Un ritratto di Dante Alighieri nella Biblioteca presso l’Orto botanico di Padova

Ritratto di Dante Alighieri

Leopoldo Toniolo, Ritratto di Dante Alighieri, olio su tela, 1865. Biblioteca storica di medicina e botanica Vincenzo Pinali e Giovanni Marsili.


Nella biblioteca dell’orto botanico si conserva un dipinto che raffigura il poeta Dante Alighieri. Un olio su tela con il poeta che regge una melagrana, in una cornice dorata, con un fastigio dorato con un motto e figure di frutti e di spighe. Il motto riporta un verso dal Purgatorio della Divina Commedia “ch’ogn’ erba si conosce per lo seme”.

Nel 1865 a Padova questo dipinto di Dante è stato il premio di una lotteria del “Comitato per le onoranze da tributarsi a Dante nel sesto centenario della sua nascita”.

In quel momento l’Italia ha raggiunto l’unificazione della maggior parte del territorio nazionale sotto la corona piemontese da poco e faticosamente sta organizzando la sua organizzazione. La capitale da Torino si sposta a Firenze ma il nord est della penisola, il Lazio e Roma non fan parte dello stato.

Il 1865 è l’anno in cui si ricorda il sesto centenario dalla nascita del poeta fiorentino Dante Alighieri e tutte le città si adoprano per festeggiare degnamente un poeta che diventa un simbolo della cultura italiana. Una festa che, in un paese non ancora del tutto unificato, aveva già velocemente acquistato un significato politico particolarmente eversivo nelle città “irredente”, ancora sotto un governo straniero.

Si assiste alla creazione di un culto di Dante come primo cittadino e primo poeta che diventa culto nazionale strettamente legato alle varie teorie politiche risorgimentali.

Si costituiscono Società dantesche, Comitati per i festeggiamenti, associazioni e gruppi locali non solo a Firenze ma in tante città d’Italia dato che la figura del poeta pellegrino per le varie città porta queste a sentirsi pienamente coinvolte.

I progetti sono grandiosi e partono dall’idea che lo studio dell’opera di Dante sia un fattore di sviluppo non solo culturale ma morale e politico per l’intero paese. La questione della lingua sembra essere rilevante per la rinascita stessa dell’Italia.

A Padova vicende contingenti legavano i fatti della storia medievale alle speranze politiche. Nel 1827 il palazzo degli Scrovegni presso i resti dell’Arena romana viene distrutto conservando solo la cappella dell’Annunciazione di Maria, dove nel 1304-1306 Giotto aveva affrescato l’interno con la vita di Gesù, il Giudizio universale e varie figure allegoriche. Nascono anche degli aneddoti leggendari come la presunta visita di Dante al cantiere della cappella Scrovegni mentre Giotto dipingeva. Nato sulla scorta di un commento alla Commedia di Benvenuto da Imola a fine ‘300, l’aneddoto avrà lunga fortuna fino a generare un convegno a Padova nel 1865, Dante a Padova. Studi storici e critici. Nel 1858 la famiglia Gradenigo, proprietaria di quel che rimaneva degli Scrovegni, decide di mettere in vendita la cappella ma la presa di coscienza dell’importanza di quegli affreschi per la città e la nazione, nel clima di un nuovo fervore risorgimentale porta il podestà di Padova a vietare lo stacco e la vendita di quelle pitture.

Nel fatidico 1865 la città di Padova desidera onorare insieme sia Dante sia Giotto erigendo nel Prato della Valle, luogo dei monumenti agli illustri padovani e a chi aveva fatto grande la città, due statue che li ritraessero e affidandone la fattura a Vincenzo Vela, artista affermato con studio a Torino. Il Comitato per le onoranze da tributarsi a Dante nel sesto centenario della nascita di Padova istituisce una lotteria per la raccolta dei fondi necessari e un premio è proprio il ritratto di Dante di Leopoldo Toniolo, offerto da Filippo Fanzago, prof. di medicina all’Università. Il 15 maggio del 1865, in concomitanza con le feste fiorentine, a Padova nell’estrazione della lotteria nel palazzo Municipale il dipinto col numero 674 viene vinto dal prof. Roberto De Visiani, docente di botanica e direttore dell’orto botanico dell’Università. Un grande attestato per il contributo dato per le statue di Dante e Giotto, firmato Francesco da Lazara e datato 1866, si conserva nella biblioteca, collocato CAS.1.7.

 

Attestato

Attestato per il contributo dato per le statue di Dante e Giotto, firmato Francesco da Lazara e datato 1866.

 

L’interesse per la lingua italiana c’è anche in De visiani, ricordato come ricercatore di edizioni antiche e membro della Commissione presso il Reale Istituto Veneto per la giunta al Dizionario. Fra i suoi scritti ci sono opere dedicate al maestro dell’Alighieri, Brunetto Latini, di cui sembra possedesse un codice manoscritto del Tesoro. Altri testi della metà del secolo circa sono rivolti ai temi della lingua antica, ai problemi della trascrizione e della pubblicazione. Ancor vivente lasciava al Museo Civico di Padova un fondo di opere d’argomento linguistico di oltre 2500 volumi a stampa e circa 20 codici manoscritti, oggi presenti con collocazione A.

Non è quindi strano che il De visiani pubblichi Accenni alle cognizioni botaniche di Dante nella Divina Commedia, in La gioventù, inserendosi nel dibattito culturale contemporaneo e tale scritto ricompaia in Dante e il suo secolo, una raccolta di saggi edita nel centenario del 1865.

Ancora nel dicembre 1865 De visiani partecipa a questa esaltazione di Dante in chiave patriottica con il dono di due busti di Dante, copie di quello bronzeo del Museo Nazionale di Napoli, uno alla città di Trieste e uno al suo amico e collezionista botanico Nicola Bottacin.

Il ritratto di Dante di Leopoldo Toniolo arriva quindi nella casa del prefetto dell’orto botanico nella primavera del 1865. Il Toniolo fu un ritrattista nato a Schio nel 1833 e morto a Padova nel 1908. Di modeste possibilità fu sussidiato dal Comune di Padova per permettergli di frequentare i corsi dell’Accademia di belle arti di Venezia. Fra le sue opere ricordiamo il ritratto di Alberto Cavalletto al Municipio di Padova, il ritratto del re Vittorio Emanuele III all’Università di Padova e alcuni ritratti d’invenzione nello spirito storicistico del tempo come un Petrarca e un Dante e Giotto al Museo Civico di Padova. In questo ritratto di Dante il poeta di profilo tiene con la mano una melagrana. La melagrana è un frutto simbolo di fecondità e di benedizione divina ma anche del Paradiso con i martiri e della Chiesa che riunisce i suoi fedeli. Nella mitologia ricorda la figura di Persefone e quindi rimanda all’idea dell’oltretomba e insieme della rinascita. Nella pittura compare in mano alla Madonna e a Gesù Bambino. Non mi sembra che sia citata espressamente in Dante. Possiamo pensare ad una scelta generica del pittore per richiamare l’opera dedicata al viaggio nell’Aldilà e alla rinascita spirituale del poeta?

La cornice dorata, in cattive condizioni, è coronata sul lato superiore da una decorazione di spighe e frutti che scendono lungo i lati e da un cartiglio con le parole del verso 114 del Purgatorio, “ch’ogn’erba si conosce per lo seme”. Si tratta di una derivazione da citazioni evangeliche, Luca VI 44 e Matteo VII 16, ogni albero si conosce dal frutto, in un contesto in cui è metafora dell’evidenza della causa dagli effetti manifesti. Nel Purgatorio il poeta sta incontrando l’anima di Marco Lombardo tra gli iracondi e con lui discute le ragioni della decadenza morale che vengono viste nella confusione valoriale data dal cattivo esempio della Chiesa, potere spirituale, che prevarica il potere temporale. Quindi quanto ciò sia male si vede dal risultato, la corruzione dell’anima. Perché un tale verso su di un dipinto per le celebrazioni di Dante e dell’unità italiana? Vi è un significato politico? Si inserisce velatamente nel tema, sempre spinoso, dei rapporti del nuovo stato con la Chiesa e con il papa che ancora deteneva il potere su Roma? Oppure è visto in un’ottica botanica, semplicemente, invitando a studiare la natura? Fa riferimento a quel saggio, proprio di De Visiani, dedicato alle citazioni di argomento botanico nella Divina Commedia? Insomma l’interpretazione del dipinto rimane aperta alla ricerca e alla discussione.

Il 2 marzo 1869 il botanico ungherese August Kanitz è in visita all’Orto botanico di Padova e viene ricevuto dal De visiani, ancora convalescente da una recente malattia, nel suo studio mentre sta lavorando al Supplemento alla sua Flora dalmatica che uscirà nel 1872. Il Kanitz viene introdotto al piano terra dell’edificio dove si trova anche l’abitazione del prefetto, passa una stanza con una ricca collezione di fossili tra cui alte palme, provenienti da Bolca e dalla Dalmazia, e viene ricevuto nello studio che è anche l’erbario dell’istituzione, dove si conservano gli exsiccata della Flora Dalmatica in scatole a forma di libro dal dorso rosso e quelli dell’Herbarium generale in altre dal dorso verde. Il dipinto di Dante è davanti alla scrivania sopra la porta che dà sulla sala della biblioteca. Un posto di rilievo quindi.

Nel 1878 alla morte di De visiani, Pier Andrea Saccardo, già suo assistente e incaricato delle lezioni di botanica durante gli ultimi anni di vita del prefetto, stende un accurato inventario dei beni presenti nello stabilimento. Nelle stanze del pianoterra, troviamo lo studio del prefetto, un po’ ufficio un po’ salottino, con il suo scrittoio, gli armadi alle pareti con libri, fossili, erbari, un tavolo e sei sedie, un sofà. Alle pareti i due ritratti del De visiani, ancor oggi in biblioteca e in erbario, un ritratto dell’amico Bottacin e il ritratto di Dante con la melograna.