Finché rimase a Udine Pompeo Caimo non risulta abbia mai partecipato con qualche componimento encomiastico (in versi o in prosa) alle numerose raccolte d’occasione che vennero pubblicate in Friuli durante la sua epoca e a cui presero parte invece diversi poeti ed eruditi udinesi e friulani. È possibile che il nostro medico non gradisse particolarmente questa forma celebrativa - tollerandola, invece, di buon grado nel nipote Giacomo, che colmerà di lodi con il fratello Eusebio per la realizzazione di una canzone inserita nel Panegirico per il podestà di Padova Girolamo Lando: «Né creda ch’egli habbia durato fatica a far questa leggiadrissima canzone, l’ha fatta in maniera che si può dire componimento di due giorni e di hore succesive. Insomma è vero il detto di Tolomeo, ch’è anco di tutti i buoni filosofi Anima ad sciendum apta plus proficit in artibus, quam quae plurimum studii consumpserit. Io stimo molto questo suo ingegno tanto versatile, che riesce in ogni opra e mi piace c’habbia anco questo ornamento di poesia, che non pregiudica punto alli suoi studii legali, che alli versi non volga il pensiero, se non rarissime volte, per ricrear l’animo stanco, alli studii legali attende continuo» (Epistolario Caimo, 400, Padova 17 ottobre 1627).

Nonostante questa sua apparente ritrosia, Pompeo accettò tuttavia di scrivere un componimento in versi nel momento in cui una prova del genere poteva rivelarsi utile per facilitare la realizzazione del suo disegno di abbandonare Udine e il Friuli per Roma.
Partecipò, infatti, con un sonetto alla silloge encomiastica intitolata Tempio all'illustrissimo et reverendissimo signor Cinthio Aldobrandini cardinale S. Giorgio nipote del sommo pontefice Clemente ottavo (Bologna, eredi G. Rossi, 1600), allestita dal bolognese Giulio Segni. Il volume venne dato alle stampe appena un anno dopo il ritorno a Roma del cardinale Cinzio Aldobrandini, rientro favorito dalla riconciliazione (almeno apparente) con il cugino Pietro e dall’accettazione dell’incarico di prefetto della Segnatura di giustizia.
L’edizione si presenta curatissima «frutto di un progetto ambizioso e di grande respiro, prezioso prima di tutto nella veste esteriore, per cui ad esempio, i capilettera di ogni componimento sono ornati da un’incisione» (Giachino 2001, p. 405). Ma notevoli sono soprattutto il sontuoso frontespizio e il ritratto di Cinzio Aldobrandini in abito cardinalizio, entrambe incisioni a tutta pagina con figure simboliche (la Pittura e la Fama; la Fede e la Giustizia; cigni, faretra e violoncello) che concorrono a costruire il significato delle illustrazioni.
La raccolta ospita componimenti in volgare, latino e greco di «rimatori minori o minimi o affatto ignoti insieme a poeti affermati», così almeno per la parte in volgare, a cui partecipò anche Caimo (Giachino 2001, p. 404); mentre l'ordine dei testi all’interno del volume rispetta quello del loro arrivo in tipografia, come si legge nella premessa dello stampatore A i lettori benevoli. E «Quasi tutti i partecipanti vi presentano prove non eccelse, di modo che in linea generale il livello della qualità della poetica della raccolta non può dirsi certamente elevato» (Giachino 2001, p. 405).
Tra gli oltre cento autori che furono invitati a prendervi parte, figurano diversi friulani - questi sì sempre presenti nelle raccolte poetiche locali -, tra cui Giovanni di Strassoldo, il maestro degli oroscopi, Giacomo Bratteolo, Gaspare di Porcia, Ottaviano Menini, Francesco e Lodovico Paolini, Cornelio Amalteo, Nicolò Cillenio (vai a L'ultimo acquisto), Francesco Amulio, Antonio Fiducio e Troilo Savorgnan. Vi compare poi anche Torquato Tasso (1544-1595), già scomparso al momento della stampa.

L’edificio celebrativo, a cui si accede metaforicamente attraverso la porta monumentale incisa sul frontespizio, è costituito soprattutto da prove che prendono spunto dal nome del destinatario «Cinzio» variamente interpretato. In particolare nel suo «Quel bel pianeta, onde deriva il giorno» Pompeo Caimo istituisce un confronto tra «Cinzio» e il sole. Il medico udinese vestì gli abiti del poeta celebrativo per partecipare a questo «progetto ambizioso e di grande respiro» nella speranza di potersi ritrovare al più presto tra le piante - come fu per il Tasso - illuminate e riscaldate dalla Luce del Sole del romano mecenate protettore del poeta sorrentino, il quale nella propria dimora privata ospitava una sorta di accademia frequentata da letterati e artisti.

Al coinvolgimento di Pompeo in questa iniziativa forse non furono estranei i consiglieri menzionati nella lettera a Tommaso Minadoi del 12 ottobre 1600: Leandro Colloredo «mio signore, prattico architectonico della corte romana», Giulio de Angelis da Barga, medico personale di papa Clemente VIII Aldobrandini, il nipote Orazio Colloredo (se si tratta di quell’Orazio II che intraprese la carriera diplomatica al servizio del cardinale Aldobrandini) e il vescovo Giovanni Ingegneri, zio di Angelo Ingegneri amico e protettore del Tasso, anch’egli al servizio del cardinale.
Non sembra esserci alcun dubbio sul fatto che l'autore della composizione indirizzata a Cinzio Aldobrandini sia proprio il nostro medico e non quel «Pompeo Caimo d’illustre famiglia Comasca» proposto da Francesco Saverio Quadrio nel secondo volume del suo Della storia e della ragione d’ogni poesia (Milano, F. Agnelli, 1741): impresa monumentale quella di Quadrio, ma i cui inevitabili «limiti di indicazioni e accertamenti critici non sempre attendibili» furono presto rilevati (Benedetti, DBI).
D'altra parte Caimo stesso ha contribuito a generare confusione sul suo nome. Egli chiese, infatti, al Magistrato dei sette deputati di Udine una fede sull'origine della famiglia Caima, in cui ne venisse dichiarata la provenienza «di Lombardia in generale». Così scrisse a Eusebio:
«Desidero che V.E. mi mandi di costà una fede publica authentica e con ogni circostanza della nobiltà della nostra famiglia e della sua dipendenza dalla casa di Lombardia. E perché noi habbiamo la fede in Udine venuta di Piacenza, come nostro avo paterno nobilmente nato passò di là in Friuli, io non vorrei che nella fede da me desiderata si facesse mentione di Piacenza, ma di Lombardia in generale, sendo che qui si crede che la casa nostra si derivi da Milano, ove la famiglia Caima è di chiara nobiltà. Vorrei pertanto mantener questa opinione, particolarmente nel signor cardinal mio e nella signora principessa Peretti, sua cognata, ch’è milanese. Starò dunque aspettando questa fede ben adornata, come V.E. saprà fare e quanto prima l’aspettarò, sendo io con bella occassione messo in obligho appresso gran personaggi di farla venire» (Epistolario Caimo, 126, lettera da Roma 10 dicembre 1605).

La fede fu inserita nella Raccolta delle deliberazioni (Acta) del Comune di Udine in data 28 dicembre 1605 e la famiglia Caima dichiarata «Mediolano oriunda», come richiesto dall'eccellentissimo giureconsulto Eusebio Caimo a nome dell'eccellentissimo dott. Pompeo medico fisico dimorante a Roma, suo fratello.
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Allegati
- 0 Colophon con marca dei tipografi (Mercurio). Tempio all'illustrissimo et reverendissimo signor Cinthio Aldobrandini cardinale S. Giorgio nipote del sommo pontefice Clemente ottavo, Bologna, G. Rossi, 1600
- 0 Fede per la famiglia dell'ecc.mo Caymo dott. BCUd, CA, Acta, 32, f. 1v-2r, 28 dicembre 1605.
- Albero genealogico famiglia Caimo, ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 56
