
Con la lettera dedicatoria, datata Padova 1° marzo 1640, Giacomo Caimo (1609-1679) raccommandava la «presente Operetta» dello zio Pompeo «alla protettione» del senatore veneziano Girolamo Venier.
Come suggerito, molto probabilmente attraverso di essa Giacomo intendeva porsi a sua volta sotto la protezione del senatore con la prospettiva di un nuovo avanzamento di carriera - dal 1637, per esempio, era vacante la lettura "in secondo luogo de mane" di diritto civile, affidata poi nel 1641 al ferrarese Marco Aurelio Galvani, chiamato dallo Studio di Pisa.
Tuttavia in questa nuova dedica Giacomo risulta meno diretto e la richiesta meno esplicita rispetto a quella del De nobilitate. Ma Domenico Molin, il dedicatario di quest'ultima, era un mecenate influente e assai noto, mentre Girolamo Venier appare, nonostante tutto, una figura più modesta e meno potente, di cui oggi si hanno ancora scarse notizie.
Nella pubblicazione in esame il suo nome per esteso compare solo sul frontespizio, mentre nella dedica Venier è richiamato con l'appellativo onorifico abbreviato «V.E.» o «E.V.», Vostra Eccellenza/Eccellenza Vostra.

Ma attraverso il testo elogiativo indirizzato al senatore si racconta anche la storia dei Caimo.
Pompeo Caimo aveva contratto un obbligo, «un'obligatione», nei confronti di Girolamo Venier che lo aveva onorato di «favori immortali» che neppure la morte sopraggiunta poteva disciogliere: Venier aveva, infatti, accolto il medico udinese «fuggitivo dalle stragi di Padova in tempo di peste» e con ciò «lo favorì per così dire di nova vita» (Dedica, c. +2r).

Poi la morte colse ugualmente Pompeo, ma non fu colpa del senatore, «fu diffetto più di natura, che mancamento della sua gratia» (Dedica, c. +2r).
Giacomo molto probabilmente qui si riferiva ad uno dei momenti più difficili della vita dello zio, quando nella primavera del 1631 - mentre svolgeva il suo incarico di professore a Padova -, riconobbe «i messi di morte» della peste e per sfuggirli «... e per allungare la vita» si era allontanato in gran fretta dalla città. Lungo il viaggio verso il Friuli rimase bloccato per la quarantena ad Arzene di Valvasone nei pressi del Tagliamento e, in attesa di poter riprendere il cammino verso Udine al sicuro dal contagio, scrisse una lunga lettera al fratello contando di ottenere il permesso di raggiungere intanto almeno il feudo di famiglia a Tissano, a una quindicina di chilometri circa dal capoluogo friulano.
La lettera, oltre a relazionare la fuga e le motivazioni, il viaggio e la sosta, conteneva, infatti, una seconda missiva destinata al luogotenente della Patria, il governatore del Friuli sotto la Serenissima, che in quel frangente era proprio Girolamo Venier:
«Di che ne scrivo all’eccellenza del signor luogotenente e mando qui aggiunta la lettera perché il signor Giacomo nostro la presenti et l’accompagni con officio dispositivo a lasciarmi venire almeno a Tissano per fornire qualche altro giorno di contumacia, sebene per dire il vero la fatta è di avantaggio, arrivando hormai al numero di vinti giorni» (Epistolario Caimo, 439, Arzene di Valvasone 1° giugno 1631).
Pompeo era atteso a Tissano già dai primi di maggio: il fratello Eusebio aveva pronti i cavalli da inviargli per percorrere l'ultimo tratto di strada e anche il nipote Giacomo, vista l'aggravarsi della situazione, era andato a Udine «a trattar coll’illustrissimo signor luogotenente et signori alla Sanità del fatto di lei» (Epistolario Caimo, 504, Tissano 7 maggio 1631; 505, Tissano 11 maggio 1631).
I collegamenti continuavano a essere garantiti e la richiesta di Pompeo dovette giungere presso le autorità udinesi, che non gli fecero mancare il loro sostegno e gli permisero di raggiungere la sua villa a Tissano. Qui nella solitudine della grande casa, circondata da poche abitazioni e tanta campagna, il medico potè concludere i giorni di isolamento previsti dall'ennesima contumacia per poter poi rientrare finalmente a Udine con le carte in regola.
Nella dedica si legge, poi, che nel suo biennio di governo Girolamo Venier favorì anche l'anziano vescovo di Cittanova Eusebio Caimo (1566-1640). Da una lettera sappiamo, per esempio, che il luogotenete aveva dato ragione al vescovo in un caso di furto di uva, la vendemmia dell'anno, da un vigneto di proprietà Caimo - la vertenza durò tre anni (1629-1631) e fu puntualmente annotata da Eusebio nel suo diario personale (Epistolario Caimo, 536; ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 59 (Vacchetta), cc. 204dx-205sx).

All'obbligo dei Caimo andava aggiunto anche quello dovuto dalla città di Udine, poiché da luogotenete della Patria (1631-1632) Girolamo Venier seppe gestire la città e il territorio con giustizia e prudenza in una situazione generale critica, quando
«per tutto signoreggiavano languori, e sciagure», occupandosi in particolar modo della sanità pubblica - Venier nella relazione conclusiva del suo mandato datata 14 luglio 1632 a proposito della città, «doppo gl'infortunij de gl'anni passati, ne quali morì numero considerabile d'ogni condition di persone», parlò di una ripresa e di «inimititie capitali tra alcuni principali famiglie» riconciliate per suo merito, oltre ad interventi di ricostruzione delle mura cittadine «dal tempo destrute»; mentre per quanto concerneva il territorio riferì di carestie, febbri, malattie del bestiame ed incursioni di lupi (Relationi 1973, pp. 205-213).
Pompeo Caimo in vita si era preoccupato di rendere manifesto, «palese al Mondo», tutto quello che Girolamo Venier aveva fatto per lui e anche dopo la morte del medico udinese l'ossequio e il debito di riconoscenza della famiglia Caimo nei confronti del senatore veneziano non erano mai venuti meno.
E ora con l'offerta del «picciol dono» al lodato senatore si rinnovava pure la memoria dell'autore, a cui si procurava una nuova vita, «ben degna», perché vivendo nella mente del senatore, «a cui tanto deferiscono tutti li professori delle lettere»,
«verrà ad eternarsi colla sua memoria in certa conseguenza nelle memorie di tutti i secoli».
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