La fama, la Sapienza, la sorte

Entrato al servizio del cardinal Alessandro Montalto alla fine del 1602, Pompeo Caimo ricevette un’abitazione nei pressi del Palazzo della Cancelleria e due servitori: un “servitor di camera” che lo accompagnava per la città e uno che attendeva alla stalla. Oltre a seguire il cardinale e la cerchia dei familiari, il medico offriva i suoi consulti a numerosi amici e conoscenti del suo padrone, acquisendo in questo modo una fama considerevole sia dentro sia fuori gli ambienti curiali. Tra le spese mensili sostenute da Montalto nel novembre 1612 per la sua corte, che contava ben 170 membri (Ruolo del mese di novembre dei giorni trenta), risulta che il fisico e filosofo Pompeo Caimo ricevesse come stipendio mensile base e companatico la retribuzione in assoluto più alta pari a 23,75 scudi a fronte della maggior parte degli altri familiari che intascavano tra i 2,5 e i 3 scudi, con punte tra i 20 e i 23 scudi per i capitani delle guardie (Hill 1997, pp. 22-23). Ma lo stipendio complessivo sborsato da Alessandro Montalto in favore del medico udinese era decisamente più alto. Caimo calcola che nel 1608 può contare su un reddito annuo di 700 scudi: «questo signore [Montalto] già tre mesi mi crebbe cento scudi di provisione di proprio movimento, onde hora da lui tengo trecento scudi l’anno di stipendio oltra la casa, la spesa della carozza, la parte per me e due servitori, che importano queste cose vicino a 400 scudi l’anno, che uniti a quei trecento costituiscono assegnamento di settecento scudi, cosa non mai più usata dal cardinale con alcun medico né da alcun altro cardinale et che hora è senza essempio in Roma, non sendo alcun medico per vecchio che sia trattato così in quella corte, ma molto inferiormente» (Epistolario Caimo, 187). Alla morte del cardinale nel 1623 le sue entrate erano ulteriormente aumentate fino a raggiungere gli 800 scudi«Quanto all’utile mi vien manco [dopo la morte di Montalto] una rendita di ottocento scudi l’anno, che metterebbe pensiero ad ogni gran ricco, specialmente a Roma, ove è necessario tener gran conto de’ danari per la gagliardia delle spese correnti» (Epistolario Caimo, 367).

Nonostante il successo e la stima quasi immediata ottenuti in campo medico, Pompeo Caimo non si accontenta della prestigiosa e rapida posizione raggiunta e progetta di migliorare ulteriormente la condizione sua e dei suoi familiari, in particolare quella del fratello Eusebio. Grazie all'appaggio del cardinal Montalto e dal cardinal Borghese riesce ad ottenere per il fratello prima il decanato di Aquileia (1613) e poi l'elezione a vescovo di Cittanova d'Istria (1619), succedendo a Francesco Manin.

Vista di Cittanova d'Istria (sulla sinistra il campanile del duomo)

Fin dall’estate del 1603 Pompeo Caimo accarezzava per sé stesso l’idea di addottorarsi in teologia per poter prima o poi avere accesso a qualche redditizia sede vescovile:

«ma io per ver dire non mi son compiacciuto mai di questa proffessione di medicina et me ne voglio servir di lei, come di mezzo al fine, non potendo ella per alcun modo acquetar le mie voglie né quelle d’alcuno che voglia fare una vera vita» (Epistolario Caimo, 156).

 

Tuttavia sembra che le reali intenzioni di Caimo non fossero quelle di abbandonare completamente la professione medica, ma di riservare i suoi consulti solamente ai potenti, ma non nascose neppure l’ambizione di ottenere una cattedra all’università e di aspirare a diventare un giorno il medico del pontefice. 

Caravaggio (attribuito), Ritratto di Paolo V Borghese, olio su tela, 1605-1606 (Roma, Galleria Borghese)Quest’ultimo obiettivo sembrò essere a portata di mano nel maggio 1605 con la salita al soglio pontificio di Paolo V (Borghese), quando giunse la proposta ufficiale di diventare il medico del nuovo papa. L’offerta venne valutata, ma infine respinta da Pompeo Caimo a causa di un pronostico che fece egli stesso e che risultò sfavorevole. Su questa opportunità sembra che il medico friulano si fosse confrontato anche con l'amico Giovanni Strassoldo (1547-1610), inviandogli attraverso il fratello Eusebio la data di nascita di Paolo V: «Mi farà gratia di mostrar questa lettera al signor Giovanni Strassoldo dicendogli appresso che il punto della nascita di Nostro Signore fu l'anno 1552 il dì 17 settembre a hore 23 e meza in Roma» (Epistolario Caimo, 110). Strassoldo aveva poi commentato un pronostico sul pontefice in una lettera datata 3 giugno 1605 e indirizzata all'astronomo e geografo padovano Giovanni Antonio Magini (1555-1617).

La rinuncia di Pompeo Caimo alla carica di archiatra venne ripresa con una punta di sarcasmo da Prospero Mandosio nel suo Theatron in quo maximorum christiani orbis pontificum archiatros uscito nel 1696. L’erudito romano nel redigere una breve biografia di Caimo a proposito del rifiuto alla proposta papale scrive: «Era un astrologo e credeva in tutte le vanità dell’astrologia: perciò, dopo aver ricevuto la notizia del beneficio del papa, volle subito accertare attraverso l’influsso del Cielo e delle stelle se gli sarebbe accaduto qualcosa di buono o di cattivo. Quando il responso gli rivelò che questo dono era stato a lui concesso sotto una cattiva stella e molto avversa, con fermezza si rifiutò di accettarlo, né volle prendere in considerazione alcuna altra ipotesi, dicendo ai suoi amici che lo consigliavano diversamente: "Io la penso così, la penso così, se accettassi cadrei certamente in una miserabile sorte”» (Mandosio 1696, pp. 194-195).

Giovanni Antonio Magini, Tabulae nouae iuxta Tychonis rationes elaboratae, Bologna, Girolamo Tamburini, 1619 (BUP A.80.a.79)Caimo come molti medici della sua epoca attribuiva molta fiducia all’astrologia giudiziaria e fece per sé stesso e per i familiari diversi pronostici nel tentativo di prevederne i successi futuri. Tra i pronostici realizzati da Pompeo durante il periodo romano ricordiamo quelli realizzati per calcolare l'anno di morte del cardinal Ascanio Colonna (1560-1608) e della principessa Margherita Cavazzi della Somaglia († 1613), prima moglie di Michele Peretti: entrambi questi calcoli risultarono corretti, contribuendo così ad aumentare la stima della corte nei suoi confronti.

Ma furono soprattutto i successi in campo medico che accrebbero la sua reputazione nella Roma di inizio Seicento. Tra questi ci fu senza dubbio la cura del giovane Marcantonio IV Colonna gran contestabile del Regno di Napoli, uno dei signori più ricchi di Roma con entrate annue che superavano i centomila scudi. Figlio di Marcantonio III e di Felice Orsina Peretti, sorella del cardinal Montalto, all’età di 10 anni contrasse una grave malattia con un serio rischio di morte. Per cercare di salvarlo furono consultati numerosi medici, ma il ruolo principale nelle cure venne affidato a Caimo che coadiuvato da due assistenti riuscì a guarire il giovane principe ottenendo grande consenso:

«Questa cura a me ha dato tanto nome, c’altri nol crederebbe e per la grandezza del soggetto e per la gravezza del male e per la copia de’ rimedii da me adoprati e veramente per me non si poteva desiderare occassione o successo più rilevante e felice. Io per l’Iddio gratia tenevo anco prima reputation grande in questa corte, ma hora a forza di questa cura si è raddoppiata in molti doppi e sono io homai divenuto più noto presso i principi romani in ispatio di tre anni, ch’altri non han fatto in trenta» (Epistolario Caimo, 116).

 

Comicorum Graecorum sententiae, [Ginevra], Henri Estienne, 1569 (BUP A.61.a.268)

La sua dedizione venne ricompensata con una collana del valore di 150 scudi d’oro, ma soprattutto Caimo da questo successo sperava di ottenere ampi favori per la sua carriera futura. Cinque anni più tardi accompagnerà lo stesso Marcantonio durante un viaggio a Genova ospite del principe Andrea II Doria (1570-1622). Anche qui verrà impegnato in diversi consulti tra cui quello per la principessa di Piombino Isabella Appiano (1577-1661). Al rientro a Roma il principe Colonna lo ricompensò per i suoi servigi con 500 scudi e gli regalò anche un volume in greco e latino contenente i Comicorum Graecorum sententiae, una raccolta di frammenti e citazioni tratte dai commediografi greci del periodo medio e nuovo organizzate e commentate da Henri Estienne con l'aggiunta in fine del commento di Erasmo da Rotterdam a Publio Syro. L'esemplare stampato a Ginevra in 24° lungo è oggi conservato alla Biblioteca Universitaria di Padova e reca sul frontespizio la nota del medico friulano in ricordo del dono ricevuto: «Est Pompeij Caimj ex munere Ex[cellentissi]mi D[omini] Comestabilis Columnae 1610».

Nel 1606 curò con successo il principe Michele Peretti, fratello del cardinal Montalto e i figli del duca di Bracciano Virginio Orsini (1572-1615) e per questi servizi ricevette da Peretti un boccale e un bacile d’argento del valore di 150 scudi e da Orsini alcuni candelieri e sottocoppe del valore di 100 ducati. Nell’autunno del 1607 viaggiò insieme al cardinal Montalto verso Napoli attraverso l’Abruzzo, Celano e Venafro. La trasferta napoletana, che sarebbe dovuta durare poche settimane, si trasformò invece in un soggiorno di oltre sei mesi a causa della grave malattia che colpì il cardinal Francesco Maria Burbon Del Monte (1549-1626), loro compagno di viaggio e uno degli amici più stretti del suo padrone. Anche in questo caso l’intervento medico di Caimo risulterà decisivo e si guadagnerà in questo modo un altro potente alleato per la sua carriera futura. Nel lungo tempo passato a Napoli, oltre a diversi incontri con i migliori medici del luogo, Pompeo trovò il tempo per comporre anche un’operetta giocosa intitolata Il convito di ragionamenti amorosi composto per ischerzo in Napoli l’anno 1607 (BCUd, Fondo Joppi, ms 514).

Un altro viaggio che si rivelerà importante per la reputazione di Caimo fu quello che lo portò a Firenze nell’autunno del 1608 in occasione delle nozze tra Cosimo de’ Medici (figlio del Granduca Ferdinando I e Cristina di Lorena) con Maria Maddalena d’Austria. Nella città toscana, oltre a intrattenere i consueti scambi con i medici di corte, incontrò personalmente il Granduca a cui era stato caldamente raccomandato dal cardinal Del Monte. Dopo la conclusione dei sontuosi festeggiamenti Pompeo Caimo venne richiesto per la cura di Paolo Giordano II Orsini (1591-1656), figlio di Virginio e Flavia Peretti Damasceni (sorella di Alessandro), e negli stessi giorni si occupò anche della salute dello stesso Cosimo de’ Medici colpito da una febbre terzana doppia. Per la guarigione del loro figlio i Granduchi gli regalarono una collana d’oro, un bacile e un boccale d’argento del valore di 150 scudi, oltre che una serie di preparati galenici prodotti dalla celebre Farmacia Granducale fondata da Cosimo I (Piccardi 2020) e inseriti in due “farmacie” portatili: «due casettini, uno de’ quali è di finissimo hebano, pieni di secreti et rimedii singolari proprii della serenissima casa Medici, che non ponno valer meno di sessanta scudi» (Epistolario Caimo, 189).Farmacia portatile (Firenze, Museo Galileo)

Tra i numerosi preparati, tutti accompagnati da precise ricette, essi contenevano anche due ampolle particolarmente preziose con il giulebbo gemmato e l’elixir vitae preparate con ingredienti rari e in forma di estratto. A Cristina di Lorena (1565-1636) Caimo rimarrà legato negli anni tanto che nel 1629 le dedicherà una delle sue opere Dell'ingegno humano, de' suoi segni, della sua differenza ne gli huomini, e nelle donne, e del suo buono indirizzo libri due.

Nel giro di pochi anni la reputazione di Pompeo Caimo come medico eccellente è ampiamente riconosciuta e il suo nome viene spesso raccomandato da personaggi eminenti. Il 9 agosto 1608, ad esempio, il nunzio apostolico nelle Fiandre Guido Bentivoglio scrivendo da Bruxelles al fratello Enzo, ambasciatore straordinario di Ferrara a Roma, gli suggerisce di avvalersi al bisogno del medico friulano: «Lo speziale che mi ha servito in Roma desidera servir anche a V.S. ed io non posso lasciar di dire che è un buon uomo. Io mi servirò anche del signor Pompeo Caimo medico di Montalto e però V.S. potrebbe servirsi del medesimo» (Bentivoglio 1864, vol. III, pp. 23-24). E i suoi consulti furono richiesti più volte anche dalla famiglia del papa: nel 1609 si occupò della salute del piccolo Marcantonio Borghese (1601-1658), nipote del papa, affetto da una forma benigna di vaiolo; mentre l’anno successivo Caimo fu l’unico medico capace di diagnosticare correttamente la malattia (calcoli renali) che portò alla morte Giovanni Battista Borghese (1554-1609), fratello minore di Paolo V.

Cigoli, Autoritratto, olio su tela (Firenze, Galleria degli Uffizi)Insieme ad altri medici Pompeo Caimo si impegnò anche nella cura del grande pittore Ludovico Cardi detto il Cigoli (1559-1613) durante gli ultimi giorni della sua vita. La salute di Cigoli dopo gli impegnativi lavori commissionatigli dalla famiglia Borghese - in particolare l’affresco della cupola della cappella paolina in Santa Maria Maggiore, realizzato tra il 1610 e la fine del 1612 - si era infragilita tanto che verso la fine della primavera del 1613 una breve malattia lo aveva condotto alla morte. Come ricorda Filippo Baldinucci nelle sue Notizie de' professori del disegno da Cimabue in qua, il pittore grazie all'ampia stima di cui godeva ottenne, pur senza successo, le migliori cure possibili:

«nell’infermità fu egli sempre provvisto di quanto andavagli occorrendo, non solo da grandi virtuosi amici suoi, ma da grandi principi, e signori, e da’ medesimi visitato, o fatto visitare, e che tali furono il cardinale Borghese, il cardinale Maffeo Barberini, poi Urbano VIII che questi volle, che e’ fusse visitato da Giulio Mancini suo medico molto rinomato, e il cardinal Montalto da Pompeo Caumo [!] pure suo medico, il cardinal Capponi dal suo, e D. Virginio Orsini, oltre a simile dimostrazione, mandava continuamente Nicolò Savorniano suo gentiluomo…» (Baldinucci 1702, p. 41).

 

Durante gli oltre vent'anni trascorsi al servizio di Alessandro Montalto Caimo per guadagnarsi l’amicizia e i favori della corte cercò di compiacere i suoi padroni anche attraverso doni che si faceva spedire dal Friuli attraverso i familiari. Così ad esempio nel 1603 si procurò tre levrieri friulani per donarne due al cardinale e uno al signor Orazio Rucellai che gli aveva facilitato l’ingresso nella famiglia Montalto. Nel 1608 chiese al fratello Eusebio di soddisfare una richiesta particolare di Marcantonio IV Colonna, che desiderava un gallo forcello e un francolino di monte «non già vivi né con la carne, ma sventrati et con la sola pelle, ripieni di paglia, non desiderando Sua Eccellenza altro che di havere la lor figura et forma naturale» (Epistolario Caimo, 178).

È soprattutto durante il periodo quaresimale che Caimo chiede ai parenti di procurargli cibi da donare: trote e dentici secchi, ma anche vini di Rosazzo e della vigna Caimo a Tissano. Ma l’articolo più richiesto e atteso furono senza dubbio le lumache. Il 7 marzo 1614, ad esempio, Pompeo scrisse ad Eusebio per confermare la ricevuta delle preziose chiocciole: «Giunse qui già otto giorni la cantinetta avviatami da V.S. et giunse ben condicionata. Le lumache furno belle et subito li inviai parte al signor cardinale Montalto, parte al signor cardinale Peretti, parte al signor principe Peretti, li quali signori mostrarono haver carissimo il regale, che per dire il vero le lumache furlane sono delle più belle che si veggano a Roma» (Epistolario Caimo, 299).

Ritratto di Bartolomeo Scappi, incisioneProbabilmente fu papa Pio V (1504-1572) - si dice fosse assai ghiotto di questo mollusco - a stabilire definitivamente il loro inserimento tra i cibi "di magro" e quindi adatti anche in tempo di quaresima: estote pisces in aeternum (siate per sempre pesci). E il suo cuoco personale Bartolomeo Scappi (1500-1577) nel suo famoso libro di cucina pubblicato a Venezia nel 1570 si attenne a questa scelta includendo la chiocciola tra le ricette dei pesci.

Infine nel 1620 chiede al fratello Marco Antonio di procurargli «un barile o conzo di vino di prosecho» (Epistolario Caimo, 361) da donare al cardinal Scipione Caffarelli Borghese (1576-1633) che lo aveva favorito nell'ottenere un aumento di stipendio per la sua cattedra alla Sapienza.

 

Nell'autunno 1607, poco prima di partire per Napoli, Pompeo Caimo aveva infatti raggiunto uno dei suoi obiettivi, ottenendo da Paolo V la lettura di filosofia alla Sapienza con uno stipendio di 150 scudi subentrando al medico pisano Giuseppe Venturini che aveva retto qulla cattedra dal 1596:

«Ultimamente Nostro Signore mi ha fatto gratia della prima lettura di filosofia in Sapientia, ch’era vacata per la morte del medico Venturini la qual mi è stata carissima e per essere di filosofia e per ciò più accomodata a’ miei disegni, che non penso di restar medico e per esser luogho altre volte occupato da grandi huomini, come dal medico Pontano e prima dal Mirandolano, <fu> poi vescovo di Caserta. Lo stipendio è il medesmo c’haveva il Venturini, di cento e cinquanta scudi l’anno in questo principio, ma tosto havrò augmento. Godo io però più dell’honorevolezza, con che Sua Santità m’ha fatto gratia, posponendo tanti altri e in particolare alcuni dello Studio, che per ragion d’ordine ci pretendevano a buona ragione» (Epistolario Caimo, 216).

 

Pietro Ferrario, Palazzo della Sapienza - Incisione - Sec. XVII

Domenica 13 aprile del 1608 Caimo inaugurava ufficialmente la sua lettura alla Sapienza tenendo la prima lezione di fronte a numerosi cardinali e prelati. Oltre ad Alessandro Motalto in quell'occasione erano presenti i cardinali Francesco Maria del Monte, Antonio Maria Gallo, Mariano Pierbenedetti Camerino, Roberto Bellarmino, Francesco Mantica, Giovanni Dolfin, Andrea Peretti Montalto, il duca di Bracciano Virginio Orsini, Marcantonio IV Colonna, il principe Michele Peretti, il marchese Carlo Malatesta: «[...] tutti furono a favorire Caimo medico di esso Montalto, che in quel giorno fece la sua prima lettione in quel Studio dove da Nostro Signore ha havuto la lettura di filosofia in gratia di Sua Signoria Illustrissima [...]» (BAV, Urb. lat. 1076, c. 267v; Waźbiński 1994, II, p. 356).

Durante gli anni trascorsi alla Sapienza ebbe alcuni dissidi con Giulio Cesare Lagalla (1571-1624) che insegnò presso l'Ateneo romano per ben 32 anni. I motivi degli scontri sembra fossero dettati da questioni amorose, ma un ruolo importante ebbe anche il forte spirito competitivo del medico friulano e il rapporto di amicizia con il cardinal Borghese. Entrambi docenti di filosofia, Lagalla teneva la sessione mattutina (hora matutina), mentre Caimo quella serale (hora vespertina), e se nel 1609 lo stipendio del primo (165 scudi) con alle spalle già 16 anni di insegnamento prevaleva su quello di Caimo al suo secondo anno di attività (145 scudi), nel corso degli anni questo rapporto si invertì. Già nel 1614 Caimo guadagnava 315 scudi e Lagalla 200 e in seguito questa differenza si manterrà più o meno identica: nel 1623, per entrambi l'ultimo anno d'insegnamento, Caimo risulta percepire ancora 315 scudi, mentre lo stipendio di Lagalla si fermava a 225 scudi. Le uniche eccezioni a questa chiara tendenza riguardano gli anni 1617 e il 1619, quando lo stipendio del concorrente sopravvanzò anche se di poco quello di Caimo (1617 Lagalla 200, Caimo 195; 1619 Lagalla 225, Caimo 215) (Conte 1991, I, pp. 168-199).

Libro donato a Pompeo Caimo da Johannes Faber (BUP A.84.a.95)Tra i docenti con cui Caimo strinse, invece, un rapporto di amicizia ci fu il medico e botanico originario di Bamberga Johannes Faber (1574-1629). Faber giunse a Roma nel 1598 ottenendo nel 1600 la cattedra di botanica e il lettorato di anatomia. Direttore dell'Orto Botanico pontificio e accademico linceo, dal 1611 fu un'assiduo frequentatore della corte papale, agendo anche da mediatore politico tra Massimiliano I, elettore di Baviera, e Roma. Detentore di una importante biblioteca di oltre 1200 volumi a stampa, Faber donò a Pompeo Caimo un'edizione dell'opera del medico tedesco Raymund Minderer intitolata De calcantho seu vitriolo. Eiusque qualitate, virtute, ac viribus, nec non medicinis ex eo parandis (in piede al frontespizio il medico tedesco scrive: Pompeo Caimo Medico Romano eloquentissi[m]o Amico suo dono dabat Joannes Fabres; BUPd 84.a.95). Pubblicata ad Augusta nel 1617 con una dedica allo stesso Faber, Minderer vi celebrava le potenzialità terapeutiche del vetriolo nelle varie forme in cui esso poteva essere trasformato (flegma, olio, spirito, sale) e forniva tutta una serie di indicazioni pratiche su come procedere nella loro preparazione.

Il 2 giugno 1623 improvvisamente venne a mancare il cardinal Alessandro Montalto e insieme a lui svanirono le speranze di carriera di Pompeo Caimo nella Roma papale. Il giorno seguente il medico udinese informava il fratello Eusebio del triste evento:

Alessandro Algardi (attribuito),  Alessandro Damasceni-Peretti Montalto,  busto in marmo (Berlin, Bode Museum, Berlin)«Il cardinale è morto d’anni cinquanta due e poteva con ragione camparne cento e due per la forte complessione, ma egli è stato homicida di se medesmo col modo di vivere irrationale e con la vita sua sedentaria. La qual vita gli era da me mille volte biasimata, ma non si è mai risoluto di passare alla contraria, con cui havrebbe fuggita la presente caduta, ma non si può far altro e conviene sofferire, ché sofferenza è nel dolor conforto» (Epistolario Caimo, 367).


Nella stessa lettera Caimo riferisce di aver fatto tutto il possibile per cercare di curarlo, ma i suoi sforzi risultarono vani contro la gravità del male che condusse il cardinale alla morte dopo undici giorni di febbre maligna. Confida, quindi, al fratello tutta la frustrazione e i timori per un evento che avrebbe sconvolto completamente la sua vita e i suoi progetti: «Qual io mi sia rimasto può imaginarlo V.S. reverendissima considerando c’ho perduto utile et reputatione non ordinaria e mi veggo di man cadermi le concette speranze e rompersi a foggia di vetro. Quanto all’utile mi vien manco una rendita di ottocento scudi l’anno, che metterebbe pensiero ad ogni gran ricco, specialmente a Roma, ove è necessario tener gran conto de’ danari per la gagliardia delle spese correnti. Io sono in un posto di trattarmi bene in casa et fuori e di usare e cocchio e staffieri a livrea e non debbo far mutatione veruna, s’io non voglio discadere assai e perdere quel tutto di riputatione, che nel progresso di vintiuno anno con molte migliara di scudi mi sono acquistato».

 


La galleria qui sopra propone:

Il ritratto di Eusebio Caimo, fratello di Pompeo e successore di Francesco Manin nella carica di vescovo di Cittanova d'Istria. Alla morte di Eusebio la sede vescovile fu assegnata a Giacomo Filippo Tommasini, contrariamente ai programmi di Eusebio, che vi avrebbe voluto uno dei suoi nipoti. Questo ritratto calcografico è inserito negli Elogia virorum literis et sapientia illustrium ad vivum expressis imaginibus exornata (Padova, S. Sardi, 1644) di Giacomo Filippo Tomasini, la seconda raccolta di Vite dei protagonisti della vita intellettuale di Padova, ad illustrare la biografia dedicata al prelato udinese all'interno dell'opera (BUPd 93.b.67).

In più occasioni nella sua corrispondenza Caimo afferma di aver avuto diverse e allettanti proposte di matrimonio mentre si trovava a Roma, ma di aver sempre rifiutato per non precludersi la possibilità di accedere alla carriera ecclesiastica. In un volume del giurista francese Jacques Cujas (Jacopo Cuiacio), pubblicato a Ginevra dalla Société Caldorienne nel 1606, si conserva una lettera amorosa non datata di Pompeo Caimo (BUPd 56.a.12). 

La prima pagina dell'opera manoscritta di Pompeo Caimo intitolata Il convito di ragionamenti amorosi composto per ischerzo in Napoli l’anno 1607 (BCUd, Fondo Joppi, ms 514). Composta durante il suo lungo soggiorno napoletano (1607-1608) è un operetta giocosa che ripropone una discussione tenuta a Padova durante gli anni universitari insieme ad alcuni professori dello Studio: tra gli altri vengono ricordati Sperone Speroni, Federico Pendasio, Francesco Piccolomini, Giacomo Zabarella, Giason Denores, Francesco Robortello.

Un particolare dell'affresco della cupola della cappella paolina in Santa Maria Maggiore realizzato da Cigoli. Qui l'artista dipinse la Luna, posta sotto i piedi della Madonna, con grande esattezza scientifica, basandosi sull'immagine osservata dal telescopio di Galileo Galilei, amico del pittore. Si veda il confronto con le fasi lunari acquerellate da Galilei nel 1616. Federico Cesi, fondatore dell'Accademia dei Lincei, in una lettera a Galileo datata 23 dicembre 1612 riferì che Cigoli «s’è portato divinamente nella cupola della cappella di S. S.ta a S. Maria Maggiore, e come buon amico e leale, ha, sotto l’immagine della Beata Vergine, pinto la Luna nel modo che da V.S. è stata scoperta, con la divisione merlata e le sue isolette» (Cigoli 2009, p. 20).

Sul frontespizio del volume di Theodor Zwinger In artem medicinalem Galeni, pubblicato a Basilea da Oporinus nel 1561 (BUPd 89.a.23.1), si legge la nota di possesso di Pompeo Caimo apposta dopo aver ottenuto la cattedra alla Sapienza: «Ex libris Pompei Caimi Utinensis in Romani Gymnasio professoris phil. et med. ordinarii» (professore ordinario all'Università di Roma).

Lettera di Pompeo Caimo al fratello Eusebio del 3 giugno 1623, in cui viene annunciata la morte del cardinal Alessandro Montalto.

Due orazioni funebri uscite nel 1623 poco dopo la morte del cardinale Alessandro Montalto (Francesco Orsucci, Oratione funebre fatta nell'esequie dell'illustriss. sig. card. Mont'Alto, Viterbo, Agostino Discepoli, 1623 e Giovanni Briccio, Il pianto, et la mestitia dell'alma città di Roma, Roma e Bologna, eredi di Giovanni Paolo Moscatelli, 1623). Sul verso del frontespizio della prima orazione sono descritte le quattro imprese affisse sul catafalco su cui era esposto il feretro che corrispondono alle quattro parti principali dello stemma del cardinale: un leone col motto Mitem animam sub pectore forti; una stella col motto Quasi Stella matutina; i tre monti col motto Mons in vertice montium; un ramo di pere col motto Fructus eius dulcis gutturi meo.