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L’inghippo: il compito degli eredi di libri, la licenza e il caso Machiavelli
Tracce della libreria Cillenio
L’acquirente perfetto
Nella primavera del 1627 Eusebio Caimo sottopose al fratello una lista di titoli da valutare per un eventuale acquisto.
È il 1627, l’anno in cui dopo la prima edizione esce la seconda del suo trattato intitolato Parallelo politico che Pompeo si era impegnato su richiesta dell'editore ad ampliare; il medico avrebbe inoltre sistemato per la stampa il manoscritto del De febrium putridarum indicationibus e approntato per il nipote il Panegirico... per l'illustriss. & eccellentiss. S. Girolamo Lando cavagliere podestà di Padova nel fine del reggimento (Padova, Gasparo Crivellari, 1627).
Presa visione della lista, la risposta di Pompeo fu: «Ho veduto volentieri l’indice dei libri che V.S. reverendissima mi ha mandato et ho fatto in lui nota col segno di una crocetta di quei libri che volentieri piglierò, ma non debbo lasciar di dirle che questi sono libri usati e in buona parte greci e che però devranno essere a buon prezzo» (Epistolario Caimo, 391, Padova 23 aprile 1627).

Sfortunatamente non sono pervenute né la lista transitata per Padova e rientrata a Udine dopo le annotazioni di Pompeo, né la lettera che l’accompagnava.
Il “negocio” si concluse solo a novembre, quando arrivarono a Padova i libri all’interno di una cassa «ben condicionati», per cui Pompeo ringraziava il fratello con una lettera il 12 novembre (Epistolario Caimo, 402).
I libri erano usati e in buona parte greci: vendere e acquistare libri usati era consuetudine e non soltanto durante il periodo degli studi universitari, ci si aspettava semplicemente di ottenere un buon prezzo. In passato Pompeo aveva acquistato per il fratello anche un libro nuovo ma difettato, sempre ad un buon prezzo: «Quanto al bullario, io subito ne feci diligente inquisitione e ne trovai con pena uno imperfetto, del quale volsi dare dieci scudi, né di ciò si maravigli, peroché di questo libro ce n’è a Roma inopia mirabile, per essere procacciato da tanti e quando si trovi intero, il suo prezzo ordinario è di scudi 25» - probabilmente si trattava della Summa bullarii earumve summorum pontificum constitutionum del teologo Stefano Quaranta pubblicata a Napoli da G.G. Carlino nel 1605 - e riedita emendata nel 1606 a Brescia per B. Fontana (Epistolario Caimo, 120, Roma 16 ottobre 1605).
La presenza di una lista di libri con caratteristiche simili suggerisce che i volumi appartenevano ad una raccolta omogenea, molto probabilmente una biblioteca stratificata, di una persona colta in grado di padroneggiare perfettamente sia il latino sia il greco. E la conoscenza approfondita della lingua greca non era una competenza così diffusa, tanto che lo stesso Pompeo ricordava con orgoglio gli anni di duro studio tra Padova Udine e Roma che gli avevano consentito di raggiungere alla fine una solida padronanza della lingua di Aristotele.
Testi in greco Caimo ne possedeva già diversi nella vecchia biblioteca di famiglia: le tragedie di Sofocle ed Euripide in greco con la traduzione latina se le fece spedire a Roma nel 1602, mentre le opere di Galeno e di Luciano solo in greco le richiederà qualche anno più tardi, nel 1607, quando finalmente potrà permettersi di scrivere al fratello: «hora possedo tanto di lingua greca, ch’io posso intendere quei gran filosofi e medici antichi nel suo linguaggio natio. E questo ho fatto sine ullo doctore, ma non sine labore improbo, qui omnia vincit» (Epistolario Caimo, 34, Roma 21 dicembre 1602; 150, Roma 27 gennaio 1607).

Fu quindi la grande passione per i libri da sempre dimostrata da Pompeo Caimo e la sua eccellente competenza linguistica nella lingua greca a convincere Eusebio a sottoporre quell’elenco di libri all’attenzione del fratello. Pompeo era, sotto ogni profilo, il potenziale acquirente perfetto.
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La provenienza: i Cillenio
Eusebio Caimo agiva da Udine per conto di terzi che gli fornirono la lista dei volumi, evidentemente amici o conoscenti friulani; lo confermerebbe anche la buona disposizione di Pompeo a visionare l’elenco, «ho veduto volentieri l’indice dei libri», un giudizio che non doveva dipendere esclusivamente dall'interesse per il contenuto.
Nella missiva del 2 novembre 1627 che accompagnava la cassa di libri acquistati e spediti presso l'abitazione padovana di Pompeo, il fratello finalmente chiariva: «Invio anco una cassetta di libri, che comprai già a nome di V.S. da quell’herede del Cilenio…» (Epistolario Caimo, 478).
I Cillenio erano una famiglia di letterati e poeti, notai e precettori, originari dell’alto Friuli (Liruti 1830, pp. 75, 78, 211-216, 369, 464), il cui ‘cognome’ si suppone fosse Angeli/De Angelis, ma uno di essi assunse, come era in uso tra gli umanisti, il nome latino Cillenius, ovvero 'del Cillene' «il monte dell'Arcadia, dove nacque Hermes-Mercurio, inventore della lira - canto, poesia -, accanto all'Elicona, il monte delle Muse» (Dorigo 2014b, p. 507), per cui la divinità alata-l’angelo della mitologia greca, Mercurio, è detto Arcade e Cillenio.
E probabilmente per questo motivo, l'esponente più noto dei Cillenio, Raffaele, decise di chiamare uno dei suoi figli Mercurio (mentre all’altro diede il nome del padre, Niccolò, anch’egli maestro e poeta).
Raffaele Cillenio, umanista di fama, importante latinista e grecista, autore prolifico di opere in prosa e in poesia, fin dalla giovinezza si dedicò alla professione di insegnante delle lingue latina e greca, esercitando in varie scuole di importanti città d’Italia, tra cui Venezia e Vicenza; rientrò a Tolmezzo, sua città natale, all’inizio degli anni settanta del Cinquecento, dove nel 1573 venne assunto nella scuola locale con lo stipendio di 130 ducati. Nel 1594, ultimo anno della sua vita, l’ormai anziano precettore (doveva essere nato all’inizio del secolo) ottenne dal Consiglio di Udine di poter insegnare nella scuola pubblica cittadina (per ducati 100, compreso l’affitto della casa) e in occasione del conferimento dell'incarico di lingua greca e latina lesse come ringraziamento l’Oratio ad cives Utinenses habita pridie nonas decembris, «l’espressione più alta della sua arte oratoria», che fu data alle stampe nel medesimo anno (Udine, G.B. Natolini). Il suo insediamento nella capitale della Patria del Friuli, «dove avevano insegnato personaggi prestigiosi di fama nazionale, come Cimbriaco, Sabellico, Parrasio, Amaseo, Filomuso…» rappresentava nella sua prospettiva «la consacrazione definitiva del suo magistero nelle humanae litterae» (Dorigo 2014a, p. 269), e al contempo apriva la strada dell’insegnamento in città ai propri figli Nicolò e Mercurio, che avevano lasciato l’incarico di Tolmezzo per seguire e aiutare il vecchio padre - a loro Raffaele aveva indirizzato con affetto il suo fortunato manuale Tabulae rhetoricae (Venezia, G. Ziletti & C., 1571) «per l’inventio e la dispositio oratoria… consigliato e utilizzato in molti ambienti scolastici» (Dorigo 2014a, p. 267; BCUd, CA, Annales, f. 39v-40r (29 agosto 1594); BCUd, CA, Catastico, XI S, f. 82v-83r; BCUd, Fondo Joppi, ms 596, foglio sciolto n.n., Serie cronologica dei maestri del Ginnasio... di Udine).


Il 19 febbraio 1595 Nicolò Cillenio chiese al Consiglio di succedere al padre, da poco scomparso, alle stesse condizioni e il 14 agosto ottenne la nomina a unico rettore della cattedra di lingua greca e latina per un triennio con 150 ducati l’anno di stipendio (come ai tempi di Giacomo Fannio che «per molt’anni resse solo la scuola publica de le humane lettere in questa città» «col salario di 150 ducati et col carico di un ripetitore»).
Nicolò conserverà l’incarico di “maestro d’humanità”, per l’insegnamento della grammatica greca e latina, la letteratura, l’oratoria e i buoni costumi, fino alla morte avvenuta nel 1626 - il 23 novembre 1626 veniva, infatti, indetto il concorso per la nomina del nuovo precettore pubblico a seguito della morte di Nicolò Cillenio (BCUd, CA, Annales, 65-69, 71-73 (22 febbraio 1598, 19 marzo 1601, 26 agosto 1603, 26 febbraio 1606, 22 gennaio 1612, 16 febbraio 1618, 15 febbraio 1621); CA, Catastico, XI S, f. 82v-84r; Fondo Joppi, ms 596, foglio sciolto n.n., Serie cronologica dei maestri del Ginnasio... di Udine; CA, Acta, 41, f. 60v, 23 novembre 1626).
È probabile che nei primi anni Nicolò fosse coadiuvato dal fratello Mercurio, secondo uno schema già rodato in precedenza, ad esempio a San Vito al Tagliamento, dove Nicolò Cillenio “di Tolmezzo” era stato ingaggiato il 9 aprile del 1587 e mantenne il ruolo almeno fino al settembre del 1591, o comunque non oltre l’aprile del 1592 (Metz 1997, pp. 156-157).
Nella sua lunga attività presso il ginnasio udinese il figlio di Raffaele ottenne almeno tre aumenti di stipendio (3 settembre 1606, 2 settembre 1608, 21 febbraio 1612) e finì la carriera con un'entrata di oltre duecento ducati l'anno.
Per ciascuna delle tre richieste di aumento Cillenio aveva dovuto presentare una supplica. L’ultima riguardava la partenza o la morte dei maestri che si occupavano degli scolari più giovani (Giovanni Battista Brugni e Giovanni Antonio Picini/Piccinio). Il tenore delle altre due era simile tra loro: vi si elencavano le spese che gravavano sull’insegnante, per l'affitto della casa, per il salario destinato al ripetitore che lo coadiuvava nell’insegnamento, per la cattiva salute del fratello «a li bisogni del quale mi convien provedere» e per la figlia che almeno dal 1606 era «hormai da marito». Per l'ultimo aumento, nel 1608, la supplica fu presentata al Consiglio dal deputato dottor Eusebio Caimo, fratello di Pompeo.

E lo stesso Eusebio, che gestiva a Udine i beni e curava gli affari di famiglia, affittò tra il 1616 e il 1619 al «mastro della comunità» Nicolò Cillenio una delle case di proprietà, in borgo del fieno (l'attuale via Cavur) - probabilmente l'abitazione dove i Caimo trascorsero l’infanzia (ASUd, Fondo Caimo Dragoni, Vacchetta, cc. 27sx, 127dx, 153dx, 155dx).

La conoscenza tra i Caimo e i Cillenio doveva comunque essere di più vecchia data.
Nicolò e Mercurio Cillenio avevano viaggiato e si erano formati al seguito del padre, immersi negli ambienti intellettualmente fertili delle città italiane, dove quest’ultimo aveva ricoperto i suoi prestigiosi incarichi, per intraprendere poi anch’essi l’insegnamento. Nicolò fu professore del ginnasio di Udine negli anni in cui Pompeo iniziava la carriera medica (1592-1602) ed Eusebio si dedicava a quella forense per progredire poi nelle istituzioni di governo cittadino. I Caimo, i cui «saperi professionali – medicina e diritto – sono solidamente intrecciati con l’impianto umanistico della loro educazione, con l’interesse per la filosofia, la trattatistica politica, le lingue e le letterature classiche» (Casella 2025, p. 177), e i Cillenio, pur appartenendo a due generazioni diverse (Nicolò deve essere nato verso la metà del ‘500), condivisero interessi comuni diffusi nell’élite colta friulana, in primis quello per le lettere e gli studi umanistici, e frequentarono quelle prime forme di vita accademica documentate a Udine prima del 1606 (anno di nascita dell’Accademia degli Sventati).
Nicolò Cillenio è riconoscibile al fianco di numerosi poeti ed eruditi udinesi, professionisti e politici che si sperimentavano nell’arte poetica, in diversi florilegi, pubblicazioni d’occasione e biografie elogiative, promosse per celebrare con versi e prose eventi contemporanei: l’inizio del mandato del luogotenente della Patria del Friuli Nicolò Contarini (1598) o il contributo dato dallo stesso Contarini per aver evitato la diffusione della peste (1602) o ancora la scomparsa di Lucina Savorgnan Marchesi (1599), etc. 
E insieme ad altri friulani Nicolò e Pompeo verseggiarono per la raccolta poetica pubblicata nel 1600 intitolata il Tempio all'illustrissimo et reverendissimo signor Cinthio Aldobrandini cardinale S. Giorgio nipote del sommo pontefice Clemente ottavo, dedicata al cardinale Cinzio Aldobrandini (Bologna, eredi G. Rossi), nella quale Nicolaus Cyllenius è autore dell’«Amplius, o docti, ne Romae quaerite Romam» e Pompeo Caimo della composizione «Quel bel pianeta».
Il resto della famiglia Cillenio sembra, invece, aver preferito fermarsi a San Vito al Tagliamento. Lo confermerebbero i madrinati ai battesimi impartiti nella parrocchiale locale della sorella di Nicolò e Mercurio Ginevra (22 gennaio 1599) e della figlia di Nicolò Francesca (19 ottobre 1603). Quest’ultima, «hormai da marito» nel 1606, per cui bisognava provvedere di dote, si sposerà il 17 luglio 1611 con il nobile Giovanni Battista di Panigai nella parrocchiale di San Vito e qui farà battezzare i figli Angelo-Apollonio (8 marzo 1619), Pietro-Girolamo (27 ottobre 1622) e Ottaviano-Angelo (12 gennaio 1626) (Metz 1997, p. 156).
Gli altri figli della coppia, tutti nati prima del 1626, furono Giuseppe, Nicolò, Orazio e Carlo, di cui si dà conto nelle genealogie di Vincenzo Joppi e di Enrico del Torso, per la famiglia Panigai (BCUd, Fondo Joppi, ms 716, Genealogie, Panigai; BCUd, Fondo del Torso, Genealogie nobiliari, Panigai di).
Nelle genealogie di Joppi, per la famiglia Cillenio, risulta che Nicolò, figlio di Raffaello, precettore pubblico a Udine, testò nel 1617, anno che accomuna Mercurio, il fratello che «era sempre indisposto di salute» (al punto da temerne la morte o già sopraggiunta), e Francesca, la figlia che diviene «erede universale del padre» (BCUd, Fondo Joppi, ms 716, Genealogie, Cillenio).

Dunque, per le ragioni esposte sopra, a nostro avviso la lista dei libri trasmessa a Pompeo da Eusebio probabilmente registrava almeno una parte della biblioteca di Nicolò Cillenio e dei suoi avi (di Raffaele e del padre di questi Nicolò senior). E «quell’herede del Cilenio», di cui si parla nella lettera potrebbe forse essere Francesca, la figlia nominata erede universale da Nicolò nel 1617, o qualcuno a lei vicino, che per una qualche ragione alla morte del padre aveva deciso di liberarsi della sua biblioteca o di parte di essa.
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L’inghippo: il compito degli eredi di libri, la licenza e il caso Machiavelli
Nella lista inoltrata al fratello Eusebio a fine aprile i titoli scelti erano stati contrassegnati con una croce, ma a fine luglio, a transazione conclusa, quando a Roma giunse il conto con il relativo elenco, una dimenticanza nella scelta dei volumi deluse fortemente Pompeo che insistette per un aggiustamento a suo favore: «Ho ricevuta la polizza dei libri e resto sodisfatto del prezzo, ma mi doglio assai che sia stato tralasciato il Macchiavelli, li cui Discorsi et Historie fiorentine havevo particolarmente notate e non so per qual cagione siano pretermesse, ch’io in tutti modi le vorrei e premo più in loro che in altro, né a me manca licenza di leggerle e di tenerle portate di Roma. Di gratia V.S. reverendissima si faccia dare queste ancora e paghi ogni cosa e ritenga in casa in sino che al principio dello studio me l’invii» (Epistolario Caimo, 397, Padova 30 luglio 1627).
A partire dall’Indice tridentino (1564) con la regola X la Chiesa romana si era occupata in modo diretto delle biblioteche private, stabilendo che gli eredi e gli esecutori testamentari dovevano consegnare alle persone incaricate i libri lasciati dal defunto, o un elenco di essi, al fine di ottenerne una licenza di lettura personale o l’autorizzazione per il loro trasferimento ad altri - contenuto ribadito in seguito, per esempio nella regola XX dell’Indice del 1590 (non messo in circolazione), nella X dell’Indice del 1596 e prima nel 1591 in un bando del Maestro del Sacro Palazzo (Index 1990, pp. 820-821; Index 1994, pp. 799, 923; Rozzo 2025, pp. 276-277).
È perciò verosimile che gli eredi Cillenio abbiano sottoposto la loro lista ai rappresentanti del Sant'Uffizio delegati al controllo, i quali con ogni probabilità proibirono la circolazione di alcuni di quei libri, e tra essi anche gli scritti di Niccolò Machiavelli, un autore inserito nella prima classe di tutti gli indici universali a partire da quello Tridentino, una condizione che prevedeva per la sua intera produzione solamente la distruzione.

Dunque, nonostante i titoli segnati da Pompeo sulla lista, alcuni libri non furono compresi nella vendita, come i Discorsi e le Historie fiorentine, indicati esplicitamente nella corrispondenza con il fratello. Ma dallo stesso scambio epistolare si evince anche che Pompeo Caimo aveva la licenza di tenere e leggere libri proibiti, un privilegio segnalato anche in un'altra lettera, scritta da Roma nell'ottobre 1602 per convincere Eusebio e il corriere incaricato del trasporto a fargli pervenire dei volumi «sospesi» presenti nella biblioteca di Udine, ovvero le opere di Gerolamo Cardano che non trattavano di medicina e forse anche alcuni fogli con titolo De directionibus conficiendis del matematico Giovanni Antonio Magini (vai).
A testimonianza del fatto che Pompeo era solito richiedere licenze di lettura, nell'Archivio di Stato di Udine è oggi conservato un permesso 'generale' datato 13 giugno 1620 redatto e sottoscritto dal maronita Vittorio Scialach Accorense (Nasrallah Šalaq al-‘Aquri), lettore di lingua araba e caldea nello Studio di Roma, interprete del Sant’Uffizio e uno dei primi consulenti della Congregazione de Propaganda fide, che fa riferimento a licenze rilasciate al medico udinese in vari momenti del suo soggiorno romano dal Maestro del Sacro Palazzo, che aveva facoltà esclusiva per la città di Roma di accordare permessi di lettura dei libri espurgabili, «anche prima dell'avvenuta espurgazione», in base all'Indice dei libri proibiti del 1596 (Frajese 1999 pp. 775-776, Index 1994, p. 925).
«Io Vittorio Accorense Maronita fo indubitata fede, a chiunque vederà la presente come ho parlato più volte al reverendissimo padre Maestro del Sacro Palazzo per la licenza d’alcuni libri prohibiti per il signor Pompeo Caimo, il qual padre d’alcuni dette licenza in scriptis dell’altri mi ha detto a bocca che detto signor Pompeo poteva tener e leger l’altri libri per contradirli et in fede di ciò la presente sarà sotto scritta da me e sigillata con il proprio mio sigillo. Di casa li 13 di giunio 1620.
Io sopradetto Vittorio Accorense Maronita manu propria [sigillo]»
(ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 79, f. 4)
Ma la dichiarazione di Caimo non fu sufficiente. Da una lettera datata Udine 1° settembre 1627 del vescovo Eusebio sappiamo che per risolvere la questione e soddisfare la richiesta del fratello aveva cercato di avere un colloquio con l’inquisitore locale: «Ho mandato per il padre inquisitore per trattar con lui di quel negocio de’ libri, ma ho trovato che se n’è andato a Porto come inquisitore anco di Concordia a formar certi processi. Venuto che sarà, non mancherò di far officio, seben dubito in darno, conoscendolo io molto critico in queste licenze, che dice che vogliono essere della Congregatione de’ cardinali con l’assistenza dell’istesso papa. Tratterò con ogni spirito et le darò aviso…» (Epistolario Caimo, 475).
Le volte in cui veniva chiesto, il permesso di tenere e leggere gli scritti di Machiavelli non era concesso facilmente, e, come aveva giustamente sostenuto l'inquisitore di Udine, esso poteva essere rilasciato esclusivamente dal Sant'Uffizio con il consenso del papa: nei fatti fu concesso in casi del tutto eccezionali e quasi unicamente a teologi; non era ordinariamente rilasciato neppure agli inquisitori (Frajese 1999, pp. 814-815; Frajese, EM).
A metà novembre quando giunse a Padova la cassa con i volumi appena acquistati, Pompeo Caimo ne informò il fratello in modo molto sbrigativo («Li libri son giunti qua ben condicionati, di cui le rendo anco gratie»), senza per altro far menzione alle opere tanto desiderate di Niccolò Machiavelli che probabilmente non arrivarono mai (Epistolario Caimo, 402, Padova 12 novembre 1627).

Grazie a questo episodio, ricostruito attraverso le diverse lettere scambiate tra i fratelli Caimo, siamo anche informati che nella vecchia libreria udinese, prima della partenza per Roma (1602), Pompeo aveva l'intera opera dello scrittore fiorentino - nonostante i divieti e gli obblighi di consegna. Nella missiva da Padova del 30 luglio 1627, dopo aver manifestato soddisfazione per il prezzo concordato e il disappunto per l'esclusione dei Discorsi e le Historie fiorentine, il medico aggiungeva, infatti: «Mi ricorda di haver lasciato costì con altri libri, quando passai a Roma, tutte l’opre del Macchiavelli, non so quello che sia di loro»; erano passati venticinque anni e di Machiavelli Pompeo non aveva mai fatto menzione nella corrispondenza (ad eccezione di due riferimenti nel 1606, ma in buona sostanza semplici citazioni), e non fu tra gli autori di cui richiese la spedizione (vai).

Se per i due volumi di Machiavelli appartenuti ai Cillenio possiamo impotizzare che essi siano stati sequestrati e chiusi nell'archivio del tribunale dell'Inquisizione di Udine, per quelli di Pompeo Caimo abbiamo una testimonianza tarda che potrebbe far luce sulla possibile conclusione della vicenda.
Si tratta di una lettera scritta il primo settembre 1640 in risposta all'invio a Roma da parte di Giacomo Caimo, nipote di Pompeo, di svariati libri da sottoporre alla Congregazione dell'Inquisizione per ottenerne il permesso di lettura. Il suo tramite era il friulano Ascanio Amalteo. La risposta fu tardiva, ma, come spiegava Amalteo a Giacomo, era difficile «ottener simili favori». Comunque, la licenza alla fine era arrivata, allegata alla lettera, e in essa vi si leggeva che la Congregazione generale della santa romana e universale Inquisizione si era riunita il 22 agosto 1640 e i cardinali inquisitori generali avevano concesso licenza al professore di Padova di tenere e leggere per un triennio i seguenti libri: «Amphiteatrum sapientiae Joco seriae Dornavi, Francisci Hottomani Opera legalia, Zasii Opera, Vesemberii [ma Wesenbecii] Opera, Decamerone del Boccaccio, Dante de Monarchia, Il Cortigiano del Castiglione, Dialoghi di Speron Speroni, Castelvetro sopra il Petrarca, Petronius Arbiter, Theatrum vitae humanae Theodori Zvingeri, Gi[…]».
Ma non erano tutti: mancavano alcuni dei volumi spediti da Padova per i controlli della censura e nelle «Licenze de libri prohibiti» non si dava conto dei titoli non approvati. Questa mancanza viene però fortunatamente sanata nella lettera di accompagnamento del corrispondente friulano. Ascanio Amalteo, infatti, così iniziava:
«Ecco a V.S. Ecc.ma la licenza de' libri, che se ben tardamente espedita, e se ben eccettuati li doi libri, del Marino, e Machiavelli (che il Papa ha riserbato per se stesso) potrà nondimeno compatire la difficultà di ottener simili favori...»
(ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, fasc. 61).
Dunque due furono i libri che non vennero restituiti: il papa (al tempo Urbano VIII Barberini) aveva trattenuto presso di sé le opere di Marino e il Machiavelli. Non è da escludere che si trattasse proprio dell'esemplare di Machiavelli appartenuto allo zio Pompeo, non ceduto alla Libraria dello Studio di Padova con il dono del 1636 e custodito gelosamente nella libreria di Giacomo fino a quell'agosto del 1640.

Alla fine degli fine anni '40 del Seicento a Udine a conclusione di un processo per detenzione di libri luterani fu allestito un rogo pubblico dove bruciarono circa quattrocento libri proibiti sequestrati dal Sant'Uffizio nei decenni precedenti, a seguito di controlli, denunce e auto comparizioni, e fino ad allora custoditi negli uffici del tribunale dell'Inquisizione presso il convento di San Francesco. Era il 13 dicembre 1648 in una delle piazze principali della cittadina friulana gremita per la fiera di Santa Lucia: alla presenza delle autorità religiose e politiche locali, tra cui il patriarca, l’inquisitore e il luogotenente della Patria del Friuli, vennero dati alle fiamme tra gli altri dodici libri di Niccolò Machiavelli, oltre a quattro di astrologia giudiziaria, due di Janus Cornarius, tre Dialogi di Luciano di Samosata, sedici libri di Erasmo da Rotterdam, otto Decameron di Giovanni Boccaccio, dieci volumi di Teofilo Folengo, tre di Henri Estienne (per i quali si rinvia a Una prima ricostruzione) e quattro «Essame de gl'ingegni» di Juan Huarte (Di Lenardo 2025, pp. 85-86, 311-315).
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Tracce della libreria Cillenio
A fine 1627 Pompeo Caimo è ormai soddisfatto della sua biblioteca personale, come della sua galleria d'arte. Con grande piacere le avrebbe mostrate al fratello Eusebio, se solo quest'ultimo si fosse deciso a raggiungere Padova anche per un breve periodo: «Mi sono in particolare stati carissimi li bei quadretti, che riporrò con gli altri per adornare una gallerietta, che s’ella si compiacerà di trasferirsi alla buona stagione a Padova, come la prego con ogni istanza, ne riceverà particolar gusto, come forse anco d’una libreria non ordinaria» (Epistolario Caimo, 402, Padova 12 novembre 1627).
Con l'ultimo acquisto abbiamo la conferma che la libreria padovana messa insieme dall'autorevole professore era tutt'altro che «ordinaria» e non vi comparivano più solo i volumi riservati allo studio e alla professione, ma erano stati aggiunti anche libri di carattere diverso destinati ad una biblioteca pensata anche per ragioni di prestigio personale, da esibire ai parenti, ai conoscenti e ai visitatori - studenti stranieri o personaggi di rilievo di passaggio per Padova, come Gabriel Naudé.
Questo può significare anche che non fu sempre necessario cancellare le tracce dei precedenti proprietari e apporre note di possesso per rivendicare un libro come proprio una volta acquistato usato; anzi, nel caso specifico, certe note di vecchi e celebri possessori potevano accrescere il valore culturale della collezione, specchio della poliedrica personalità di Pompeo Caimo.

Possiamo immaginare sia andata in questo modo anche con i libri dei Cillenio e avanziamo qui l'ipotesi - che cercheremo di confermare con ulteriori ricerche - che i volumi con note riconducibili ai letterati tolmezzini, come il De virtutibus et viciis cordis di Eustachio Rudio donato a Raffaele Cillenio dallo stesso autore, oggi conservato presso la Biblioteca Universitaria di Padova, siano giunti attraverso il dono Caimo.

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