La cultura letteraria di Pompeo Caimo
di Matteo Venier (UNIUd)
Fra i secoli XV e XVI i medici avevano tradizionalmente una solida formazione filosofica e umanistica, e spesso erano dotati anche di competenze letterarie raffinate. Così Antonio De Ferrariis detto Galateo (1448?-1517), di cui sopravvive una sola opera in volgare, cioè il commento al Pater noster (1504-1508). Così Piero Leoni (1445?-1492), che Ficino chiamava complatonicus e comphilosophus, a suggellare un interesse di studio e di ricerca condiviso, e che Poliziano stimava tanto da richiederne il parere in merito alle sue traduzioni ippocratiche e galeniche e al loro relativo commento. Docente di medicina in Padova, Leoni ebbe una preziosa biblioteca che fu visitata dallo stesso Poliziano insieme al Pico. Così anche Teodoro Angelucci, figura meno nota delle precedenti, ma altrettanto interessante ai fini del discorso: quasi contemporaneo di Pompeo Caimo e come lui attivo in area veneta (pur essendo originario di Belforte), fu maestro di umanità in Treviso e poi medico in Montagnana (dove morì nel 1597); Angelucci compose una Ars medica dedicata al vicentino Alessandro Massaria, suo più illustre collega, dotato a sua volta di vaste conoscenze letterarie ed espertissimo delle lingue classiche; ma Angelucci ebbe parte anche in un’iniziativa letteraria di cospicuo rilievo: a chiosa della canzone Deus di Celio Magno, compose infatti due lezioni accademiche che furono accluse all’edizione della canzone medesima, pubblicata a Venezia nel 1597 (presso Domenico Farri), e corredata da due ulteriori paratesti esegetici, anch’essi «in chiave retorico-stilistica e sapienziale-ermetica», composti da Ottavio Menini e Valerio Marcellini: letterati amici del Magno, ideatore e orchestratore della complessa e autocelebrativa impresa editoriale.
E così, ancora, Giovanni Colle (1558-1631): oriundo di Belluno, addottoratosi in filosofia e medicina a Padova, attivo prima a Venezia, poi alla corte di Urbino, quindi dal 1623 di nuovo a Padova come docente dello Studio, egli diede prova della sua perspicacia in ambito medico soprattutto con la pubblicazione del Methodus facile (1628), dov’è adombrato il principio della trasfusione, di cui è intuita la potenzialità terapeutica; e in ambito letterario e filosofico con la fondazione nella sua città natale di un’Accademia la cui attività è testimoniata da un’alquanto caotica ma interessante miscellanea di testi (poetici e soprattutto prosastici): fra essi sette Ragionamenti dedicati alla Poetica di Aristotele e sei letture dedicate ad altrettante liriche del Canzoniere petrarchesco. L’elenco di medici-letterati – che talora per intima vocazione e per formazione scolastica erano attivi e conosciuti più in quanto letterati che in quanto medici – potrebbe essere di molto accresciuto: esso basta tuttavia a mostrare come Caimo, nella sua poliedricità, fosse professionalmente integrato, con piena legittimità, in un quadro culturale radicato e condiviso.
Un esempio evidente delle inclinazioni letterarie del medico friulano si trova anche fra le sue inedite carte con le due Espositioni alla Commedia contenute in un quadernetto custodito presso la Biblioteca civica «Vincenzo Joppi» di Udine, con segnatura Fondo principale 433: un cartaceo, di ff. II + 46 + I; mm. 190 × 130; fascicoli: I9, II7, III9; la legatura è in cartoncino rafforzato in pelle, con titolo (in scrittura del sec. XIX): «Esposizione / della Div. Commedia / di Dante», e, più in basso, a lapis: «Pompeo Caimo / morto nel 1630» (notazione imprecisa, essendo l’autore deceduto nel 1631). Nella prima parte dell’opera, ff. 1r-28v, la scrittura – che è sempre a piena pagina – è distesa in uno specchio regolare: mm 25 (145) 20 × 35 (85) 10; invece nella seconda parte, ff. 29r-46v, è dispiegata in maniera irregolare, senza preciso margine predisposto. Variabile è il numero di righe per pagina; al f. 19 ll. 32; al f. 21 ll. 31; al f. 39 ll. 25.
Che la stesura sia avvenuta in due distinti momenti, si ricava anche dalla doppia intitolazione, a f. 1r: «Espositione dell’oratione dominicale, / cioè del Pater noster, la quale oratione fu spiegata in versi da Dante / nell’undecimo canto del / Purgatorio»; e quindi, immediatamente sotto: «Vi è aggiunta un’altra spositione sovra / un’oratione fatta alla Beata Vergine / nell’ultimo canto del Paradiso, che di / proportione risponde alla Salutatione / Angelica, et / alla Salve / Regina», dove esplicitamente si avverte che la copia della parte seconda è una aggiunta.
Le Espositioni provano lo specifico interesse da parte di Caimo per la poesia dantesca; un interesse che ha riscontro puntuale nelle opere a stampa, dove la Commedia è fra i testi in assoluto più citati: ne era consapevole Umberto Cosmo che nella sua ampia panoramica sulla ricezione della Commedia nel Seicento, citava Caimo quale cultore di Dante, pur bollandone la scrittura con un giudizio poco lusinghiero; e più tardi Uberto Limentani, pronunciando il 25 novembre 1963 la sua inaugurale lettura del corso di Letteratura italiana presso l’Università di Cambridge, osservava a sua volta come in una temperie critica sfavorevole, o almeno non particolarmente interessata alla Commedia, proprio Caimo dimostrasse un sicuro apprezzamento, citando il Poeta con frequenza programmatica nel Parallelo politico. E infatti proprio nel Parallelo (1627) si susseguono quindici esplicite citazioni dantesche, tratte tutte dalla Commedia. Possiamo in aggiunta osservare che ancor più frequenti, più estese e più articolate sono le trentuno citazioni che si rinvengono nell’ultima opera pubblicata in vita, cioè il Dell’ingegno humano (1629). Istruttivo è il confronto con il Petrarca, il quale detiene a sua volta una cospicua parte nel trattato, poiché del suo Canzoniere vengono addotti esplicitamente ben 24 luoghi: si tratta tuttavia di una parte inferiore numericamente a quella di Dante, ma soprattutto meno rilevante dal punto di vista funzionale, avendo essa un fine di carattere eminentemente probatorio o esornativo. In maniera diversa, i versi della Commedia acquistano in più casi una centralità sostanziale. Il pensiero stesso di Pompeo si organizza e si dipana a partire da concetti veicolati da quei versi medesimi. Dell'opera dantesca il medico udinese possedeva un'edizione commentata da Bernardino Daniello († 1565), Dante con l'espositione di m. Bernardino Daniello da Lucca, sopra la sua Comedia dell'Inferno, del Purgatorio, & del Paradiso; nuouamente stampato & posto in luce (In Venetia, appresso Pietro da Fino, 1568; BUPd 63.a.115).
La predilezione per l’opera di Dante è esplicitamente riconosciuta in un passo Dell’ingegno humano, dove viene suggellata anche una nota celebrativa del poeta fiorentino (p. 250): E nella nostra lingua chi ardirà di opponere ignoranza a quel mostro di natura e d’arte, Dante, il cui poema è pieno di bellezze proprie dell’eloquenza, ma tanto colmo di varia e profonda dottrina, che a ragione si vantò che gli havea posto mano e cielo e terra e destò i lettori a riconoscere i suoi alti pensieri dicendo: «O voi, che avete gl’intelletti sani, / mirate la dottrina, che s’asconde / sotto il velame degli versi strani» [If IX 61-63]. Meno frequente, ma niente affatto ignorabile, l’apporto dantesco nel postumo e di incerta datazione Dialogo delle tre vite riputate migliori, pubblicato a cura del nipote Giacomo, dove, nel corso di un confronto dialettico fra il politico e lo scolare (due dei quattro personaggi dialoganti, a cui si aggiungono l’amante e il giudice), ricorre una lunga considerazione a proposito di If III 58-60 (pp. 125-127). Ancora si deve notare come l’opera di Dante costituisca un riferimento non eludibile, anche laddove testimonia una linea di pensiero da cui Pompeo si discosta, perseguendone una propria, difforme e persino contraria. Ciò cápita riguardo a un tema essenziale della sua riflessione, ovvero quello relativo alla nobiltà, cui è dedicato il trattatello De nobilitate. L’opzione linguistica non pare casuale: se nelle citate opere di carattere politico-morale è usato uniformemente il volgare, il latino risponde qui probabilmente a un’esigenza di accresciuta solennità, conforme alla gravità di un argomento discusso in modo continuativo sin dal tardo Medioevo, ma in quel periodo avvertito con urgenza speciale, e oggetto perciò di vari contributi, tra cui quelli del senese Alessandro Piccolomini, autore della Institutione di tutta la vita de l’homo nato nobile e in città libera (Venezia, Scoto, 1542), e di Giambattista Possevino, autore di un Dialogo dell’honore (Vinegia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari e fratelli, 1553). Pubblicato anch’esso postumo e sempre per iniziativa del nipote Giacomo, il De nobilitate sembra risalire all’ultimo periodo di attività, stando almeno a quanto scrive il curatore nella dedicatoria a Domenico Molin. L’argomentazione, anche nel caso, ha al suo centro Dante, di cui viene richiamata la canzone Le dolci rime d’amor ch’io solia, commentata nel quarto libro del Convivio. Il cursorio esame dei trattati a carattere politico-morale dimostra la salda e continuativa consuetudine di Pompeo con la poesia della Commedia: essa è parte sostanziale della sua cultura letteraria, detiene un ruolo attivo e fecondo nella costruzione dell’argomentazione ed è imprescindibile punto di riferimento per l’autorevolezza accreditatale.
Se guardiamo al complesso delle due Espositioni vi riscontriamo un apporto di autori italiani sostanzialmente inferiore a quello dei classici greco-latini. Oltre alle due autorità per eccellenza, Dante e Petrarca, oltre a Paolo Beni e agli ormai canonici Bembo e Tasso, vi si riscontra la conoscenza e la lettura di Alessandro Guarini, Teofilo Folengo, Antonio Minturno e Benedetto Varchi, cui vanno aggiunti ancora Teodoro Angelucci, con le due lezioni accademiche intese a commentare la canzone Deus di Celio Magno; Cristoforo Landino con le Disputationes Camaldulenses; e Scipione Bargagli con I trattenimenti. L’uso di tali fonti non sempre viene esplicitato: spesso, anzi, i materiali assunti sono riutilizzati e tacitamente riversati nella trattazione, secondo usanza diffusa nella cultura umanistica e quindi tardo rinascimentale per la quale i lavori altrui divenivano spesso «una vera e propria res nullius, di cui servirsi in compilazioni nuove, senza l’incombenza di dover denunciare la fonte». Tale attitudine si ravvisa specie per alcune citazioni di classici greci, che sembrerebbero a tutta prima frutto di conoscenza diretta, ma che si rivelano poi essere derivate da fonte intermedia, sottaciuta.
Fra gli autori italiani il più citato (s’intende dopo Dante) è Francesco Petrarca. Continuativi sono gli importi dal Canzoniere, di cui Pompeo possedeva tre edizioni, oggi custodite presso la Biblioteca Universitaria di Padova: Li sonetti canzone triumphi del Petrarcha con li soi commenti curata da Francesco Filelfo (Venezia, Bernardino Stagnino, 1519; BUPd 52.b.74); Sonetti, Canzoni e Triomphi di messer Francesco Petrarcha con la spositione di Bernardino Daniello da Lucca (Venezia, Giovanni Antonio Niccolini da Sabbio, 1541; BUPd 53.a.74) si tratta della prima redazione del commento daniellano; Il Petrarcha con l’espositione d’Alessandro Vellutello di novo ristampato con più cose utili in varij luoghi aggiunte (Venetia, al segno della Speranza, 1550; BUPd 57.a.195). La seconda è stata da Pompeo postillata in modo abbastanza continuativo, tramite richiami delle liriche, del commento di Bernardino, e tramite anche originali confronti istituiti con la tradizione classica, soprattutto latina: ciò che sottende uno studio attivo e continuativo dei fragmenta, una dimestichezza di cui le Espositioni – come anche le opere edite in vita e postume – sono ulteriore riprova.
Fra le prove letterarie di Pompeo Caimo una si conserva all’interno dell’esemplare che trasmette il testo greco della Fisica aristotelica, impresso a Parigi nel 1556 (Aristotelous Physikēs akroaseōs biblia VIII, Parisiis, apud Guil. Morelium, in Graecis typographum regium, 1556; BUPd 64.a.37). Un volume particolarmente caro a Pompeo, che oltre ad essere contraddistinto sul margine inferiore del frontespizio dalla sua nota di possesso significativamente variata, «Ex libris selectioribus Pompeij Caimi Vtin.», reca inoltre sul recto del terzo foglio di guardia un sonetto celebrativo del filosofo; la mano è, con tutta evidenza, quella di Pompeo:
Encomio di Aristotele
Se ’l furto è biasmo e grave pena attende
chi s’induce a involar quel ch’ è d’altrui,
perché sì chiaro è ’l grido di costui,
che i secreti a Natura invola e stende?
Qual ladro il suo mal nato argento spende,
e piacer merca e nome anco da lui,
tal questi face alteri i pregi sui
con quel ch’ella nasconde, ed ei le prende.
Ah, ché il furto è diverso, e in varie tempre
l’uno e l’altro si adopra, e varij effetti
da sé produce e produrravi sempre.
Escon dal primo ruinosi obietti,
onde huomo impoverisca e si distempre,
l’altro ai fatti in natura arroge i detti.
Un sonetto su quattro rime (incrociate e alterne), di carattere concettoso e a tratti oscuro: non un capolavoro, ma una prova di abilità, che dimostra buona consuetudine con la tradizione, a cominciare dal primo verso, il cui secondo emistichio echeggia il dantesco «Caina attende chi a vita ci spense»; e per concludere con quell’arroge, voce letteraria, attestata anche in un verso del Canzoniere (nella canzone d’anniversario L 53: «E duolmi ch’ogni giorno arroge al danno», cioè ‘mi duole che ogni giorno aggiunga qualcosa al mio male’, dove l’espressione è forse mediata dal lessico giuridico-mercantile). Con tratto ironico e paradossale insieme, il filosofo vi è descritto come colui che ha sottratto i segreti della natura, ma, contrariamente a un ladro, non teme di ostentare la refurtiva. A bene intendere occorre ricordare che la lirica è iscritta in apertura di un’edizione della Fisica, trattato in cui si svelano i concetti cardine del divenire, dei luoghi naturali, dell’infinito, ecc.: con ciò forse si spiega il tema del furto operato ai danni di natura; nello sviluppo, si precisa tuttavia che l’atto compiuto da un ladro sortisce effetti rovinosi («ruinosi obietti»); molto diversamente quello compiuto da Aristotele «ai fatti in natura arroge i detti», cioè, se intendo bene, ai fenomeni naturali («fatti in natura») Aristotele aggiunge (arroge) la descrizione dei medesimi, la spiegazione cioè di quei fenomeni (i detti). Una composizione encomiastica, come esplicitato nel titolo, che rientra in cliché antico (attestato già nella Anthologia Graeca e Latina), e che ha speciale fioritura in epoca umanistica, soprattutto con l’avvento del la stampa: le edizioni di classici, come Virgilio, quasi sempre sono introdotte da epigrafi elogiative dell’autore e dell’opera, concepite in epoca sia tardo-antica che umanistica. Del sonetto copiato sull’edizione della Fisica, non trovo testimonianza ulteriore; di qui l’ipotesi che possa trattarsi di una composizione originale del medesimo Pompeo.
La galleria qui sopra propone:
I primi due fogli delle due Espositioni alla Commedia contenute in un quadernetto custodito presso la Biblioteca civica «Vincenzo Joppi» di Udine, con segnatura Fondo principale 433.
Il frontespizio dell'esemplare di Dante con l'espositione di m. Bernardino Daniello da Lucca, sopra la sua Comedia dell'Inferno, del Purgatorio, & del Paradiso; nuouamente stampato & posto in luce (Venezia, Pietro da Fino, 1568; BUPd 63.a.115) posseduto dal medico udinese che si firma «di Pompeo Caimo» cancellando una precedente nota di possesso: «M. Antonij Pagani», il francescano Marco Antonio Pagani (1526-1589). Sulla carta di guardia anteriore una breve composizione forse di mano Caimo: «Di Roma, sin al cul, bon dì, bon'anno / O voi che state lì tra'l tre, e'l quattro / A contemplare la nona figura, / Andate pur leggendo il conseguente, / Ch'intenderete poi l'antecedente / Aiutatemi o' voi Dant,'e» che sembra riecheggiare la quartina attribuita a Dante: «Tu che beffeggi la nona figura, / E sei da manco de l’ antecedente: / Va, e raddoppia la sua sussequente, / Che ad altro non t’ ha fatto la natura» (Tommaso Costo, Il fuggilozio, Venezia, Bonfadino, 1613, pp. 188-189). Sulla carta di guardia posteriore di questo esemplare sono presenti le note di possesso di Luca Stella cui segue quella di Marco Antonio Pagani con elenco e in fine si legge: «Alli 2 di ottobre 1592 incominciai andare ala scola di cantare».
Le tre edizioni del Petrarca possedute da Pompeo Caimo: quella curata da Francesco Filelfo (Venezia, Bernardino Stagnino, 1519; BUPd 52.b.74), quella commentata da Bernardino Daniello (Venezia, Giovanni Antonio Niccolini da Sabbio, 1541; BUPd 53.a.74) e quella di Alessandro Vellutello (Venetia, al segno della Speranza, 1550; BUPd 57.a.195). La seconda è postillata in modo abbastanza continuativo dal medico udinese.
I frontespizi di due edizioni di Pietro Bembo possedute da Caimo: Le prose di m. Pietro Bembo. Nelle quali si ragiona della volgar lingua, Venezia, Andrea Arrivabene, 1557 (BUPd 62.a.240) e Delle rime, Roma, Valerio Dorico, 1548 (BUPd 63.a.37). Sul recto della terza carta di guardia anteriore di quest'ultima edizione è presente la nota di possesso «Di Pompeo Caimo», mentre è depennata ma ancora leggibile una precedente nota di possesso: «Io. Delphini», forse potrebbe trattarsi di Giovanni Dolfin (1545-1622) Riformatore dello Studio di Padova e poi cardinale.
I frontespizi con le note di possesso del medico udinese de La Gierusalemme di Torquato Tasso, Genova, Giuseppe Pavoni, 1604 (BUPd 1.b.214); La humanità del figliuolo di Dio in ottava rima di Teofilo Folengo - curata dal fratello Giovanni Battista -, Venezia, Aurelio Pinzi, 1533 (BUPd 62.a.108); L'Hercolano di Benedetto Varchi, Venezia, Filippo Giunta, 1570 (BUPd 40.c.84); le Quaestiones Camaldulenses di Cristoforo Landino [Venezia, Brenta, ca 1507] (BUPd SEC.XV.982).
Il frontespizio della Fisica aristotelica, stampata a Parigi nel 1556 (Aristotelous Physikēs akroaseōs biblia VIII, Parisiis, apud Guil. Morelium, in Graecis typographum regium, 1556; BUPd 64.a.37). Un volume contraddistinto sul margine inferiore del frontespizio dalla nota di possesso Caimo significativamente variata: «Ex libris selectioribus Pompeij Caimi Vtin.». L'esemplare reca inoltre sul recto del terzo foglio di guardia un sonetto celebrativo del filosofo; la mano è, con tutta evidenza, quella di Pompeo.
