Vasi e ceramiche

ICG, D-FN4584I vasi di Carla Lestani (BUPd)

Al momento non è possibile definire con esattezza la consistenza e la varietà delle collezioni che Ascanio Varese raccolse fin dal suo soggiorno a Roma: tuttavia in un album dell'amico Pier Leone Ghezzi conservato presso l'Istituto Centrale per la Grafica di Roma, compare il disegno di un olla in vetro panciuta e caratterizzata da due manici a forma di M che assomiglia ad un simile oggetto conservato presso il Civico Museo Archeologico di Padova (Zampieri 1998, p.187 al n.310). Nella nota autografa apposta in calce, lo stesso artista ricorda la circostanza in cui fu tratta l'opera e la descrive con estrema precisione:Vaso in vetro (MAPd, inv.812R XIX-25)

"Vaso di vetro antico intatto e color di acqua marina et è perfettissimo / e alto palmo uno di passetto e once 4 la grossezza della panza / è oncie 14. Il fondo del detto vaso è oncie 7. L'imboccatura è oncie 9 / e lo possiede il Padre Reverendissimo Don Ascanio Varese Procuratore Generale della / Chiesa della Pace di Roma et io cav. Ghezzi me lo feci prestare / per lassarmene la presente memoria e lo feci il dì 10 marzo 1727".

Tenuto conto che il "passetto" poteva indicare una altezza in media di 75 cm e si poteva dividere in tre o quattro palmi, il vaso disegnato da Ghezzi dovrebbe essere alto intorno ai 25-30 cm: di sicuro la bombatura molto accentuata, il collo corto e non svasato, escludono che si tratti dell'esemplare conservato all'Archeologico, tuttavia è possibile che il pezzo si sia salvato e si conservi ancora in qualche museo del Veneto o di Roma.

BAV, Ott.lat.3109, c.127rIn un altro album di disegni di Ghezzi, questa volta conservato nella Biblioteca Vaticana (Ottob.Lat.3109, c.127r, su gentile concessione), il disegno di un altro vaso appartenuto a Varese di cui si sono perdute le tracce: questa volta in marmo e col coperchio, una sorta di urna forse ritenuta antica; l'artista offre il particolare dell'altorilievo aggiungendo le didascalie alle immagini, ma poi ne da anche una visione d'insieme, al centro in scala, aggiungendo una lunga descrizione dell'uso cui erano destinati questi oggetti, le misure ("piede 1.5.10 romano e largo nel diametro p.1") e la nota "Posseduto dal P. Varese G.(enera)le della Pace(Guerrini 1971, pp.48-49; 84, n.45).

Entrambi i vasi sono citati nella "Nota di cose di antiquaria non comprese negli inventari del Museo" (ASVe, Riformatori allo Studio, b.141, 20 gennaio 1784) ed erano conservati nell'armadio n. 19: "Vaso di marmo con coperchio e bassirilievi; Vaso grande di vetro con manichi". Come si vede facilmente nelle immagini sono marcati, -insieme a pochi altri pezzi, con una croce come se fossero stati oggetto di una ulteriore selezione. Nell'armadio n.18 si trovavano invece le porcellane come precisa la  "Nota di porcellane ed altre cose varie non comprese negli inventari del Museo".

MCPd, Inv.559, rectoLe Ceramiche di Elisabetta Gastaldi (Musei Civici Eremitani)

I due piatti in maiolica (inv. 559 e 560) appartenevano a un servizio eseguito per la famiglia romana dei Lanciarini probabilmente ad Urbino intorno al 1545 nella bottega di Guido Durantino. Si può ipotizzare che i due pezzi siano stati acquistati proprio a Roma dall'abate Ascanio Varese, che soggiornò a lungo nella città eterna. Il corpo ceramico, completamente rivestito di smalto bianco, è decorato a pennello con una tavolozza ricca di gialli, verdi e azzurri. MCPd, Inv.560, rectoAll'interno del cavo troviamo rappresentati episodi mitologici, secondo il gusto della maiolica istoriata che vede la comparsa di scene complesse illustranti miti, episodi biblici e "historie". Nell'inv. 559 è rappresentato l'episodio in cui Saturno si tramuta in cavallo per generare con Filira – una delle figlie di Oceano – il centauro Chirone, che si distinse dagli altri della sua specie per mitezza, saggezza e conoscenza. Il secondo pezzo (inv. 560) raffigura il mito secondo cui Minerva dopo aver inventato il flauto – e non la cornamusa – decide di allietare con le sue musiche gli altri dei. Derisa, perché il suonarlo le deformava il volto, gettò lo strumento che venne poi raccolto da Marsia. Sul rovescio di entrambi i piatti troviamo lo stemma dei Lanciarini: interzato in banda con un crescente lunare e una stella cometa e caricato di due teste di moro, appoggiato sulle iscrizioni che descrivono le scene

"Saturno mutato in caualo"

"la dea Pallas dinanzi la chorite de dei sonaua la caramela [l.: ciaramella]"

MCPd, Invv.559 e 560, verso