«… l’immagine collocata in copertina o sul frontespizio assume una funzionalità più esclusiva rispetto a tutte le altre proprio in virtù della sua esibizione in apertura, della sua privilegiata collocazione in margine all’opera. Tanto più se questa immagine resta l’unica, isolata realizzazione figurativa del volume, configurandosi quasi come emblematica sintesi figurata dell’intera opera» (Terzoli 2009, p. 298).

La prima edizione del Parallelo politico uscì verosimilmente nel tardo autunno del 1626 (e non nel 1627, come dichiarato sul frontespizio). In ritardo rispetto alle attese di Pompeo che l’aspettava già per fine settembre.
La stesura manoscritta, risalente già ai tempi del suo soggiorno romano, aveva riscosso il plauso di diversi senatori veneti a cui era stata sottoposta e dopo qualche aggiustamento Pompeo si era impegnato a renderla pubblica «per l’istanza fattami da molti senatori veneti padroni miei» e del «signor Luigi Cornaro, gran soggetto anco di lettere», figlio del doge Giovanni Corner (Epistolario Caimo, 383, Padova 12 agosto 1626; premessa A’ lettori gentili -Parallelo, cc. π2r-v, §1r); ma al doge, e non al figlio Luigi Corner (1588-1641) - forse per ragione di opportunità, viste le tensioni interne al governo veneziano che interessavano il doge e la sua famiglia -, e al Senato avrebbe infine dedicato il trattato, ovvero a quanti avevano avuto parte nella sua venuta a Padova.
Caimo svolse un ruolo attivo anche nella realizzazione editoriale del libro. Ne sorvegliò scrupolosamente la stampa, occupandosi innanzitutto della correzione delle bozze, come si legge nella lettera datata 9 ottobre 1626 e spedita da Padova al fratello Eusebio, laddove ricorda: «Il mio libro politico si stampa in Padova sotto la correttione di me stesso e riuscirà per mio aviso cosa molto galana, havendo osservato che a tutti quelli che l’han veduto, è piacciuto notabilmente» (Epistolario Caimo, 385, Padova 9 ottobre 1626).
La buona riuscita, «galana», è data dall'individuazione del giusto editore, dalla scelta dei caratteri adatti e del formato in 4°, ideale per accogliere un frontespizio elaborato come il ‘frontespizio architettonico’ inciso sulla carta di apertura del Parallelo politico, elemento elegante che contraddistingue buona parte della produzione di Pietro Paolo Tozzi, editore «attento alla qualità e all’estetica dell’oggetto libro» (Callegari 2002, p. 30).
Anche all’ideazione della complessa composizione figurativa del frontespizio non fu con ogni probabilità estraneo Caimo.
L'conografia allude al fulcro del contenuto dell’opera in cui si sostiene la superiorità delle repubbliche moderne rispetto alle antiche e tra esse prima fra tutte è la Repubblica di Venezia.
La struttura architettonica che incornicia il foglio presenta nel basamento, entro le fauci di un leone e guardata da due leoni alati simboli di san Marco, la veduta della città di Venezia a volo d’uccello che rinvia all’attico, dove in trono sorvegliata da altri due leoni marciani troneggia l’allegoria di Venezia, figura femminile coronata che regge con la mano destra lo scettro e con la sinistra, in sostituzione di altri più tipici attributi, lo stemma del doge Corner, il cui nome, GIOVANNI, si legge più sotto nella dedica epigrafica, dove spicca sul resto del testo per le grandi dimensioni dei caratteri capitali con cui è scritto. Al di sopra il nome dell’autore, POMPEO CAIMO, è il centro della composizione, di testo e immagine. Ai lati nelle due nicchie giganteggiano le allegorie della Fortezza e della Prudenza, scienza del bene e del male, senza la quale la Fortezza non è virtù, e insieme le due virtù hanno permesso alla Repubblica di elevarsi sulle altre (Parallelo politico 1627, 1° ed., pp. 31-32).

Iconografia e incisore del frontespizio - che si firma con la sigla BF - Pompeo Caimo li aveva già conosciuti in precedenza. Con alcuni confronti suggeriamo qui un possibile modello per quello del suo Parallelo.
Presso gli editori con cui aveva collaborato l’anno precedente, Girolamo Piuti e Giulio Strozzi, uscì un poema di quest’ultimo, che idealmente si collega alla nuova pubblicazione del medico, il cui titolo recita La Venetia edificata poema eroico di Giulio Strozzi (Venezia, G. Piuti, 1626, in 12°). I due editori avevano riproposto per il frontespizio, ridimensionando misure e complessità figurativa, l’iconografia dell’edizione in folio de La Venetia edificata uscita presso Antonio Pinelli due anni prima, nel 1624, a sua volta simile a quella di G.B. Ciotti del 1621 - queste ultime due incise da Francesco Valesio, il migliore calcografo del momento in laguna, su probabile disegno di Bernardo Castello.
Nella rielaborazione del Parallelo politico viene ripresa la veduta prospettica della città tra le fauci leonine, ma Pompeo Caimo interviene sulle figure ‘custodi’ di Venezia: sostituirà con nuove virtù e/o riferimenti iconografici la Fortezza/Guerra e la Pace, che nelle edizioni veneziane rispettano l’interpretazione iconologica dettata da Cesare Ripa all’inizio del Seicento.
Alla rappresentazione della Fortezza militare, giovane donna armata di corazza, elmo, spada e lancia (diventata un guerriero nell’edizione di Piuti) è sostituita la Fortezza virtù cardinale in una delle sue rappresentazioni ‘classiche’ di figura femminile stante che spezza la colonna; la Pace, giovane donna che reca nella mano destra un ramoscello d’ulivo e nella sinistra una fiaccola rivolta all’ingiù con la quale brucia delle armi deposte ai piedi, viene rimpiazzata con la Prudenza virtù cardinale, che tuttavia non volge lo sguardo allo specchio ma ad un libro, simbolo di saggezza. La nuova figura femminile tiene un secondo libro sotto braccio e nella mano destra un compasso, rappresentazione del giudizio misurato, attributi che si collegano sempre a questa virtù cardinale.
Caimo rinuncia al consueto specchio, attributo che insieme agli altri due caratterizzano nella cappella degli Scrovegni la Prudentia di Giotto, pittore «che fè rifiorire» la pittura «malamente condotta al verde», apprezzato e citato in questa sua nuova opera da Caimo (Parallelo politico 1627, 1° ed., pp. 10-11), ma non rinuncia al gesto della donna che solleva il braccio e rivolge il proprio sguardo per ‘specchiarsi’, ora non più nello specchio convesso ma in un libro semiaperto.
Abbandonato lo specchio, attributo della Prudenza in Giotto e della Scienza in Ripa, Caimo recupera il libro, anzi i libri, che con il compasso alludono alla Scienza.
E ancora, per concludere, nel frontespizio del Parallelo politico vi è una nuova gerarchia: la Fortezza cede il suo posto alla Prudenza-Scienza alla destra di Venezia, delineando un nuovo ordine non più basato sulla giustapposizione (Fortezza militare-Pace/Guerra-Pace), perché ora è la Prudenza-Scienza che permette alla Fortezza di divenire virtù. Così si legge nel Parallelo politico:
«… Onde si riconosce tanto più vero l’opponimento fatto da Platone, e confermato da Aristotele, che sovra toccammo, di haver malamente Licurgo indrizzati li suoi Cittadini alla sola virtù di fortezza, al solo pensiero di guerra con poca, o nulla cura dell’altre virtù, e de gli altri pensieri, che sono alla pace dicevoli. Anzi la fortezza non può essere virtù, se non va congiunta colla prudenza, ch’è la regola, e come l’anima di tutti gli habiti virtuosi, come dimostra Aristotele nel sesto dell’Etica, correggendo il detto di Socrate nel Protagora, tutte le virtù morali essere scienze, corregendolo, dico, con affermare tutte essere in compagnia della scienza, cioè della prudenza, ch’è la scienza del bene, e del male, tanto essaltata da Platone nel secondo Alcibiade, che senza lei reputa ogni virtù vana, ogni possedimento di niun proffitto, e per ciò la fortezza imprudente non può ricevere vero nome di virtù, ma e più tosto un certo ardimento temerario, un certo coraggio bellicoso più da fortuna governato, che da ragione, come leggiamo nel Lachete Platonico, e nell'Etica Aristotelica…» (Parallelo politico 1627, 1° ed., pp. 31-32; Parallelo politico 1627, 2° ed., pp. 40-41).

Una curiosità: le marche tipografiche, sorta di logo di attestazione di qualità, apposte sui libri dai produttori, furono veicolo di immagini allegoriche. Diversi editori-tipografi utilizzarono la personificazione di Venezia, come Lorenzo Pasquati di Padova; altri l'allegoria della Fama, come Giacomo Sarzina di Venezia. L'allegoria della Fortezza, nell'immagine classica della virtù teologale, la usarono Altobello Salicato e poi i suoi eredi a Venezia a partire dalla metà del '500; gli Storti preferirono, invece, la Fortezza virtù armata a metà '600. Anche la Veduta della città di Venezia fu adottata come marca, dalla Società veneta degli editori.




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