"Struttura simbolica (l'Ovo di Gubbio)": la scultura

L’Ovo di Gubbio è una scultura monumentale in frammenti di pietra alta 2,30 metri progettata da Mirella Bentivoglio per la Biennale eugubina del 1976, al termine della quale fu donata dall'artista stessa alla popolazione. 

Si tratta della prima scultura femminista di arte pubblica: un’opera permanente installata nel paesaggio urbano, che viene così contrassegnato da un’immagine potentemente simbolica del femminile e da un discorso chiaramente segnato dal femminismo. Nella scultura, Bentivoglio combina due elementi ricorrenti nella sua poetica – l’uovo e la pietra – e li fa proficuamente comunicare nella loro forte vocazione simbolica in una «duale simbologia dell’incontro» (M. Bentivoglio, All’Adultera Lapidata, Edikon, 1976, s.p.).

Storicamente associato alla vita e alla resurrezione,alla sfera del femminile e della fecondità, l'uovo diventa nella poetica di Bentivoglio anche una sorta di alter-ego della lettera "o", iniziale della parola "origine" e pertanto metafora della creatività stessa, ma insieme anche congiunzione disgiuntiva, segno indicativo dell'alterità. Di contro, la pietra risulta spesso assimilata nell'immaginario occidentale alla dimensione funebre delle pietre tombali. Attraverso l'uso simbolico di questi due elementi l'artista ricompone così la contrapposizione fra la vita e la morte, fra la fossilizzazione e la fragilità. 

Ulteriori chiavi di lettura dell'opera vengono forniti dalla stessa Bentivoglio, che dimostra una spiccata sensibilità per la cultura tradizionale eugubina e l'intento di creare un legame forte tra il suo lavoro e i valori della comunità, cui è destinato. Un primo riferimento è la leggenda dell’incontro a Gubbio fra San Francesco e il lupo, identificato, a partire da una ricerca iconografica condotta proprio negli anni settanta del secolo scorso dall’etnologo Giancarlo Gaggiotti, con una lupa: termine che in latino significa "prostituta". San Francesco avrebbe dunque parlato ad una meretrice, nella cultura patriarcale la donna-oggetto per eccellenza. Ad un primo livello di analisi allora, l’Ovo di Gubbio rappresenta un’opera-manifesto, un simbolico accordo di pace sotto il segno dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Un secondo rimando è alla festa dei Ceri, che si svolge a Gubbio ogni anno a metà maggio. Tradizionale celebrazione di origini precristiane, celebra una fertilità maschile, attestata dal richiamo alla forma fallica dei ceri. Bentivoglio sceglie quindi di collocare il suo uovo in un piccolo slargo lungo il percorso della processione, inserendo un segno femminile in uno spazio rituale fino allora esclusivamente maschile.

Non meno importanti sono infine i materiali, che compongono l'opera, rivestita da frammenti di pietra locale, la stessa reperibile nello spiazzo in cui è collocata: appena fuori dalle mura di Gubbio, laddove tradizionalmente venivano lapidate le adultere. L'artista stessa rimarcò il valore di denuncia del suo lavoro con una dedica iscritta sulla superficie interna della scultura, che recita: "All'adultera lapidata".

Ridefinendo i ruoli di genere e gli spazi di comunità, Bentivoglio definiva così la forza controcorrente del femminile, in grado di scardinare le strutture sovraimposte dal patriarcato per ricercare alternative forme di espressione e di cittadinanza. 

Nel 2004 l’opera ha subito un crollo a seguito di un collasso della parte inferiore, a cui è seguita un’intensa operazione di restauro nel 2022 attraverso la collaborazione del Comune di Gubbio, l’Università dei Muratori Scalpellini ed Arti Congeneri, l’Archivio Bentivoglio e volontari. Il lavoro è coinciso con una ricostruzione secondo il procedimento dell’anastilosi, impiegando i materiali originali, integrati a pietre della stessa tipologia. Per consegnare ai posteri la testimonianza dell’operazione è stato deposto all’interno dell’uovo un contenitore con le informazioni relative alla prima e alla seconda costruzione.

Ovo costruzione I, ArtribuneOvo scultura

Fotografie storiche di Struttura simbolica (l'Ovo di Gubbio), 1976
Fonte: Artribune