"Alla cancellazione della biodiversità e delle varietà culturali bisogna opporsi costruendo il nostro ambiente di vita secondo i suggerimenti della natura stessa” (Eugenio Turri, Il paesaggio e il silenzio)

Il bacino del Mediterraneo è il centro di origine di molte specie vegetali oggi coltivate anche ben oltre i suoi confini. Senza considerare le alghe, il numero di specie di piante superiori in Italia è di circa 6700, cui vanno aggiunte 1130 specie di muschi. La combinazione tra selezione naturale e selezione artificiale messa in atto dall'uomo ha permesso l'evoluzione di moltissime varietà vegetali, adattate alle condizioni ambientali e alle esigenze colturali. Le colture tradizionali hanno favorito la variabilità intraspecifica, ovvero le differenze genetiche tra popolazioni appartenenti alla stessa specie: ciò permette una maggiore resistenza agli stress ambientali e alle malattie.
Se si escludono le specie ornamentali, le specie coltivate nel nostro Paese sono 665: da decenni sono tuttavia in atto processi di “erosione genetica” ovvero di perdita di biodiversità intraspecifica che mettono a rischio d’estinzione anche le specie d’interesse agrario. Secondo una stima della FAO, circa 3/4 del patrimonio di risorse agrarie vegetali disponibile all'inizio del secolo scorso è stato perduto. Oggi, di circa 6.000 specie di piante coltivate per il cibo, solo nove rappresentano i 2/3 della produzione totale (canna da zucchero, mais, riso, grano, patata, semi di soia, olio di palma, barbabietola da zucchero e manioca): un dato che mette in luce l’estrema povertà e fragilità del nostro sistema agroalimentare.
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