Le origini della collezione

La nascita della Collezione di opere d’arte Luigi Chieco Bianchi si lega strettamente alle vicende biografiche e agli interessi del suo promotore, da sempre sensibile alle ricerche artistiche più attuali. 

Durante un soggiorno in America negli anni ottanta del secolo scorso, Chieco Bianchi ammira le tele donate da Rothko alla Harvard University e si convince dell’importanza di far entrare l’arte negli ambienti, spesso asettici, dei laboratori di ricerca. Rientrato a Padova, decide quindi di promuovere la costituzione di una raccolta artistica anche nei nuovi spazi dell’Istituto Oncologico Veneto, in particolare nella palazzina che ospita oggi la sezione di Oncologia del Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Oncologiche e Gastroenterologiche dell’Università degli Studi di Padova, in via Gattamelata 64. L’intento è di migliorare il benessere di medici, infermieri e ricercatori, costretti a convivere quotidianamente con la sofferenza dei pazienti e, spesso, il lutto dei familiari: l’arte diventa un mezzo per alleggerire il peso quotidiano e migliorare quindi le performance lavorative di quanti abitano gli spazi dei laboratori.

La prima opera ad entrare in collezione, nel 2001, è Interrogativo Uomo, scultura di Giorgio Camuffo, che rappresenta una sagoma nera di un uomo con al centro un punto interrogativo: posizionata proprio di fronte all’ingresso, ai piedi delle scale che portano al primo piano, è un invito a riflettere sulle motivazioni che guidano la ricerca scientifica, sugli obiettivi che ci si prefigge con i propri studi, senza dar mai nulla per scontato.

Seguono due lavori di altri grandi esponenti dell’arte contemporanea veneta, Closed Flat Knot (1992) di Manfredo Massironi e La ricerca come ponte tra le due anime dell’acqua e del fuoco (2001) di Fabrizio Plessi, ambedue esposti in contesto privilegiato nell’Aula Magna dell’attuale Dipartimento di Scienze Chirurgiche Oncologiche e Gastroenterologiche. Se la prima si riallaccia alle ricerche percettive del maestro padovano, il lavoro di Plessi, realizzato appositamente per questa raccolta, intende di rappresentare il connubio tra arte e scienza, riproducendo una serie di immagini tratte  dai quaderni di laboratorio dei ricercatori.

Nell’ambito delle ricerche sulla visione, e la sua crisi, si collocano anche la grande tela di Giovanni Soccol intitolata Macro-microcosmo (2003) e il dipinto di Renato Pengo Paesaggi Prestati (1966-2002), che invita lo spettatore a esplorare il delicato equilibrio tra presenza e assenza, tra colore e vuoto. 

Risalite le scale che portano agli uffici al piano superiore, il minimalismo di Astratto (1977) di Renzo Schirolli, pittore, incisore e progettista mantovano, trova una controparte nell’esuberante L’icononauta (1975) di Vincenzo Eulisse, dove il personaggio del “navigatore delle immagini” ci guida in un viaggio spazio-temporale da una dimensione primordiale a una astrale.

Di complessa lettura iconografica anche il dipinto di Sergio Fergola Un animale sognato da Poe (1969), dono di Annamaria Bellutta Carrain della Galleria Adelphi, che ci proietta in una dimensione onirica inquietante, con sentori surrealisti. A rasserenare gli animi ecco intervenire due lavori di Luigi Sartori, Senza titolo 1 (1986) e  Senza titolo 2 (1997), celebranti le gioie famigliari.

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