Cesare Pecile: vivere vicino a un Maestro

di Renato Bozio

Cesare Pecile diceva che dai suoi colleghi universitari veniva spesso definito un “cane sciolto” e un illuminista. Ho sempre avuto il sospetto che in realtà questa fosse la definizione che Cesare dava di se stesso. Molti episodi della sua biografia sembrano confermarlo.

Tra i moltissimi documenti che Pecile ci ha lasciato e che consentono una ricostruzione quasi minuziosa del suo percorso professionale e culturale e delle motivazioni ideali che lo hanno spinto, quelli che meglio consentono di riconoscere questa cifra del suo carattere sono i due pamphlet che avevano come oggetto il rettore come vertice del governo dell’Ateneo. Recano due titoli che suonano in apparente palese contraddizione: “Contro il portar la toga” e “Per il portar la toga (di rettore)”. Angelo Bassani, che mi seguirà negli interventi di questa mattina, sta completando una biografia di Pecile che ricostruirà in maniera puntuale non solo gli eventi di cui fu protagonista Pecile e i rapporti che ebbe con gli altri protagonisti ma anche il clima e le problematiche accademiche del tempo.
Dunque, “Contro il portar la toga” fu scritto in forma di lettera aperta indirizzata all’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini che sarebbe, a breve, venuto a Padova in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico l’8 febbraio 1980. La lettera fu scritta in aperta polemica con l’allora rettore Luciano Merigliano, eletto due anni prima per la terza volta, verso il quale Pecile muoveva l’accusa di un esercizio monocratico e autoritario delle funzioni di rettore. In particolare, al rettore Merigliano veniva imputato di aver omesso, anzi di aver pervicacemente ostacolato, l’instaurarsi di un corretto rapporto tra rettorato e corpo accademico. Con riferimento all’art. 33 della Costituzione, che riconosce alle università il diritto di darsi ordinamenti propri, Pecile riconosceva nel Corpo accademico l’organo di governo che avrebbe dovuto esprimere le linee generali degli ordinamenti autonomi delle sedi universitarie.
Le tesi del “Contro il portar la toga” vanno collocate nel loro contesto storico che è quello del periodo precedente la pubblicazione del DPR 382/80 quando la gestione delle università era fortemente centralizzata a livello ministeriale. Il corpo accademico cui Pecile fa riferimento, è quello dei professori aventi diritto ad esprimere il loro voto nelle elezioni del rettore. In quelle del 1978, che conferirono il terzo mandato al rettore Merigliano, gli elettori erano 414, poco di più dei membri della Facoltà di Scienze recentemente sciolta.
Il concetto di governo del Corpo accademico, certamente utopico se riferito alla realtà odierna delle università, contiene in realtà un richiamo forte alla responsabilità individuale dei docenti universitari. Più volte nel pamphlet Pecile individua la causa delle distorsioni che denuncia nella “mostruosa alleanza tra burocrati immobilisti e professori assenteisti” coniugata diabolicamente con una realtà in cui il singolo docente si trova privo di ogni informazione e confinato nei limiti settoriali ed angusti della sua Facoltà (e oggi diremmo del suo Dipartimento).

 “Per il portar la toga” fu scritto dopo la parziale riforma del DPR 382/80 e il secondo pamphlet che Cesare scrisse è una testimonianza del nuovo clima e delle speranze che aveva acceso nell’università italiana. Erano imminenti le elezioni del 1980 per un nuovo rettore e il documento era il veicolo con il quale Pecile presentava la propria candidatura al rettorato. Ancora una volta, in realtà, egli mirava a costituirsi come voce critica per stimolare il più ampio dibattito sulle problematiche e sui programmi di governo dell’Ateneo. La riforma del 1980 aveva ampliato la composizione del corpo elettorale, includendovi i professori incaricati stabilizzati e rappresentanti degli assistenti. Per ciò stesso aveva posto le basi per un radicale rinnovamento. Va detto subito, però, che l’elezione si concluse con un quarto mandato conferito al rettore Merigliano. Credo che ci sia buona ragione per affermare che fu una dimostrazione della lentezza (o resistenza) con la quale i docenti sono pronti a cogliere le opportunità positive presenti anche in provvedimenti legislativi parziali, se non contradditori.
Per i più giovani, ricordo che la riforma 382 aveva introdotto elementi di autonomia delle sedi universitarie, l’organizzazione in Dipartimenti e il dottorato di ricerca. Una qualche forma di rinnovamento non avrebbe quindi potuto tardare a manifestarsi. Seguì quindi una serie di elezioni rettorali che realizzavano una rotazione tra le aree scientifico-culturali dell’Ateneo: Cresti (Fisico), Bonsembiante (Veterinario), Muraro (Economista), Marchesini (Ingegnere), Milanesi (Filosofo), Zaccaria (Scienziato politico)

Ma torniamo alla figura di Cesare Pecile per ricordare come molte delle sue idee in materia di governo e gestione dell’università, forse troppo in anticipo sui tempi, abbiano trovato realizzazione seppure in un ambito definito ma comunque ampio, cardine di ogni università moderna. Mi riferisco al lungo periodo (nove anni, dal 1990 al 1999) della sua presidenza della Facoltà di Scienza MM.FF.NN..
La sua Presidenza, fu caratterizzata da profondi cambiamenti.
Egli identificò nel Consiglio di presidenza, composto dai direttori dei Dipartimenti di tutte le aree scientifiche della Facoltà, oltre che dai presidenti dei Consigli di Corso di Laurea, la sede di elaborazione collegiale delle proposte da sottoporre al Consiglio di Facoltà. I dipartimenti venivano in questo modo profondamente coinvolti nella definizione delle linee di sviluppo e nell’impiego delle risorse affidate alla Facoltà. La collegialità delle decisioni fu assicurata con la creazione di una Commissione “Risorse e Programmazione” il cui ruolo fu fondamentale per raggiungere il consenso dell’intera Facoltà nel compiere passi molto difficili. La commissione, recependo gli indirizzi che Pecile ispirò, fu la sede nella quale vennero discussi e formulati i nuovi e lungimiranti criteri esposti nel cosiddetto “Libro Verde”:
-    cadde il principio della “non ingerenza”, e di conseguenza ogni utilizzazione di risorse da parte di un’Area della Facoltà doveva essere motivata e sottoposta al vaglio di tutti i rappresentanti delle altre Aree nella Commissione.
-    la programmazione per periodi triennali, costantemente aggiornata, divenne un obbligo per le Aree, e le relative formulazioni divennero oggetti di dibattito e non più di semplici comunicazione da avallare;
-    si introdussero la valutazione dell’attività di ricerca e quella dell’attività didattica, come criteri-guida nella gestione delle risorse, precorrendo i tempi;
Questo modo di operare, in quanto assicurava il coinvolgimento e la corresponsabilità di Aree e Dipartimenti di una Facoltà molto composita, divenne un canone anche per tutti coloro che succedettero a Cesare nella Presidenza e nelle posizioni di responsabilità della Facoltà. Ritengo che ebbe un ruolo non secondario nell’assicurare alla Facoltà di Scienze di Padova il primato nelle valutazioni nazionali che si sono succedute fino alla chiusura delle Facoltà.

Veniamo infine al tipo di attività e di iniziative di Pecile che sono più direttamente attinenti all’occasione odierna della intitolazione della Biblioteca di Scienze Chimiche. Mi limito a citare alcuni elementi essenziali poiché i colleghi che mi seguiranno sapranno testimoniare meglio di me quanto Cesare Pecile sia stato ispiratore e promotore dello sviluppo delle strutture bibliotecarie dell’intero Ateneo.
Mi piace ricordare che il ruolo che egli assunse in Ateneo ebbe le sue radici nel molto lavoro che svolse in ambito prima degli Istituti e poi dei Dipartimenti dell’area Chimica.
Nel 1971 fu istituito il Seminario chimico – poi Centro Interchimico – per la gestione delle strutture didattiche – aule e laboratori – e della Biblioteca unificata degli Istituti chimici. Per i dieci anni successivi egli diresse la Biblioteca portandola al livello di quelle delle più qualificate università estere. Già proiettato verso la creazione di strumenti che servissero l’intero Ateneo, curò la pubblicazione del Catalogo dei periodici scientifico-tecnici dell’Università di Padova, che vide due edizioni, nel 1977 e nel 1981.
Quando il rettore Cresti nel 1985 volle istituire la Commissione di Ateneo‚Ä®per l’organizzazione e la centralizzazione delle Biblioteche (CAB), la scelta della persona cui affidarne il coordinamento e la direzione era ovvia: la individuò in Cesare Pecile. A lui fu affidata anche la presidenza della Commissione di Ateneo per la sperimentazione dell’automazione delle biblioteche (CASAB) istituita nel 1987. Con la collaborazione degli illustri colleghi che continuarono la sua opera: Il Prof. Francesco Favotto che gli succedette alla direzione delle due commissioni e la Prof.ssa Laura Tallandini, tuttora delegata del Rettore al Sistema Bibliotecario di Ateneo – Pecile delineò il progetto di sviluppo delle Biblioteche che proiettò il nostro Ateneo all’avanguardia in questo settore nel panorama nazionale. I colleghi Favotto e Tallandini hanno accettato con grande piacere di portare oggi la loro testimonianza per il caro ricordo che ancora li lega a Cesare Pecile.

  Molto altro sarebbe possibile dire di ciò che Pecile ha rappresentato per il nostro Ateneo grazie alla sua generosa e incondizionata dedizione e alla sua intelligente e lungimirante visione. Ma seppure brevemente e in chiusura non vorrei omettere quell’aspetto della sua personalità di uomo di grande cultura che ne ha fatto il protagonista di iniziative quali l’istituzione della Cattedra Galileiana di Storia della Scienza e il promotore del Centro di Ricerche in Storia e Filosofia delle Scienze. Ciò che ereditiamo da questo suo amore per gli aspetti storico-filosofici che avvicinano la cultura scientifica e quella umanistica è la donazione di un ricco fondo librario personale contenente anche preziosi volumi antichi. Di questo fondo, che arricchirà il nucleo della Biblioteca di Storia della Scienza presso l’ex sede della Presidenza di Facoltà, ci riferirà la Dr.ssa Paola Mario che ne ha curato la catalogazione.

In occasione del rito accademico dell’alza bara il 27 febbraio 2011, il cui ricordo è ancora così dolorosamente vivo, il rettore pronunciò un elogio funebre in cui affermava ciò che tutti noi non possiamo che condividere: “Pochi colleghi hanno amato la nostra università con l’intensità, con l’abnegazione, con la generosità con cui Cesare l’ha fatto. Di lui possiamo dire che all’ateneo ha dato molto di più di quanto dall’ateneo ha ricevuto.”

L’intitolazione di oggi è un piccolo segno postumo della nostra gratitudine che forse avremo modo di rendere più forte e tangibile quando il progetto di unificazione in un’unica grande struttura del polo bibliotecario di Scienze vedrà la luce.

(18 settembre 2013)