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Al cospetto della Granduchessa
La dedica a Cristina di Lorena
Al cospetto della Granduchessa

Il trattato Dell’ingegno humano venne indirizzato da Pompeo Caimo a Cristina di Lorena in ricordo delle cure prestate vent’anni prima, nel 1608, presso la corte toscana ai granduchi Ferdinando I e Cosimo II Medici, rispettivamente marito e figlio di Cristina.
Ne accennava già nel post scriptum alla lettera inviata da Padova al fratello Eusebio dell’8 dicembre 1628, dove, a proposito della nuova pubblicazione ancora a metà tiratura, ne specificava la dedicataria e il titolo programmato, poi cambiato: «è indrizzato alla gran duchessa di Toscana. Il suo titolo è Della natura, delle cagioni e dei segni dell’ingegno humano e della differenza dell’ingegno ch’è fra gli huomini e fra le donne. Libri due» (Epistolario Caimo, 417).
Mentre collaborava con il collegio dei medici toscani
Caimo aveva personalmente conosciuto e sperimentato la disponibilità della nobildonna e anche successivamente lungo la sua carriera di medico aveva continuato a condividere con lei diversi rimedi galenici (Epistolario Caimo, 189, 192, 239).

Dell’impressione molto positiva ricevuta nel corso della sua permanenza a corte e degli onori e della reputazione ricevute da parte dei granduchi e soprattutto della granduchessa, Caimo ne aveva scritto al fratello Eusebio una volta rientrato dalla Toscana:
«Non voglio lasciar di dirle che quelle altezze in sul partir mio mi regalarono un’altra volta d’un bacile e bocale d’argento di valore di cento e cinquanta scudi e di due casettini, uno de’ quali è di finissimo hebano, pieni di secreti et rimedii singolari proprii della serenissima casa Medici, che non ponno valer meno di sessanta scudi. Sopra tutte queste cose stimo la reputatione che mi è nata in questa occassione, ch’è grande, havendo la granduchessa e detto a molti signori e scritto a molti cardinali a Roma che niun medico è stato di maggior sodisfattione e proffitto al granduca di me. Questa signora, che tiene modi di regina, m’havea messo tanto d’affettione che V.E. stupirebbe et è quella cui serviva il Mercuriale di felice memoria. Tiene ella gran gusto di lettere e di letterati e porta ella, per dirla a V.S. in confidenza et in secreto, grande affetto ch’io passassi a’ suoi serviggi, che mi darebbe ogni gran stipendio et emolumento... Bastemi havere in questo viaggio di Fiorenza acquistato grandissimo honore et non poco utile et in particolare l’haver contratta una servitù con quella serenissima casa, la qual sempre mi durerà» (Epistolario Caimo, 189, Roma 7 dicembre 1608).
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La dedica a Cristina di Lorena

L’omaggio alla granduchessa, vedova da un ventennio, è indicato sul frontespizio in maniera esplicita dalla dedica epigrafica “A’ Madama Serenissima Christina di Lorena Medici Gran Duchessa di Toscana” stampata su tre righe, in caratteri capitali dal prenome; e ribadito all’interno, dove è presente una dedicatoria di tre pagine intestata “Serenissima Madama”, datata Padova 20 aprile 1629, in cui a beneficio dei lettori vengono ricordati il suo servizio svolto vent’anni prima come medico dei granduchi e soprattutto le eccellenti doti della granduchessa, luminoso esempio di quanto illustrato nel trattato.

Non solo, come era consuetudine quando si dedicava uno scritto ad un autorevole membro della nobiltà o del clero, sul frontespizio Caimo fece inserire lo stemma gentilizio della granduchessa Medici-Lorena semplificato: entro scudo ovale in cornice sagomata campo partito: a destra inquartato nel primo e nel terzo ai 3 gigli, nel secondo e nel quarto croce di Gerusalemme e barbo; a sinistra 6 palle una caricata. Sormontato da corona al centro giglio fiorentino.
La Granduchessa avrebbe ricevuto il suo esemplare confezionato con una raffinata legatura, come dovuto, e una volta aperto la sua attenzione sarebbe stata richiamata dal proprio nome ricorrente in diverse parti del volume.
Con dimostrazione di abilità o ostinazione il dedicante, infatti, aveva individuato un'opportunità di omaggio anche nell’indice, a cui è affidata l’organizzazione del contenuto del trattato sotto forma di argomenti ordinati in elenchi che ne costituiscono un accesso: nella Tavola delle cose più notabili sotto la lettera G troviamo registrato «Gran Duchessa Christina di Toscana idea d’ogni vertù perfetta» e «Gran Duchessa Christina concorsa col’G. Duca Ferdinando suo marito a molte gloriose imprese» – gli altri nomi di personalità contemporanee registrati nelle 21 pagine della Tavola sono limitati al marito, solo accostato a Cristina, a «Maddalena Arci Duchessa di Toscana di regie virtù adorna», «Huarte ripreso…» e poi «Leon X papa».
Nel corpo testuale dell’opera incontriamo, poi, la Granduchessa in diverse occasioni.
Nel capitolo Del segno preso dalle amicitie (libro 1, cap. 16), incentrato sullo studio, sul circondarsi di libri e di belli spiriti e persone ragguardevoli, sul mecenatismo, la protezione e la liberalità, Caimo si dilunga sulla “Casa de’ Medici”, coinvolgendo Leone X, Cristina e poi Maddalena (pp. 214-216).
Dove si chiede Quale sia l’attitudine dell’ingegno donnesco alle lettere (libro 2, cap. 4) "riprende" Huarte, rimproverandogli l’opinione, il «detto», che l’ingegno della donna è «repugnantissimo alle lettere», e dopo una distinzione tra donne ordinarie, di «schiera comune», e donne rare, «altamente nate» e «altamente allevate», fa seguire una sequenza di donne «compagne consigliere» appartenenti a questa seconda categoria, in cui si distingue Cristina «Mogliera» del «G. duca Ferdinando di Gloriosa memoria» (pp. 352-353).
A proposito di Quale sia poi l’opinione de nostri Theologi «attorno la qualità dell’ingegno delle donne» (libro 2, cap. 11), ribadisce ad essi, dopo i filosofi e i medici, che «la Donna è ragionevole come l’huomo, e all’attioni docile, e parimante vede ciò che giova, e ciò che nuoce…» per il fatto che «Dio formò la Donna dalla materia tratta dall’huomo», «E per ciò le medesime leggi ad ambedue pose, per essere in quella picciola differenza di corpo, e non in alcuna d’animo dissomiglianti» (pp. 433-435).
E giunto al momento di portare degli esempi, constatando l’alto numero di donne distintesi per acutezza d’ingegno, vivezza di mente, bellezza d’animo e di corpo documentate dalla storia e «dal nostro secolo» anche solo in Italia, ne sceglie una per tutte come fece «quel gentil Poeta» in una simile circostanza:
Sceglieronne una e sceglierolla tale, / Che superato havrá l’invidia in modo, / Che nessun’altra potrá havere a male, / Se l’altre taccio, e se lei sola lodo (Ludovico Ariosto, Orlando furioso, canto 37, v. 16)
e mentre Ariosto scelse la nobile poetessa Vittoria Colonna, da parte sua Caimo preferì naturalmente la «Serenissima Cristina, Gran Duchessa di Toscana…» (pp. 434-435).



In fine, potrebbe non essere casuale l’inserimento come frontone in testa alla lettera dedicatoria a c. a2r della marca dei Giunta: un fregio con al centro un giglio fiorentino e ai lati le personificazioni di Venezia e Toscana, terre d’elezione dei due protagonisti della vicenda del presente libro: a sinistra la Serenissima, figura femminile coronata seduta su di un leone con una corona nella mano destra e il ramo d’ulivo nella sinistra; a destra il Granducato, figura femminile con una corona d’alloro nella mano destra e la cornucopia nella sinistra, ai piedi un vecchio con un’anfora da cui versa acqua, raffigurazione dell’Arno.
Ipotizzando che il libro sia uscito dall'officina tipografica dei Giunta con la necessità di dichiararlo in qualche modo, è possibile che la scelta sia caduta sulla marca con le caratteristiche più opportune tra quelle a dispozione della ditta (già usata nelle edizioni di Brogiollo per la Sylva rerum moralium di Leonardo Loredan del 1626 e per i Dieci libri di pensieri diversi di Alessandro Tassoni del 1627). Tale marca, mai evoluta o rielaborata,
risale a Lucantonio Giunta il giovane (m. 1602), attivo nella seconda metà del ‘500; abile editore e grande mercante, era membro della dinastia dei Giunta del ramo veneziano della nota famiglia fiorentina, la cui azienda editoriale, fondata a fine ‘400 da Lucantonio il vecchio (fratello di Filippo fondatore dell’azienda di Firenze), fu la più grande in città nel ‘500 e lo era ancora nel primo ‘600; la ditta e Lucantonio stesso rimasero strettamente legati alla terra di origine, legame rimarcato nelle marche con il Giglio fiorentino (da sempre marchio dei Giunta) e poi qui anche con la personificazione della Toscana giustapposta a quella della città d’elezione. La marca, se non addirittura il legno, la ritroviamo attorno alla metà del secolo tra le casse di Nicolò Pezzana, il tipografo che aveva acquisito “l’intero complesso editoriale” dei Giunta di Venezia (Ulvioni 1977, p. 108).
Alcuni volumi oggi conservati in biblioteche toscane (Biblioteca Universitaria di Pisa - esemplare palatino - e Biblioteca nazionale centrale di Firenze) con una raffinata legatura in pergamena e impressioni in oro sono molto probabilmente gli esemplari di dedica fatti confezionare appositamente da Pompeo Caimo in una bottega locale, a Venezia o a Padova, come denuncia lo stile veneto delle decorazioni.
Gli esemplari di dedica furono probabilmente recapitati nella tarda primavera del 1629 alle signore di Toscana, di cui nel trattato sono esaltate magnanimità e liberalità.
Il 1° giugno 1629 Pompeo Caimo scriveva a Eusebio «Sto aspettando risposta dalla gran duchessa, con cui saria bene che venisse qualche regale, ma non so come si possa sperarlo in hac morum corruptela», e concludeva:
«Sia quel che si vuole, qui non sta la mia fortuna e non potrà accidente alcuno togliermi l’honorevolezza ch’io ne ricevo» (Epistolario Caimo, 432).
Un terzo esemplare di dedica sembrerebbe essere conservato alla Biblioteca Norberto Bobbio dell'Università degli Studi di Torino: presenta, oltre ad una legatura con fregi dorati, il timbro con dicitura Bibl. Caes. Med. Palat. (timbro lorenese del 1760).
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