L'edizione dei retori greci
di Matteo Venier (UNIUd)

Tra i libri greci posseduti da Pompeo Caimo si trova anche l'edizione aldina dei retori greci, contenente: Isokratous Logoi. Alkidamantos, kata sophistōn. Gorgiou, Helenēs enkōmion. Aristeidou Panathēnaikos. Tou autou Romēs enkōmion. Isocratis Orationes. Alcidamantis contra dicendi magistros . Gorgiae de laudibus Helenae. Aristidis de laudibus Athenarum. Eiusdem de laudibus urbis Romae, Venezia, Aldo Manuzio & Andrea Torresano, 4 maggio 1513 (BUPd 62.a.21; nel seguito A). Dell’appartenenza del volume alla biblioteca di Caimo, fa fede la nota di possesso autografa apposta sul frontespizio, in calce alla marca tipografica: «Ex libris Pompej Caimj Vtinensis». 
L’edizione è composta di due distinte parti: la prima, contenente gli scritti isocratei, si conclude a p. 197, dove è un primo colophon («Venetiis, apud Aldum et Andream Socerum, mense April(is) MDXIII») e un primo registro (riferito a questa prima parte soltanto); seguono tre pagine bianche, prive di numerazione, le quali nel seguito saranno indicate come pp. 197b, 197c, 197d; comincia quindi la seconda parte, ma con numerazione discontinua. Essa procede infatti da p. 98 fino a p. 167, dov’è apposto un secondo e seriore colophon («IIII Nonarum Maii 1513») e un secondo registro (riferito al volume nella sua interezza). In apertura della seconda parte (pp. 98-102) è stampata l’orazione di Alcidamante Peri tōn sophistōn, opera di cui l’aldina costituisce la princeps.
Alla p. 197, nello spazio bianco sottostante il registro, e alle pp. 197b, 197c, 197d (interamente bianche, come già detto), Caimo ha riportato una propria integrale traduzione latina dell’orazione, il cui testo non si dipana però (come ci si attenderebbe) secondo l’ordine progressivo delle pagine bianche disponibili, ma comincia da p. 197c e prosegue quindi alle pp. 197d, 197, 197b, dove si conclude. Più precisamente, in ciascuna pagina sono iscritte le seguenti porzioni testuali (il riferimento è al numero di paragrafo e di linea dell’edizione di Alcidamante curata da Guido Avezzù; con P si indica la mano di Pompeo Caimo sulla citata edizione aldina dei retori greci):
197c: 1,1 (preceduto dal titolo: «Alcidamantis de scriptas orationes scribentibus, vel de │ sophistis interprete Pompeo Caimo»)-10,55;
197d: 10,55-19,18;
197a: 19,19-24,47;
197b: 25,47-34,17 (explicit: «prudentis nomen apud prudentes omnes iure optimo reportabit. Finis»).
Forse perché la dislocazione del testo risulta anomala e foriera di confusione, alla p. 197 Pompeo ha apposto una lettera b sopra il primo rigo della traduzione, intendendo con ciò segnalare che questo foglio corrisponde al secondo della traduzione (il primo essendo quello corrispondente alle pp. 197c-197d).
Un’operazione di restauro (infausta anziché propizia, come spesso accade) ha compromesso rilevanti parti della versione: a principio e a fine di rigo, alternativamente, la scrittura è stata deleta a causa della rifilatura dei margini. A p. 197c è stato inoltre rifilato un rigo di scrittura sovrastante il titolo (ne sopravvive solo una traccia, consistente in alcune aste inferiori di lettere). Chissà che qui non fossero tràdite informazioni utili circa il contesto e la cronologia della versione, dati che al momento restano oscuri e su cui potremo solo ventilare qualche ipotesi. Ma oltre che dalla perdita di porzioni testuali (danno in alcuni casi sanabile congetturalmente, tramite confronto con l’originale greco), la lettura della versione è resa ostica anche dalla scrittura corsiveggiante del traduttore, la quale diviene in alcune occorrenze tanto rapida da risultare di decifrazione incerta. Va poi osservato che il testo risulta in più occorrenze corretto con l’apporto di varianti o cancellazioni.
Così ad es. nei primi dieci capitoli dell’orazione:
1,2 τοῦ δύνασθαι λέγειν / in dicendi arte (arte P2 supra lineam : facultate P1);
3,17 οὔτε φύσεως ἁπάσης / id quidem non omnis na<turae> (quidem ex corr. : autem P1, ut videtur);
4,5 καὶ τοῖς ἀπαιδεύτοις ῥᾴδιον πέφυκεν / id vel his demum quos nulla excoluit disciplina expeditum natura fecit (ex ante his P1 : del. ex P2);
6,31 εἰκός / eo probabile est (eo add. P2 s.l.);
9,51 δημηγοροῦσι / his qui in iudiciis versantur (in add. P2 s.l.; versantur ex corr.);
Notevole il caso di 23,39-40
ὥστε προϊδεῖν ἀκριβῶς τίνα τρόπον αἱ γνῶμαι τῶν ἀκουόντων πρὸς τὰ μήκη τῶνλεγομένων ἕξουσιν, poiché nel caso sono lasciate convivere nella versione due differenti traduzione dello stesso passo: ut exacte praevi<dere> quonam pacto audientium sensus ad longitudinem dicendorum sese habituri sint. Ut exac<te> fiat praevisio quonam se pacto habituri sint audientium mentes ad longitudinem dicendum.
Il fatto stesso che la traduzione sia stata realizzata nelle pagine bianche di A suggerisce che il testo greco utilizzato da Caimo sia quello a stampa tràdito dalla stessa edizione; qualsiasi altra ipotesi sarebbe antieconomica, ma, in aggiunta e a conferma, si possono osservare almeno due traduzioni le quali presuppongono necessariamente il greco di A (e non altro):
6,27-28 Ἔπειτα τοῖς μὲν λέγειν δεινοῖς οὐδεὶς ἂν φρονῶν ἀπιστήσειεν ὡς οὐ μικρὸν τὴν τῆς ψυχῆς ἕξιν μεταρρυθμίσαντες (οὐ μικρὸν mss. : οὐ omisit A) / Accedit quod dicendi per<itis> nullus sana praeditus mente fidem ademerit, quod si parumper ingenii intenderint aciem: è evidente che il parumper della traduzione presuppone l’omissione di οὐ propria di A (e solo di A).
27,66-28,67 τὸν αὐτὸν τρόπον ὁ γεγραμμένος λόγος, ἑνὶ σχήματι καὶ τάξει κεχρημένος, ἐκ βιβλίου μὲν θεωρούμενος ἔχει τινὰς ἐκπλήξεις (κεχρημένος mss. : γεγραμμένος A) / eodem plane pacto oratio conscripta figuram quandam et <ordi>dinem scriptione preferens ex libro contacta quasdam admirationes excitat: anche se non rigorosa e fedele, la versione lascia qui chiaramente trasparire, nella parola scriptione, il greco γεγραμμένος in luogo di κεχρημένος della tradizione manoscritta.
Dunque: una traduzione copiata su supporto non ordinario – le pagine bianche di una pregevole edizione aldina – e in sequenza non ordinata e non consequenziale; una scrittura corsiveggiante, a tratti caotica; varie correzioni, alcune, parrebbe, operate inter scribendum (è il caso, io ritengo, di 9,51, dove la traduzione his qui in iudiciis versantur pare sostituirsi a una precedente, appena abbozzata); giustapposizione, nella versione stessa, di due traduzioni di un medesimo passo (23,39-40). Così riepilogati i dati indicano che Pompeo Caimo lavorava alla traduzione direttamente su A; avrà probabilmente utilizzato qualche foglio volante, aggiuntivo, per appuntarvi note lessicali o abbozzi di traduzione (specie laddove il greco comportasse difficoltà esegetiche peculiari); ma non ricopiava in A un lavoro già bell’e pronto, cavato da un precedente antigrafo. Il testo di A ci appare a tutti gli effetti come una minuta. Non si tratta però di un lavoro estemporaneo, realizzato in proprio, solo funzionale a esercitare il greco (lingua nel contesto culturale dell’epoca pienamente necessaria a qualsiasi rispettabile carriera accademica).
Da un punto di vista cronologico, la versione contenuta in A fu realizzata sicuramente prima del 1631 (data di morte del Caimo), pertanto essa precede di più di un secolo la prima a stampa, quella francese pubblicata nel 1781 dall’abate Athanase Auger e inclusa nell’opera completa di Isocrate tradotta dall’Auger medesimo. Nel secondo Cinquecento di Alcidamante era stato tradotto in latino solo l’Odisseo a opera di Wilhelm Canter; e già era stata tradotto l’intero corpus di Isocrate. Pertanto l’attenzione rivolta da Caimo al Peri tōn sophistōn non era casuale, ma dettata dalla consapevolezza che, fra i testi retorici trasmessi da A, proprio quello era sprovvisto ancora di adeguata esegesi e traduzione.
È plausibile, ancorché non dimostrabile, che una siffatta consapevolezza maturasse negli anni di studio universitari, compiuti con la laurea nel 1592. Nella cultura padovana dell’epoca era vivacissimo l’interesse per la Retorica aristotelica: volgarizzata da Alessandro Piccolomini, tradotta in latino da Antonio Riccoboni (BUPd 40.c.171.1-2), essa costituisce anche una fonte essenziale di citazioni e di allegati giudizi (spesso severi) sulla prosa alcidamantea, la quale doveva perciò essere argomento di discussione, come anche dimostra l’attenzione riservatale dal Riccoboni in opere di commento al trattato aristotelico. E l’eloquenza conservava nella cultura padovana tardo rinascimentale una pratica e intatta funzione, specie in ambiente accademico: sia in occasioni ufficiali, immancabilmente celebrate da pubbliche orazioni; sia nella quotidiana pratica didattica, specie quando fra docenti dall’ingombrante personalità – si pensi al Robortello, al Sigonio, allo stesso Riccoboni, a Paolo Beni – insorgevano dispute velenose di cui restano documento libelli d’impianto schiettamente oratorio, originati nell’alveo della più viva oralità, cioè di lezioni tenute ex cathedra a fronte di una platea di studenti, talora contesi fra le parti avverse. Se ne può arguire che un testo come quello di Alcidamante, che asseriva e intendeva dimostrare la primazia dell’espressione orale su quella scritta, suscitasse in tale contesto un certo interesse e potesse risultare di ancora fresca attualità.
Agli anni di studio padovani sembrano doversi ricondurre non solo la traduzione del Peri tōn sophistōn, ma anche il volgarizzamento del libro XVII del De usu partium di Galeno (BUPd 83.a.32), nonché il frammento di un volgarizzamento del matematico Nicomaco di Gerasa compiuto da Caimo insieme a un Camillo Teggia (suo amico e forse suo contubernale), che è allegato a un esemplare dell’edizione Nikomachou Gerasinou Arithmētikēs biblia dyo. Nicomachi Gerasini Arithmeticae libri duo…, Parisiis, in officina Christiani Wecheli, 1538 (BUPd 52.b.78, con nota di possesso: «Ex libris Pompeii Caimi Vtinensis»), un foglio mutilo con titolo: «Nicomaco Gerasino / libri duo d’Arithmetica fatti volgari da Pompeo Caimo et da / Gamillo Teggia». Si tratta certo di esercitazioni versorie, che nascevano però e maturavano in un fervido contesto di studi ed erano inseriti in una solidissima tradizione culturale, nella quale la traduzione dal greco al latino o dal greco al volgare costituiva un impegno consueto per studiosi già affermati e per docenti dello Studium, prima ancora che una ovvia pratica didattica per i più giovani allievi.
Nella galleria qui sopra vengono presentati:
Il frontespizio dell'edizione aldina dei retori greci pubblicata a Venezia nel 1513 (BUPd 62.a.21), posseduta da Pompeo Caimo, con la traduzione manoscritta dello stesso Caimo di «Alcidamantis de scriptas orationes scribentibus, vel de sophistis interprete Pompeo Caimo» alle pagine 197c, d, a, b. Segue un esempio di postilla in greco di Caimo a p. 109 della stessa edizione.
Frontespizi delle due parti della Artis rhetoricae libri tres di Aristotele tradotti in latino da Antonio Riccoboni (BUPd 40.c.171.1-2). Sul frontespizio della prima parte compare la nota di possesso: «Ex libris Pompeij Caimi».
Frontespizio dell'edizione di Claudio Galeno De usu partium corporis humani, libri decem & septem con la nota «Ex libris Pompeij Caimj Vtinensis» (BUPd 83.a.32). Sul verso della carta di guardia anteriore la nota di mano Caimo: «Un di Pergamo il segue, e da lui pende / L'arte guasta fra noi, all'hor non vile, / Ma breve e oscura; ei la dichiara e stende» (Petrarca, Trionfo della fama, III, vv. 70-72). Alla fine del testo comincia la traduzione in volgare di Pompeo Caimo dell'ultimo libro del De usu partium di Galeno.
Frontespizio dell'edizione del matematico Nicomaco di Gerasa Arithmētikēs biblia dyo. Nicomachi Gerasini Arithmeticae libri duo…, (BUPd 52.b.78). Sotto la marca tipografica è presente la nota di possesso: «Ex libris Pompeii Caimi Vtinensis». Al temine dell'opera è stato aggiunto un bifoglio contenente il frammento di un volgarizzamento di questo testo realizzato da Caimo insieme a Camillo Teggia.
