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Il tipografo: Marcantonio Brogiollo
Il tipografo: Marcantonio Brogiollo
Marcantonio Brogiollo era un imprenditore veneziano senza officina tipografica (Zorzi 1997), padre (o fratello) di quel Francesco che disponeva di considerevoli possibilità economiche e un ampio raggio di affari che comprendeva, oltre Venezia, Verona, Vicenza, Mantova, Genova, Ancona, Napoli e Palermo, come appare dall’inventario dei libri, mobili ed effetti personali steso nel 1679; «la moglie aveva apportato una dote di 4500 ducati più una controdote di altri 1000, alla figlia era destinata una dote di livello patrizio: 7000 ducati». Lasciava tra le altre cose una rendita investita «su un capitale di 7000 ducati investito al sale al 4% intestato a Marcantonio e Francesco». Marcantonio rientrava tra quei matricolati dell’arte della stampa che nella Venezia di primo ‘600, mentre continuava la decadenza delle grandi aziende fiorite e prosperate nel secolo precedente, presero il loro posto sul mercato, distinguendosi per le dimensioni dell’azienda e la relativa rapidità con cui si arricchirono (Ulvioni 1977, pp. 111, 112, 114-115).
L'attività di Marcantonio è documentata dal 1615 al 1646 circa. Come editore sembra essersi appoggiato a svariate tipografie, come quelle di Pietro Miloco, Giovanni Salis, Paolo Frambotto e dei Giunta, ipotesi suffragata dalla presenza delle loro marche sulle edizioni. Francesco, invece, gestì la libreria all’incirca nel trentennio successivo.
La loro era una grande bottega: alla morte di Francesco Brogiollo (prima del 1680) «era valutata ben 8.000 ducati, ma l’eredità di quest’ultimo era gravata da 16.000 ducati di debiti» (Minuzzi 2013, p. 21); tenevano insieme «la consueta letteratura religiosa» con «forti contingenti di libri profani, con notevoli concessioni alle glorie indigene e all’attualità»; nell’inventario di Francesco si contano numerosi «… libri moraleggianti didattici… libri di carattere religioso… nel campo delle pubblicazioni politiche o storiografiche prevale l’impronta secentesca… numerosi gli epistolari» (Ulvioni 1977, p. 115). Con la scomparsa di Francesco si perdono anche le tracce dei Brogiollo.
Oltre al Dell’ingegno humano di Caimo, la produzione di Marcantonio incluse opere di rilievo riguardanti diverse discipline: tra i trattati di medici si ricordano lo scritto sulla peste del 1631 di Tommaso Grosso, di Valerio Martini (1631, 1636) e il trattato sull’insalata (Archidipino) di Salvatore Massonio (1627); vari commentari a Ippocrate, Galeno e Avicenna di Santorio Santorio (1629, 1630, 1634, 1646) e Giovanni Stefani (1633, 1635). Marcantonio finanziò anche ristampe di grandi successi editoriali, come i Discorsi della vita sobria di Luigi Cornaro, i Dieci libri di pensieri diversi di Alessandro Tassoni, oltre al celebre trattato di architettura di Andrea Palladio (1642).

Solo le edizioni di Francesco riportano a volte la marca editoriale dell’“Europa rapita dal toro”, ma l’insegna con la figura di Europa doveva indicare la bottega dei Brogiollo tra le calli veneziane già al tempo di Marcantonio nella prima metà del Seicento, ed essere ben nota, se Pompeo Caimo nel 1628 scriveva al fratello Eusebio che l'editore-libraio della sua nuova opera era «quel dell’Europa» (Epistolario Caimo, 417, Padova 8 dicembre 1628).

Come la marca, anche l’insegna della libreria doveva, quindi, far riferimento al mito greco e illustrare la vicenda narrata dal poeta Ovidio nelle Metamorfosi (2 : 833-875): Giove, invaghitosi della principessa Europa, trasformatosi in un toro bianco, agì contro di lei e ingannandola con il suo nuovo aspetto, la face allontanare dalle sue compagne e la portò con sé a Creta (iconografia).
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Mancavano ancora dei mesi perché fosse pronto per uscire il libro di “medicina prattica” sulle febbri putride e già Pompeo Caimo aveva ripreso in mano altro vecchio materiale e lo stava revisionando per una nuova pubblicazione: era il 27 gennaio 1628 quando scrisse al fratello Eusebio che il De febrium putridarum indicationibus era «stampato in buona parte e spero per la prossima Pasqua vederlo fuori», ma teneva già «in punto un altro libro pur medico di metter subito dopo alla medesma stampa» (Epistolario Caimo, 409).
Dalla lettura della lettera sembra che le intenzioni del medico udinese fossero quelle di continuare ad avvalersi della stamperia di Pietro Paolo Tozzi («medesma stampa»), ma a seguito forse della cessione dell'intera attività da parte del libraio-editore padovano entro l’estate del 1628 Caimo dovette risolversi ad interrompere i rapporti con Tozzi e cercare un altro editore.
A fine anno sappiamo che si era già a metà tiratura del nuovo libro, per la pubblicazione del quale Caimo si era rivolto ad un veneziano: nel post scriptum della lettera al fratello Eusebio dell’8 decembre 1628 scriveva: «Il mio libro degli ingegni è mezo stampato in Venetia da quel dell’Europa» (Epistolario Caimo, 417). In quest’ultima lettera Caimo è più puntuale del solito nel dare notizie al fratello circa i suoi libri, fornendo anche a noi molte informazioni sullo svolgimento delle operazioni di stampa: indica il nome dell'editore e in merito alla consistenza che avrebbe avuto il volume scrive che «sarà libro assai grosso, più del doppio del Parallelo».
Al solito, ancora allo stadio di bozza o forse prima, il testo era stato sottoposto al giudizio di conoscenti e fu «stimato assai da chi l’ha veduto et io per dire il vero lo stimo, per essere pieno di dottrina e non ordinaria» (Epistolario Caimo, 417, Padova 8 decembre 1628).
Anche per quest’opera Caimo pretese di sorvegliarne personalmente la stampa, occupandosi della correzione delle bozze, come già avvenuto per il Parallelo politico. Ottenne che tutti i fogli, uno per uno, fossero, portati a Padova da Venezia via via che venivano stampati, verosimilmente per verificarne la correttezza. L’elenco degli errori riscontrati venne stampato, con le relative correzioni, nel fascicolo finale in coda all’indice in fondo al volume col titolo Correttione de gli errori occorsi, preceduto da osservazioni attribuibili all’autore in merito agli errori occorsi in fase di stampa e all’uso del volgare in opere «di materie scientiali», e a questo proposito, di alcuni termini da lui usati quali ‘causa’ vs ’cagione’.
La rilettura delle bozze permise a Caimo di poter riunire a metà aprile tutti i fogli, raccolti e rimaneggiati nei mesi precedenti, impacchettarli e spedirli al fratello prima dell’uscita ufficiale dell’edizione.
Sappiamo, infatti, che tra il 16 e il 17 aprile era stato stampato l’ultimo foglio e l’autore il 17 poteva finalmente annunciare a Eusebio: «Hoggi a punto mi è venuto l’ultimo foglio del mio libro e conforme al desiderio di V.S. reverendissima le mando quel libro, ch’è solo presso di me, venutomi di Venetia di foglio in foglio secondo che si andava stampando, onde sono li fogli male acconci e mal trattati e dovrà per ciò scusarli che non mi sono ancora venuti i libri, che lo stampatore mi manderà in dono, che quando saranno giunti, ne le manderò quatro buoni e belli... Hora sono attorno un libro medico, di cui si fa mentione in questo…» (Epistolario Caimo, 428, Padova 17 aprile 1629).
Come era solito, anche nella premessa A’ cortesi lettori, «lungo undici pagine, dove esalta la bellezza dello studio della “scienza dell’anima”, la questione medico-filosofica riguardante la natura immortale dell’anima e la sua infusione nel corpo umano, dopo aver reso manifeste le sue intenzioni» (Lucchesi 2022-2023, p. 166), Caimo aveva, infatti, anticipato l’uscita futura di una nuova pubblicazione, attenendosi al suo programma di pubblicare a scadenze annuali (Epistolario Caimo, 383, Padova 12 agosto 1626).
Al suo pubblico non poteva, certo, non interessare il suo progettato approfondimento: «Ma questa verità, che’l seggio dell’anima sia principalmente nel Cerebro, havemo anco noi secondo la debolezza delle nostre forze procurato manifestarla in un nostro libro De quatuor Membris principij rationem in humano corpore habentibus, non lasciando di dar risposta alle più importanti ragioni della contraria sentenza, il qual libro uscirà in breve, a Dio piacendo, alla luce» (Dell’ingegno humano, c. b4r-v).
A proposito della sua nuova opera, sempre nella lettera del 17 aprile 1629, Pompeo scriveva «... per captare l’aura multiplice, non conviene restringersi ne’ termini soli di medicina, ma fa di mestiero passar più oltre, mentre non si esce dei larghi confini del medico filosofo, che Platone chiama signorile e Aristotele gratioso io godo assai, che veggo i miei libri tutti ricevuti con applauso e tengo lettere di tutte le parti d’Italia et anco di Parigi in loro commendatione. Desidero a questo la buona sorte degli altri, che sperarei anch’io (si licet parva componere magnis) gloriola aliqua vivus perfrui» (Epistolario Caimo, 428).
Il De quatuor Membris non fu pubblicato: ne documentava la presenza del manoscritto a Padova Giacomo Filippo Tomasini che visitò le biblioteche pubbliche e private della città poco dopo la morte di Pompeo Caimo e ne diede conto nel suo Bibliothecae Patavinae manuscriptae publicae & privatae (Udine, Nicola Schiratti, 1639): tra le molte opere che il medico udinese lasciò manoscritte e che si conservavano presso gli eredi, in scriniis, pertinenti la medicina c'era il «De quatuor in humano corpore membris principij rationem habentibus. Lib. 4» (pp. 125-126) - titolo che Giovanni Giuseppe Capodagli poco dopo completava con «... in quibus Aristotelica et Galenica de hoc argumento placita conferentur» nel suo Udine illustrata da molti suoi cittadini così nelle lettere come nelle arti famosi (Udine, Nicola Schiratti, 1665, pp. 554-559).
