglia a Tissano. Caimo era già tornato in Friuli una prima volta nell’estate del 1630 e qui rimase fino al febbraio del 1631 quando scese di nuovo a Padova, fermandosi però pochi mesi prima di fuggire definitivamente a Tissano. Qui nell’autunno dello stesso anno fu colto da una febbre maligna e a nulla valse il tentativo compiuto da un servitore di procurarsi un farmaco nella vicina Palmanova: la fortezza venne chiusa per la peste e Caimo morì nel giro di pochi giorni il 30 novembre 1631.

Basilica S. Maria delle Grazie - UdineLa salma venne condotta a Udine, accolta nel monumento funebre della casa Caimo all'interno della chiesa di S. Maria delle Grazie, accompagnato da tutto il capitolo, dal clero e dai frati dei monasteri, mentre la città volle tributargli l’omaggio di far suonare la campana grande del duomo. A Gianfrancesco Deciani, al suo esordio nell’Accademia degli Sventati, venne affidato il compito di ricordarne la vita e le doti con un'orazione funebre data alle stampe a Udine da Nicolò Schiratti nel 1631(Casella, DBF). Nella stessa basilica delle Grazie Eusebio fece scolpire un’epigrafe su marmo nero dedicata al fratello e tuttora presente accanto a quella posta successivamente in ricordo dello stesso Eusebio.

Nel 1633 l’università degli artisti dello Studio di Padova fece dipingere un graffito in sua memoria, ancora visibile al Bo. Mentre, qualche anno più tardi, i nipoti del medico friulano, Pompeo e Paolo Caimo, fecero erigere nella Basilica del Santo a Padova un monumento funebre con i busti in marmo del vescovo Eusebio e del medico Pompeo loro zii e del fratello Giacomo.Iscrizione. Padova, Palazzo del Bo (II piano, sulla sinistra della parete che separa l’atro dell’aula di lettere dall’aula stessa)

Nella galleria qui sopra si espone:

Bartolomeo Barbato, Il contagio di Padova nell'anno MDCXXXI, Rovigo, Giacinto Bisuccio, 1640 (BCPd BP 114). Il volume presenta una bella antiporta calcografica raffigurante la Morte. A pagina 21, tra i medici che persero la vita cercando di fornire sostegno alla popolazione, viene ricordato anche il dottor Girolamo Sabioni, aiutante di Pompeo Caimo nelle lezioni di anatomia.

Gianfrancesco Deciani, Oratione in morte del molto illustre, & eccellentissimo sig.r cavaglier Pompeo Caimo theorico ordinario di primo seggio nello Studio di Padova, Udine, Nicolò Schiratti, 1631 (BCUd Misc. Toppo 49.13). All'inizio della sua lunga orazione funebre Deciani scriveva che Pompeo Caimo sarebbe mancato: «non solo alla Repubblica delle lettere, rimasta priva d’un huomo letteratissimo; non solo alla Repubblica veneta, alla quale è mancato soggetto cotanto nelle scienze eminente; non solo alla Nobilissima Accademia di Padova et alle sue celeberrime Muse, le quali hanno perso il suo Apollo; ma all’Italia, et all’Europa tutta, sendo che di tutta l’Europa era ornamento et splendore; ma alla Città nostra particolarmente, alla quale è spento un lume, che la rendeva sommamente chiara, et illustre...» (c. A2r).

Lapide in marmo nera posta nella basilica delle Grazie da Eusebio Caimo in morte del fratello Pompeo. Il testo recita: «POMPEIO CAIMO / VTINENSI EQVITI AVRATO / PHILOSOPHIAE AC MEDICINAE / IN NOBILISS.IS ORBIS TERRARV[M] / ROMANO AC PATAV.O GYMNASIIS / DE PRIMA SEDE PROFESSORI / SCIENTIARVMQVE OMNIVM / FONTI DVLCISSIMO / EVSEBIVS EP[ISCOP]VS AEMONIENSIS / FRATRI AMATISSIMO P. / OBIIT 1631. ANN. AET. SVAE 63». L'iscrizione viene ricordata da Eusebio nella sua vacchetta di memorie (ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 59, c. 206sx), in cui annota anche la distinta dei soldi spesi per la realizzazione: l'epitaffio venne esposto nel febbraio 1632.

Padova, Palazzo del Bo, iscrizione dipinta fatta realizzare in memoria di Pompeo Caimo dall'università degli artisti nel 1633, due anni dopo la morte del medico udinese. Essa è posta al secondo piano, sulla sinistra della parete che separa l’atrio dell’aula di lettere dall’aula stessa. L'iscrizione nel corso del tempo è stata in parte erroneamente ritoccata. Il testo originale recitava: POMPEIO CAIMO VTINENSI EQVITI / PHILOSOPHO AC MEDICO EXIMIO / IN HAC PRIMA SEDE THEOR. MED. ORDINARIA / LEGENDI MVNERE EGREGIE FUNCTO / PROFESSORI BENEMERITO / VNIVERSITAS ARTIST. P. ANNO MDCXXXIII.

Padova, basilica di Sant'Antonio, monumento sepolcrale della famiglia Caimo posto sul primo pilastro a sinistra rivolto verso l'abside. Il monumento datato 1681 commemora i defunti Giacomo, Eusebio e Pompeo Caimo. I committenti furono Pompeo e Paolo, due fratelli di Giacomo qui effigiato, figli di Marcantonio e nipoti del vescovo Eusebio e del medico Pompeo, che per la realizzazione investirono almeno 660 ducati. Pompeo Caimo è posto sulla sinistra, sulle spalle una stola in pelliccia e al collo la catena con l’insegna di cavaliere aurato; sulla destra si trova il nipote Giacomo, mentre al centro in posizione rialzata rispetto agli altri, è posto Eusebio, vescovo di Cittanova. A chiusura del cenotafio è posto il grande blasone familiare con cimiero dalla forma di levriero rampante. L’iscrizione posta sotto il busto di Pompeo Caimo recita: POMPEO FRATRI /EQVITI COMITI / ROMAE PRIMVM PHILOSOPHO / MOX PATAVII THEORICO ORD. / PRIMAE SEDIS /COLLEGII VNIVERSIT. PRAESIDI / TYPIS ELOQVENTIA CLARISS.

Supplica di Eusebio Caimo del 20 gennaio 1633 (ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 56): già nel 1633 era stato concesso al vescovo Eusebio Caimo uno spazio nella basilica padovana per commemorare il fratello medico mancato due anni prima, ma a causa della morte del vescovo (1640) e di altri contrattempi il monumento non fu realizzato. Solo nel 1680 i nipoti di Eusebio e Pompeo ottennero un nuovo spazio e il permesso per l’erezione del cenotafio, con la condizione che entro tre anni l’opera fosse terminata.