«Appese negli spazi pubblici della casa ed esposte allo sguardo dei visitatori, [le immagini di artisti, letterati, studiosi, dottori] avevano il potere di evocare l’invisibile – l’eccellenza dell’ingegno e della dottrina – e ad esse era affidato il compito di trasformare uomini di ceto mediocre in «persone eccellenti». In questo senso esse non facevano altro che ripetere, con un linguaggio diverso, le stesse cose che dicevano le Vite. Ed, esattamente come le Vite, non si limitavano a rappresentare qualcosa, ma agivano sugli spettatori. Dipinti o scolpiti, i ritratti godevano oltretutto di una risorsa in più: ben più delle parole le immagini sono in grado di suscitare empatia. Le particolari facoltà comunicative di cui sono dotate si basano infatti sulla loro capacità di stimolare nell’osservatore forti processi di adesione e imitazione empatica. Ciò conferiva un’inedita evidenza fisica alla rappresentazione figurata della «dignità», militando a sostegno delle rivendicazioni di chi si sentiva nobile per ingegno e dottrina» (Ago 2014, pp. 95-96).

Pompeo Caimo non ha lasciato un’autobiografia; tra i documenti d’archivio non si trova un curriculum vitae, come quello del nipote Giacomo; mentre il vescovo Eusebio nella sua Vacchetta o registro di memorie di cose notabili della famiglia e della città… scrive il 30 novembre 1631 una nota biografica celebrativa in morte del suo «amatissimo fratello» che fu «filosofo et medico… huomo in tutte le altre scientie dottissimo et eloquentissimo… sempre pio, et buon christiano, et gran theologo» (vai). Dalla corrispondenza tra i fratelli emerge una personalità con un’alta considerazione di sé, come studioso e come medico, risultato di un impegno continuo, di applicazione e studio. Delle sue capacità e dei successi parlava volentieri al fratello Eusebio, così come condivideva la necessità di uniformarsi allo stile di vita della persona a modo, anzi more nobilium, garanzia di successo per sé e la famiglia.
Riportiamo come esempio lo stralcio di una lettera spedita da Pompeo al fratello poco dopo essere entrato a servizio del cardinale Montalto:
«In somma io ho colpito tanto bene, che tutta Roma è rimasta attonita: un giovane di 34 anni, novissimo a la corte, fatto con tanta riputatione primo medico di così gran cardinale e principe, in successione di così celebre huomo e così riputato vecchio, qual fu il signor Zeccha, la cui anima sia in cielo. Il signor Mendosio, secondo medico, più attempato di me di dieci anni, ha fatto l’estremo di sua possa per distornare il fatto pregiudiciale al suo credito e si è messo quasi ginocchione avanti il signor cardinale, che con aspro volto gli diede congiedo e disse che a la mia virtù per tante prove, per tante relationi confermata non si poteva negar quel loco, loco veramente grande e riguardevole, poiché io sono fatto uno dei tre più titolati medici di Roma, che sono quel di Nostro Signore, quel de l’illustrissimo Aldobrandini e chi tiene il loco presso l’illustrissimo Montalto»(Epistolario Caimo, 35, Roma 28 dicembre 1602).

Dall'epistolario, tuttavia, si traggono scarse informazioni sul suo aspetto fisico.
Da una lettera del 1606 veniamo a sapere che aveva una «riguardevol cicatrice» sulla fronte, rottasi «cadendo a terra» in giovane età, e da un’altra missiva risalente all’anno seguente apprendiamo che, sempre a seguito di una caduta - questa volta recente -, «mi offesi tanto una coscia et una gamba… con notabil paura di rimaner stroppio». Ma venti giorni di letto gli resituirono pienamente la funzionalità dell’arto «senza residuo d’alcuna lesione» (Epistolario Caimo, 145, Roma 4 novembre 1606; 169, Roma 15 settembre 1607).
Un distico scritto da uno studente per distrarre e divertire gli amici annoiati durante una lezione di anatomia del professor Caimo suggerisce che il docente udinese fosse di statura minuta:
«Pompei parvi doctrina haud arridet ista; / Exilis in rebus, subtilis ingenio est»
(BLC, Fondo Faber, 417, c. 477v; Carteggio Linceo, vol. 3, n. 893, p. 1092).
I due versi - pretesto poetico per giocare sui vari possibili significati (letterali, figurati, traslati) dei termini parvus-piccolo, exilis-esile, subtilis-sottile in relazione alle qualità del professore - venne riportato con soddisfazione dal loro autore, Johannes Thuilius (1590-1630), allora studente dello Studio di Padova, in una lettera del 30 gennaio 1626 indirizzata al medico bavarese professore alla Sapienza Johann Faber (1574-1629) per sparlare del docente udinese, «iste Pompeius (licet non "magnus" corpore sed magnificus verbis)».
Conferma la notizia che Pompeo non fosse alto il latinista padovano Martino Sandelli, tra i fondatori dell’Accademia dei Ricovrati, morto di peste nel 1631, in uno dei suoi sonetti, raccolti e pubblicati postumi nel 1635:
«… Novello Ulisse, il ciel ti diede in sorte / Alma maggior del corpo, e’l chiaro grido / Del tuo nome rimbomba in ogni parte…»
(Sonetti di Marino Sandelli et un capitolo burlesco del medesimo, Venezia, G.G. Pinelli, 1635, p. 91).
In nessuna delle Vite pubblicate nel corso del ‘600 si fa cenno alla fisionomia di Pompeo, neppure nella biografia che si legge nelle Pinacothecae imaginum illustrium... virorum di Gian Vittorio Rossi (Eritreo) del 1643 (Colonia [ma Amsterdam], C. ab Egmondt), raccolta di ritratti spesso caricaturali, con ricorso ad «aneddoti e storielle satiriche», in cui «non mancano notazioni sulla morfologia fisica dei protagonisti» (Giachino, DBI). Qui l’autore, che conobbe il medico udinese quando era a Roma, lo presenta come una persona brillante, capace e colta, qualità tuttavia minate da un’eccessiva stima di sé e disprezzo per gli altri.
Di medici dal carattere altezzoso e competitivo Eritreo ne elenca diversi nella sua Pinacotheca e tra questi inserisce anche Pompeo Caimo, protagonista di una animosa rivalità con Cesare Cremoni (1650-1631) a Padova e fiero oppositore del coetaneo Giulio Cesare Lagalla (1571-1624) durante gli anni romani. Sarebbero stati tanti gli episodi ridicoli («odiosa, ridicule et stulte facta») su cui dilungarsi che coinvolsero i due docenti della Sapienza, ma l’autore ne raccontò solo uno a proposito delle violente inimicizie provocate dalla passione per le donne. I due si sfidarono su chi fosse superiore in fatto di seduzione e lo scontro si fece duro, pare, quando Caimo sostenne che il primato spettasse a lui perché era un uomo parecchio bello, bellissimo, e per giunta desiderabile («nimis pulcher homo…, atque ultro expetendus»).
Galleria dei ritratti di Pompeo Caimo
Tra gli obblighi dell’uomo illustre (rinascimentale e barocco) vi era quello di farsi fare il ritratto, e anche Pompeo mentre si trovava a Roma dovette confrontarsi con ambienti in cui era consueto promuoversi anche attraverso questa forma di autocelebrazione.
E per riprodurre la propria immagine Pompeo si rivolse quasi certamente a Lavinia Fontana (1552-1614), celebre pittrice - esperta ritrattista, abile nel far emergere la personalità e la vita dei personaggi ritratti -, ben inserita nell’ambiente romano e presso la corte del cardinale Montalto: non sembrano esserci dubbi nel riconoscere in lei la «donna bolognese, stupenda in questa arte» a cui il medico udinese si decise a commissionare il lavoro nel 1604:
«Il mio ritratto, ch’ella mi chiede con tanta istanza, vedrò di mandarle con qualche occassione e disegno di farlo fare da una donna bolognese, stupenda in questa arte, c’hora è fuori di Roma, ma sarà tosto di ritorno. Io non tenevo pensiero di simil ritratti, pensando di lasciarne forse di me qualch’uno migliore e più durabile assai» (Epistolario Caimo, 75, Roma 20 marzo 1604).

Ad ottobre il ritratto era «ancora imperfetto per essere quella donna che lo fa stata sovragiunta dalla quartana», e quando a fine novembre l'opera era conclusa, cominciarono gli ostacoli della spedizione: non trovando disponibile nessun corriere in partenza per Udine, Pompeo si risolse «di mandarlo per l’ordinario» a fine gennaio 1605 (Epistolario Caimo, 94, Roma 30 ottobre 1604; 100, Roma 29 gennaio 1605). Il ritratto era destinato evidentemente alla galleria di casa a Udine, forse una quadreria di figure illustri, dove venne accolto in seguito anche il ritratto del suo patrono, il cardinale Montalto, giunto in Friuli nel giugno del 1609, «uno de’ migliori ritratti che siano in questa corte» (Epistolario Caimo, 200, Roma 6 giugno 1609).

Il dipinto con l'immagine del giovane Pompeo Caimo trentaseienne, medico di successo a Roma e al servizio del cardinale Alessandro Montalto, non è stato finora rintracciato e forse è andato perduto. Una curiosità: tra le opere donate ai Musei civici di Udine (1919) dal collezionista Giuliano Mauroner, medico appartenente alla famiglia che acquistò la villa dei Caimo a Tissano, si trovano quattro ritratti dipinti attribuiti alla pittrice Lavinia Fontana. Tra essi si segnala quello di questo giovane gentiluomo dell'età apparente di circa trent'anni, ritratto in piedi di tre quarti su sfondo scuro.
Fortunatamente di Pompeo Caimo si conservano alcune immagini incise e un busto scolpito, tutte posteriori alla morte; di alcune si può supporre un modello precedente, con il medico ancora in vita.

Incollata alla risguardia anteriore dell’esemplare del De Nobilitate di Pompeo Caimo del 1634, in formato 8°, conservato nella Biblioteca del Seminario P. Bertolla dell'Arcidiocesi di Udine (coll. XVI-E-42), si trova un’incisione con il ritratto a mezzo busto dell’autore sottoscritta F.B. di mm 136 x 95.
Il Caimo ritratto non è più giovane, indossa una giubba in tessuto decorato con motivi “a mazze” chiusa da una serie di piccoli bottoni sottolineati da galloni; la passamaneria orna in linee parallele le spalline, da cui escono ampie maniche. Appesa al collo scende sul petto un’ampia fascia a cui è agganciata una piccola croce ben visibile con altri elementi non riconoscibili, forse lo sperone d’oro dell’Ordine pontificio in cui fu cooptato da papa Urbano VIII Barberini (23 settembre 1624). Il volto dagli occhi sfuggenti, rivolti a destra e non allo spettatore, è incorniciato da un piccolo collare sgualcito; i capelli, tendenti al bianco e mossi, da cui sfugge un ciuffo a sinistra, lasciano scoperta la fronte alta, dove non vi è alcun segno della «riguardevol cicatrice». La mano poco abile dell’incisore non ha saputo rendere bene lo sguardo, forse severo, disegnando bizzarre ombre, sopracciglia e baffi, conferendo a Pompeo, aggiunta una barbetta disordinata al pizzetto alla moda, un aspetto emaciato.

La tipologia dell’abito era in uso tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, come si può ben vedere dal ritratto di altri due medici “galenici”, il maestro di Pompeo Emilio Campolongo e il sodale Giovanni Girolamo Bronziero, inseriti nelle due pubblicazioni sulle Vite degli uomini illustri di Giacomo Filippo Tomasini, rispettivamente del 1630 e 1644.
La figura è all’interno di una cornice ovale semplice, che contiene in basso anche lo stemma completo della famiglia Caimo, ma errato (con la Banda al posto della Fascia). Alla base del riquadro in capitale la didascalia precisa di quale membro della casata si tratta in due righe, in cui, in uno spazio ridotto, sono condensate tutte le informazioni relative all’illustre medico:
«Pompeius Caimus Nob[ilis] Uti[nensis] Eq[ues] et Theo[ricae] / Ord[inariae] Med[icinae] Prof[essor] Prim[arius] Pat[avinus] Aet[atis] Ann[orum] 63».
Il testo, con l’indicazione dell’età, induce a pensare che la piccola immagine sia stata messa in circolazione al tempo della morte (1631) o in occasione della pubblicazione del libro (1634).

Sull'esemplare della Biblioteca del Seminario di Udine, a completamento del ricordo e dell'omaggio al medico, una mano coeva ha inoltre trascritto (sul recto della carta di guardia anteriore, a fronte del ritratto) il sonetto del letterato padovano Pio Enea II degli Obizzi (1592-1674), ricovrato col nome di Rigenerato, dedicata a Pompeo Caimo, inserito nella raccolta Le poesie liriche - di cui si conoscono le edizioni pubblicate a Padova (1650 e 1660) e a Ferrara (1670).
Come in una gara poetica tra accademici ricovrati, Pio Enea Obizzi e Marino Sandelli, a cui si è accennato più sopra, chiudono con questi versi i loro sonetti dedicati a Caimo, dove l’ultima terzina di Sandelli sembra proprio una parodia di quella dell’Obizzi:
«Pur convien, che l’allor ceda a l’oliva, / E che’l pregio maggior lasci colui, / Ch’i morti vi cise, a quel, chi morti avviva».
(Le poesie liriche del signor marchese Pio Enea degli Obizzi nell'Academia Ricovrata il Rigenerato divise in libri cinque cioè il Mirto, il Lauro il Cipresso la Palma, e'l Sambuco, Padova, G.B. Pasquati, 1660, p. 161),
«Di Pergamo, e di Coo la nobil’arte / In te fiorisce; e con inganno fido / I nomi a Lethe, e i corpi involi a morte».
(Sonetti di Marino Sandelli et un capitolo burlesco del medesimo, Venezia, G.G. Pinelli, 1635, p. 91).
Probabilmente ad uno stato successivo appartiene l’incisione riprodotta da Pietro Someda De Marco nel suo Medici forojuliensi dal sec. XIII al sec. XVIII (1963), che dichiarava esser conservata presso il Museo Civico di Padova - ma che, nonostante le ricerche, non è stato possibile rintracciare nel fondo Raccolta iconografica padovana (RIP) della Biblioteca civica.
Lo stesso Someda De Marco, suggeriva inoltre di riconoscere nella sigla "F.B.", che compare mel margine inferiore sinistro, l'incisore Francesco Brunner.


La variante presenta, rispetto alla precedente, lo stemma corretto della famiglia Caimo - “d'azzurro alla fascia d'argento” e al di sopra dello scudo, come nella precedente incisione, l’elmo ha per cimiero un cane (levriere) rampante, ma senza collare, uscente da una corona -, assai simile allo stemma comparso nel 1628 nel libro De ingressu ad infirmos... di Giulio Cesare Claudini, edito da Pietro Paolo Tozzi e dedicato da quest'ultimo a Pompeo Caimo (Venezia, D. Pasquardi & P.P. Tozzi), probabilmente prima "apparizione pubblica" dello stemma Caimo su un testo a stampa.

Nel 1644 uscì la seconda pubblicazione del letterato padovano Giacomo Filippo Tomasini (1595-1655) - dal dicembre 1641 vescovo di Cittanova in Istria, designato da Urbano VIII Barberini e successore di Eusebio Caimo - dedicata a uomini e donne illustri nelle lettere, nelle scienze e nelle arti, nati o attivi a Padova, intitolata: Elogia virorum literis & sapientia illustrium ad vivum expressis imaginibus exornata (Padova, S. Sardi), in formato 4° (BUPd 93.b.67). Sul modello della prima versione, uscita nel 1630 (Illustrium virorum elogia iconibus exornata, Padova, D. Pasquardi & C; BUPd 120.c.81), Tomasini illustra quasi ogni biografia con un ritratto a mezzo busto inciso, di mani diverse e/o derivati da modelli o prototipi di provenienze varie.
Come è noto, nell'edizione del 1630 la maggior parte delle figure furono eseguite da Jérôme David, desunte in buon numero da prototipi pittorici di Francesco Apollodoro detto il Porcia (1531-1612), pare «il ritrattista preferito, se non ufficiale, dei circoli universitari del tempo» (Fantelli 1992); mentre alcune delle effigi della pubblicazione del 1644 spettano a Johann Friedrich Greuter (1590-1662), che si sottoscrive: F. Gr. f. o F. Greuter incid. Negli Elogia del 1644 compaiono anche i ritratti di Pompeo Caimo e del fratello Eusebio che lo precede, entrambi non firmati.
Di migliore fattura rispetto alle precedenti (più riuscito nell’uso del segno e del chiaroscuro e nella caratterizzazione fisiognomica), il ritratto posto ad illustrare la vita di Pompeo Caimo, che occupa il centro di pagina [261] con i suoi mm 130x100, offre un'immagine del professore più posata e ordinata. Contro uno sfondo sempre neutro, il busto è questa volta di tre quarti verso sinistra.
Si riconosce la stessa giubba in tessuto decorato con motivi “a mazze” e galloni, qui parzialmente coperta dalla toga dottorale adagiata sulle spalle ad alludere simbolicamente al lavoro intellettuale e alla levatura morale richiesti al lettore universitario. Appesa al collo scende sul petto una pesante catena alla quale è appesa la croce dell’Ordine pontificio dello sperone d’oro a ricordare i titoli onorifici, ottenuti per i suoi meriti, esplicitati in esergo.
I mezzi toni dello sfondo e della pelliccia fanno emergere in basso la croce e in alto il volto dallo sguardo serio e sereno, rivolto allo spettatore, che questa volta è incorniciato da un collare ben inamidato; ed ora è merito dell'acconciatura tirata all'indietro a rendere la fronte alta, ai cui lati scendono a boccoli ordinati i capelli tendenti al bianco; anche qui non vi è traccia della «riguardevol cicatrice». L'ovale che inquadra l'immagine suggerisce una matrice comune con l'immagine precedente.
Al di sotto, come fossero indicati dalla croce a otto punte, entro una cornice vegetale semplice, il nome e i titoli del professore incisi su tre righe, con caratteri diversi (maiuscoli e minuscoli) di diverse dimensioni per gradi diversi di importanza:
«Pompeius Caimus Utinensis / Comes Pal[atinus] et Eques Aur[atus] / Philos[ophiae] et Med[icinae] Professor Clarissimus».

Derivato dal ritratto nel volume del vescovo Giacomo Filippo Tomasini è la piccola effigie inserita in una delle gallerie che illustrano l'enciclopedica raccolta di Vite del medico Paul Freher (1611-1682), intitolata Theatrum virorum eruditione clarorum. In quo vitae & scripta theologorum, jureconsultorum, medicorum & philosophorum, tam in Germania superiore & inferiore, quàm in aliis Europae regionibus, pubblicata postuma in formato in folio a Norimberga a spese di Johann Hoffmann coi tipi della vedova di Andreas Knorz nel 1688 (BUPd 52.a.10-11). Data alle stampe dal nipote Carl Joachim Freher, include personaggi storici e dell'epoca, illustrati da vari incisori, tra i quali Johann Franck, Philipp Kilian e Johann Azelt.
Inserita nella sezione dell'opera dedicata ai medici e filosofi, l'immagine è stata opportunamente semplificata e ridotta (ad esempio rimane la parte superiore della catena che scende dal collo e viene esclusa la stella a otto punte; ma vengono aggiunte le rughe agli occhi) e la didascalia riporta solo il nome, la professione e la sede:
«Pompeius Caimus. / Medic[inae] Prof[essor] Patavii».
Nel monumento sepolcrale datato 1681, innalzato in onore dei tre più illustri esponenti della famiglia Caimo (Eusebio, Pompeo e Giacomo) nella Basilica del Santo a Padova, contro il primo pilastro di sinistra, rivolto verso l’abside, si trova il busto di Pompeo - sotto a quello del fartello Eusebio, mentre al suo fianco vi è quello del nipote Giacomo.
Pompeo Caimo è ripreso frontalmente in toga dottorale con una nuova stola di pelliccia riccia che lascia scoperte la croce dell'Ordine dei cavalieri dello sperone d'oro, parte della catena a cui è agganciata e dell'abito - diverso rispetto a quello delle incisioni viste sopra per il tessuto liscio, la bottonatura sottolineata da passamano e la serie serrata di piccoli bottoni.

Anche nella prospettiva dal basso si riconosce la fisionomia di Pompeo, i capelli mossi all'indietro, i baffi e il pizzetto alla moda dell'epoca, si colgono la fronte corrugata e le gote incavate, che con la postura impettita e l'abito professorale conferiscono al docente un'aspetto autorevole.
Il cenotafio fu commissionato allo scultore Bartolomeo Muggini dai nipoti Pompeo e Paolo, figli del fratello Marcantonio e fratelli del nipote preferito Giacomo.
Al culmine della struttura celebrativa campeggia lo stemma della famiglia Caimo.

