La collezione nelle parole di Luigi Chieco Bianchi

Si riporta di seguito l'intervista rilasciata dal professor Luigi Chieco Bianchi alla dott.ssa Veronica Coccato, all'epoca studentessa del Dipartimento dei Beni Culturali patavino, il 21 febbraio 2023.

Professor Chieco Bianchi, da cosa ha origine il Suo interesse artistico?

La mia passione per l’arte nasce studiando al liceo storia dell’arte, sposando un’archeologa, visitando tanti musei e gallerie in Italia e all’estero, seguendo con maggiore interesse l’arte moderna e contemporanea. Nel 1965, quando sono arrivato a Padova, in città c’era una vivace vita artistica: c’era stata la nascita del Gruppo N e c’erano delle gallerie d’arte molto attive, che proponevano coraggiosamente artisti contemporanei. Io ne frequentavo soprattutto due, l’Adelphi di Alberto e Annamaria Carrain, e la Chiocciola di Sandra Leoni, che era coadiuvata dal marito Aldo Leoni, primario dermatologo all’Ospedale di Vicenza. Sia i Carrain che i Leoni avevano un gusto particolare per l’arte contemporanea, con importanti collezioni personali. In queste gallerie i vernissage delle mostre costituivano piacevoli occasioni di incontro con artisti e critici, con il conseguente approfondimento delle mie conoscenze sulle nuove tendenze.

Quando è nata l’idea di costituire una collezione d’arte contemporanea all’interno degli spazi dello IOV?

Per rispondere a questa domanda occorre fare una premessa. Il gruppo universitario di Oncologia sperimentale è stato per anni ubicato al piano interrato dell’Istituto di Anatomia Patologica, in via Gabelli, e siamo rimasti operativi in Anatomia Patologica fino al 1983, quando da parte di amministratori illuminati ci è stata offerta la possibilità di trasferire i nostri laboratori nell’Ospedale Busonera (già dismesso come Ospedale per le malattie polmonari), occupando la palazzina precedentemente destinata alla Direzione Sanitaria. Furono allestiti i laboratori un po’ alla meglio, utilizzando locali che erano uffici e iniziando le prime indispensabili ristrutturazioni. Grazie ad una Legge nazionale promulgata per far fronte alla pandemia da HIV, sulla fine degli anni ’90, i nostri laboratori, già identificati come Centro di Ricerca Regionale per la lotta all’AIDS, ricevettero un cospicuo finanziamento, che, integrato da altri fondi elargiti dalla Regione, dall’Università e dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), consentì la ristrutturazione e l’allargamento della vecchia palazzina con studi e aule per riunioni e seminari, nonché la costruzione di un nuovo blocco destinato a laboratori particolarmente attrezzati per la ricerca su virus patogeni (e oncogeni) umani e sui meccanismi immunitari per combatterli. Frattanto, partecipando a congressi e lavorando in laboratori all’estero, specialmente negli Stati Uniti, avevo avuto l’opportunità di visitare molti Istituti all’avanguardia nella ricerca sul cancro, constatando con ammirazione come in questi laboratori, negli spazi comuni, fossero esposte opere d’arte contemporanea importanti e molto belle. Ad esempio a Boston, nel famoso MIT, c’erano diverse tele donate da Rothko alla Harvard University. Così sorse l’idea di cercare anche noi di abbellire i nostri istituti e i nostri laboratori con opere di artisti veneti per favorire nei ricercatori e negli studenti l’apertura ad orizzonti più ampi di immaginazione e di ricerca. Certo, anche l’Università di Padova è dotata di bellissime opere d’arte moderna, come al Bo il Palinuro di Arturo Martini, la stele di Giò Pomodoro, il monumento alla Resistenza di Jannis Kounellis e più recentemente l’Abiura di Galileo di Emilio Isgrò, oltre agli affreschi di Massimo Campigli al Liviano. Ma avere quadri e sculture all’interno di laboratori di ricerca avrebbe costituito un’iniziativa innovativa.

Come sono entrate le opere in collezione?

Le opere sono state tutte donate, senza alcuna selezione preventiva. Non si è prestata attenzione alla tecnica, solamente agli artisti, a questa opportunità che si aveva di conoscerli e di ottenere da loro delle opere. Mi rivolgevo a un amico artista, gli parlavo delle nostre ricerche, dei nostri nuovi laboratori e gli chiedevo direttamente: “Tu doneresti una tua opera all’Università di Padova?”. Chi accoglieva la mia richiesta, veniva a visitare i laboratori e, sulla base dell’ambientazione e di qualche nostra indicazione, sceglieva l’opera che voleva destinarci. Tra gli artisti che ho coinvolto in tal modo ricordo Manfredo Massironi, uno dei fondatori del Gruppo N, Sandra Marconato, sensibile artista della tessitura, Alessio Tasca, Lee Babel, Pompeo Pianezzola, tre ceramisti di grande valore, Giovanni Soccol e Fabrizio Plessi, tuttora molto attivi e noti ancheinternazionalmente. Inoltre alcuni autori sono colleghi medici e ricercatori, come Raffaele Scapinelli professore di Ortopedia a Padova, appassionato vedutista, e Antonio Siccardi, professore di Biologia dell’Università di Milano, la cui raffinata tecnica di collage si ispira a Mimmo Rotella. Ricordo però qui anche il generoso aiuto di Anna Maria Carrain, che ci ha donato due opere importanti della sua collezione personale; di Emanuela Leoni che, in ricordo di suo papà Aldo, appassionato fotografo, ci ha regalato cinque sue bellissime foto originali della serie L’uomo e le sue pause; di Maria Vica Resta Flarer, che ci ha offerto una delle prime opere informali di suo padre Franco Flarer, professore di Dermatologia, Preside della Facoltà di Medicina negli anni sessanta del Novecento, raffinato pittore di spontanea creatività. Abbiamo acquistato solo un’opera: dopo il danneggiamento accidentale della scultura Dorgali, offerta dal grande artista della ceramica Alessio Tasca, abbiamo usato il risarcimento assicurativo per acquistare un secondo lavoro del maestro.

Quando è arrivata la prima opera in collezione? E quando invece l’ultima?

Se ben ricordo, la prima opera, arrivata nel 2001, l’anno dopo l’inaugurazione dei nuovi laboratori, è stata Interrogativo Uomo di Giorgio Camuffo, grande grafico veneziano, oggi professore all’Università di Bolzano. Visitando il suo studio a Venezia avevo ammirato alcune sue installazioni luminose, ottenendo subito una sua disponibilità ad offrircene una; tuttavia insieme considerammo poi le difficoltà connesse al collocamento e alla gestione, così la scelta si orientò con entusiasmo sull’Interrogativo Uomo che, posizionato all’ingresso dei laboratori, rende con efficacia l’interrogativo costante che marca la vita dei ricercatori. Seguirono quindi le opere di Renato Pengo, vivace sperimentatore, e di Vincenzo Eulisse, polemico “surrealista”. Le ultime opere arrivate sono quelle di Nina Nasilli, Giuseppe Fossati e Luigi Sartori, acquisite dopo il mio pensionamento per merito del Prof. Alberto Amadori

Ci ha parlato dell’allestimento di Camuffo. Con quale criterio sono state allestite le altre opere?

La maggior parte delle opere sono state posizionate in spazi più o meno adeguati, dipendentemente anche dal formato e dalla tipologia. Le ceramiche per esempio hanno avuto spazio nelle pareti del secondno ingresso. Per quanto riguarda il grande pannello metallico di Plessi è stato destinato dall’autore all’Aula Magna perché vuole esprimere il significato della ricerca sul cancro, così come recita il titolo La Ricerca come ponte tra le due anime dell’acqua e del fuoco. Nell’Aula Magna è pure esposta l’opera di Manfredo Massironi, mentre la grande tela di Giovanni Soccol Macro-microcosmo è stata collocata su una parete dell’ingresso principale.

La volontà di creare una collezione all’interno della IOV in che modo è stata recepita dai Suoi superiori e colleghi?

Devo dire che la mia “impresa” è stata guardata sempre con simpatia (e forse anche con un po’ di amichevole invidia…). Oggi responsabile della loro conservazione, così come di tutti i beni mobili inventariati, è il Direttore del Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Oncologiche e Gastroenterologiche, mentre l’ingresso delle opere in Collezione viene gestito dal Consiglio di Dipartimento, che le ha a suo tempo accettate e inventariate. Ai fini di garantire la loro salvaguardia nel tempo, considerati anche i frequenti turnover del personale e i conseguenti cambi di destinazione degli ambienti dove i beni sono conservati, è però necessario un impegno da parte di tutta l’Università. Per questo tra pochi giorni il Consiglio di Dipartimento richiederà formalmente al Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo il riconoscimento di “collezione universitaria” per le nostre opere

 

Ndr Il processo di riconoscimento si è concluso nell'autunno 2023 e la “Collezione delle opere d’arte Luigi Chieco Bianchi” fa oggi parte delle collezioni di area storico-artistica dell’Università degli Studi di Padova.