Le indicazioni librarie che Pompeo Caimo invia al fratello Eusebio nelle lettere si sono rivelate una fonte di informazioni preziosa per ricostruire la biblioteca originaria del medico friulano e per rintracciare numerosi volumi a lui appartenuti e attualmente presenti alla Biblioteca Universitaria di Padova, che costituirono parte del dono dei nipoti alla memoria del celebre zio scomparso nel novembre 1631.
(Per un approfondimento vai a La biblioteca di Pompeo Caimo)
Informazioni utili: Le lettere si trovano raccolte in ordine di data nelle buste 86 e 87 del Fondo Caimo Dragoni conservato all'Archivio di Stato di Udine (ASUd) e si possono leggere nella pubblicazione di Laura Casella in corso di stampa (qui indicata Epistolario Caimo).
In questa sezione:
1. in calce ad ogni scheda è presente il riferimento all'Epistolario Caimo, seguito dal numero della lettera relativa preceduta dall'abbreviazione n. (si avvisa qui che le indicazioni bibliografiche complete dell'opera abbreviata con Epistolario Caimo si possono trovare nella sezione Bibliografia-Sitografia)
2. le collocazioni che si riferiscono alla Biblioteca Universitaria di Padova sono indicate tra parentesi quadre [] e non sono precedute dalla sigla BUPd.
Indice degli autori delle opere, dei commentari e dei trattati commentati
(tra parentesi gli autori dei trattati commentati)
Charpentier, Jacques (Aristotele)
Giorgio Trapezunzio (Platone, Aristotele)
Pico della Mirandola, Giovanni
Pico della Mirandola, Giovanni Francesco
Letteratura classica greco-latina
Velsius, Justus (Cebete)
Arcolano, Giovanni (Rasis)
Cornarius, Janus (Platone)
Laguna, Andrés (Galeno)
Scaligero, Giulio Cesare (Aristotele, Pseudo-Aristotele)
Vega, Cristóbal de (Galeno)
Pontano, Giovanni (Tolomeo, Pseudo-Tolomeo)
Testi di filsofia
Aristotele (384/383-Calcide 322 a.C.), Pseudo-Aristotele (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di filosofia)
Pompeo Caimo riporta spesso nelle sue lettere al fratello Eusebio citazioni dalle opere di Aristotele, il grande filosofo dell'antichità classica al fianco di Platone (vai), e ne parafrasa parti per rafforzare i propri ragionamenti; tra l'altro, commentò le opere dello Stagirita e i manoscritti Ex Aristotelis Politica e Interpretazione sopra la retorica di Aristotele et altre si trovano oggi all'Archivio di Stato di Udine nel Fondo Caimo Dragoni (b. 105, fasc. 2; Epistolario Caimo, 350).
Solo una volta Pompeo parla esplicitamente di un volume di Aristotele che gli apparteneva, quando, dopo oltre un anno dal suo trasferimento a Roma, desidera che Eusebio gli invii: «la mistica Filosofia d’Aristotele ch’è in quarto».
-in Universitaria l'esemplare indicato da Caimo potrebbe corrispondere a quello contenente i Libri quatuordecim qui Aristotelis esse dicuntur, de secretiore parte divinae sapientiae secundum Aegyptios. Qui si illius sunt, eiusdem metaphysica vere continent, cum Platonicis magna ex parte convenientia... (Parigi, J. Du Puys, 1572, in 4°) [43.c.127]. Si tratta dell'edizione curata dal medico e filosofo francese Jacques Charpentier (1524-1574) della Theologia Aristotelis, testo neoplatonico erroneamente attribuito ad Aristotele (Pseudo-Aristotele), la cui editio princeps era uscita nel 1519 con il titolo Sapientissimi philosophi Aristotelis Stagyritae. Theologia sive Mistica phylosophia secundum Aegyptios noviter reperta et in Latinum castigatissime redacta (Roma, G. Mazzocchi) a cura di Francesco Rosi (Franciscus Roseus) di Ravenna nella traduzione del medico e filosofo Pier Nicola Castellani da Faenza (che la considerava un'opera originale di Aristotele). Nella lista delle opere pseudo-aristoteliche possedute da Caimo vi è anche il trattato De plantis (vai).
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 13 settembre 1603: «Mi sarà anco caro che con questa occassione mi mandi alcuni libretti, cioè... la mistica Filosofia d’Aristotele ch’è in quarto...».
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega...» (ma non specifica gli altri libri).
Epistolario Caimo, n. 152, Roma 17 febbraio 1607: «... anco quel commento dello Scaligero sopra i libri De plantis d’Aristotele che sono in foglio».
Giorgio Trapezunzio (1395-1472) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di filosofia)
Per Pompeo Caimo è iniziato un anno, il 1606, che sta dando molte soddisfazioni, non solo ha raggiunto una «parte nobilissima» presso il cardinale, all'interno della famiglia, ma quest'ultimo gli ha pure raddoppiato lo stipendio, mettendolo al di sopra degli altri cortigiani. Il medico udinese progetta di dotarsi di carrozza, e nella lettera con cui informa di tutto ciò il fratello chiede di divulgare queste novità ad amici e parenti. Nella stessa chiede che si approfitti di un cugino in partenza per Roma per mandargli «un certo libretto di Giorgio Trapezuntio, De comparatione Platonis et Aristotili». Per aiutare il fratello a ritrovarlo nella sua libreria Pompeo lo descrive «coperto di cuoio nero, seben mi ricordo».
Si tratta delle Comparationes phylosophorum Platonis et Aristotelis, l'opera più famosa del filosofo e umanista Giorgio da Trebisonda, detto il Trapezunzio. Originario di Creta, studiò in Italia e qui fu professore a Vicenza, Mantova, Venezia e Roma; scrisse la sua Comparatio nel 1458 alimentando la disputa tra platonici e aristotelici che coinvolse gli umanisti per tutto il XV secolo: dal confronto tra le due massime autorità del pensiero greco, Platone e Aristotele, Trapezunzio prese posizione contro Platone e il platonismo.
Il testo fu dato alle stampe a Venezia nel 1523 con i tipi di Giacomo Penzio.
-in Universitaria si trova un esemplare delle Comparationes (Venezia, G. Penzio, 1523) privo di note di possesso e sottoposto in passato a un intervento di restauro; si è conservata tuttavia parte della legatura originaria che permette di poter ascrivere il volume al medico udinese: sui piatti in cuoio sono stati incollati lacerti delle precedenti coperte in cuoio tinto di nero con impressioni a secco. Sul taglio di fronte, inoltre, in caratteri capitali una mano del tutto simile a quella di Caimo ha scritto: GEOR GIUS - TRA PEZV' [82.a.255].
Epistolario Caimo, n. 134, Roma 4 marzo 1606: «... mi favorisca di mandarmi per lui un certo libretto di Giorgio Trapezuntio, De comparatione Platonis et Aristotili. Ch’io lasciai già nella mia libreria et è coperto di cuoio nero, seben mi ricordo».
Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), Giovanni Francesco II della Mirandola (1469-1533) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di filosofia)
Da una lettera ricaviamo che Pompeo Caimo possedeva anche le opere dei Pico della Mirandola. Potrebbe trattarsi di una delle edizioni degli Opera omnia in più volumi del filosofo e umanista Giovanni Pico della Mirandola uscite con quelle del nipote Giovanni Francesco II Pico della Mirandola, anch'egli filosofo, e letterato; ma più probabilmente il riferimento fa pensare a edizioni distinte. Il tomo di Giovanni Pico l'aveva portato con sé a Roma, quello del nipote l'aveva lasciato a Udine. Per l'acquisto di quest'ultimo ricordava di aver speso 22 lire già legato, ma per l'urgenza di recuperare denaro per il suo mantenimento era disposto a lasciarlo ad amici o conoscenti anche a meno, 15 o 16 lire.
-in Universitaria non sono presenti opere dei Pico della Mirandola posseduti da Caimo.
Epistolario Caimo, n. 13, Roma 1602 16 giugno: «Laudo la vostra risolutione di non mandar i miei libri a Venetia, ma di venderli a minuto in Udene, ché ricaverà maggior danaro, sebene anco a Venetia con un poco di mezo si sarianno venduti bene. Quanto a l’opere del Pico, il tomo di Giovanni è meco qui in Roma, quel di Giovanni Francesco è rimasto a Udene, l’uno va separato da l’altro, quel di Udene mi costò ligato lire 22, pur mi contento che si lasci a qualche amico per quindeci o sedici lire...».
Platone (428/427-348/347 a.C.) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di filosofia)

Nell'epistolario Pompeo Caimo cita sovente Platone indicando talvolta anche le opere, numerose, da cui trae gli spunti per i suoi ragionamenti, ma in una sola occasione accenna ad un suo libro. Il riferimento si trova in una delle prime lettere da Roma, dove illustra brevemente il valore e le qualità della sua biblioteca, nella quale si contano anche alcuni libri di Eusebio - non quelli giuridici, ma quelli condivisi -, e nell'elenco dei buoni libri Pompeo segnala, tra gli altri, un libro del filosofo in latino «tradotto da quel oltramontano di bellissima stampa», di cui non fornisce alcun altro dettaglio.
-in Universitaria la pubblicazione di Platone che potrebbe corrispondere alla descrizione che Caimo fornisce nella sua lettera è quella contenente il Simposio tradotto dal medico e umanista sassone amico di Erasmo da Rotterdam Johann Haynpol (ca. 1500 -1558) - nome umanistico Janus Cornarius/Cornarus -, ovvero il De Conviviorum veterum Graecorum, & hoc tempore Germanorum ritibus, moribus ac sermonibus: item de Amoris praestantia, & de Platonis ac Xenophontis dissensione, Libellus. Item Platonis ... Symposium, eodem Iano Cornario interprete. Et, Xenophontis ... Symposium, ab eodem latine conscriptum (Basilea, J. Oporinus, 1548, in 8°), dove le traduzioni dei Simposi di Platone e Senofonte sono preceduti da un interessante resoconto sui costumi alimentari del tempo [84.a.132]; l'esemplare ha la nota di possesso a p. 49 (c. d1r), divenuta la prima pagina del volumetto che infatti presenta pesanti interventi di censura, come l'abrasione o la cancellazione del nome del curatore Cornarius e l'asportazione della prima parte di testo relativa alle abitudini alimentari tedesche contemporanee - nell'Indice tridentino Janus Cornarus è condannato come autore di prima classe (Index 1990, p. 515), per cui erano proibite tutte le sue opere, teologiche, filosofiche e pure quelle mediche, tra le quali andrebbe inserita la presente opera.
Epistolario Caimo, n. 13, Roma 16 giugno 1602: «Laudo la vostra risolutione di non mandar i miei libri a Venetia, ma di venderli a minuto in Udene, ché ricaverà maggior danaro, sebene anco a Venetia con un poco di mezo si sarianno venduti bene... Ci sono di buoni libri, come... il Platone tradotto da quel oltramontano di bellissima stampa... e tanti e tanti altri libri, dai quali si caverà per il meno cento ducati ritenendovi V.E. molti per sé secondo il suo piacere... In questo la faccia come le pare nel vendere e nel ritenere che certi libri belli, che pertengono anco a lei, non laudo siano venduti... So ch’ella ha speso quattordici scudi della condotta delle robbe e so ch’ella farà impiegar il rimanente col danaro che si caverà dai libri, in qualche fruttuoso maneggio, acciò io possa mantenermi questo primo anno, ché mi è necessario superare le difficoltà, che seco adducono questi principii».
Francesco Zorzi (1466-1540) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di filosofia)
In una delle prime lettere da Roma Pompeo Caimo illustra il valore, anche economico, della sua biblioteca al fratello Eusebio e nell'elenco dei buoni libri indica l’Harmonia del mondo del frate veneziano Francesco Zorzi (Giorgio), un teologo e filosofo vicino a Giovanni Pico della Mirandola. Scritta tra Asolo e Venezia e qui pubblicata nel 1525 con dedica a papa Clemente VII, il De harmonia mundi fu la prima fondamentale opera teologica del frate; l'autore vi espose «una dottrina mistica dell’Universo, in cui vengono accostate in una sintesi eclettica concezioni della Scrittura, cabalistiche, platoniche e pitagoriche ed ermetiche» (DF).
Diversi anni dopo (1608) Pompeo chiederà al fratello di inviargli la sua copia se non era stata venduta.
-in Universitaria è presente un esemplare del De harmonia mundi totius cantica tria (Venezia, B. Vitali, 1525) con la nota di possesso del medico udinese [82.a.3]. Pompeo lo aveva acquistato usato e nella nota cancellata sulla carta di guardia anteriore si intuiscono parole che rinviano alla proibizione dell’opera - per il contenuto esoterico era stata, infatti, inserita nell'Indice dei libri proibiti del 1596 "Donec expurgentur" - fino a correzione (Index 1994, pp. 547-548).
Epistolario Caimo, n. 13, Roma 16 giugno 1602: «Laudo la vostra risolutione di non mandar i miei libri a Venetia, ma di venderli a minuto in Udene, ché ricaverà maggior danaro, sebene anco a Venetia con un poco di mezo si sarianno venduti bene... Ci sono di buoni libri, come l’Harmonia del mondo...».
Epistolario Caimo, n. 173, Posillipo, Napoli, 10 gennaio 1608: «Desidero che mi favorisca d’inviarmi per la solita strada... gli infrascritti libri, quando però siano rimasti in casa, cioè l’Harmonia del mondo...».
Epistolario Caimo, n. 182, Roma 14 giugno 1608: «I libri inviatimi da lei per Venetia mi giunsero salvi già buon tempo, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Letteratura classica greco-latina
Cebete, Pseudo-Cebete (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura classica)
Pompeo Caimo si trovava bloccato a Napoli quando scrisse al fratello per avere la sua copia della Tavola di Cebete.
«Sebene il paese di Napoli è quasi un paradiso terrestre», il medico udinese era ansioso di rientrare a Roma per iniziare le lezioni allo Studio pontificio. Il nuovo anno era appena cominciato, ma la prevista breve missione nella capitale vicereale dei cardinali Alessandro Montalto e Francesco Maria Del Monte non si sarebbe conclusa che a metà marzo a causa di una lunga malattia di quest'ultimo, assistito dal più giovane amico cardinale che non voleva abbandonare l’infermo. Durante il prolungato soggiorno tra Napoli, Chiaia, Posillipo e Pozzuoli, il Montalto, amante della musica e dell'arte, passioni che condivideva con il Del Monte, trovò anche il tempo di fare acquisti, comprando quattro dipinti del fiammingo Louis/Loise Croys, e vedere Caravaggio (D’Alessandro 2017-2018, p. 55).
La tavola di Cebete richiesta da Caimo è tra le opere più note dell'antichità e deve il suo titolo Πίναξ (Pinax, Tavola) ad una tavola dipinta, un ex-voto a forma di quadro, esposta dinanzi al tempio dedicato a Crono, fatta oggetto di un dialogo tra due giovani e un anziano che ne spiega i significati allegorici (il percorso di vita dell'uomo saggio).
Per il contenuto prevalentemente cinico-stoico e di tendenza neopitagoreggiante il dialogo è stato attribuito erroneamente al filosofo greco allievo di Socrate Cebete di Tebe, ma la sua stesura potrebbe risalire al I-II secolo d.C. Stampato in greco la prima volta nel 1496 (Bologna, Lorenzo d'Alopa) e in una traduzione latina l'anno successivo (Bologna Benedetto Faelli), ebbe svariate edizioni, in latino e in diverse altre lingue, e fu commentato da molti studiosi.
In quel gennaio 1608 Pompeo Caimo così descrisse il suo volume per facilitare al fratello il recupero nella libreria di casa: «un libro in quarto d’un oltramontano che fa un commentario nobile sopra La tavola di Cebete».
-in Universitaria l'esemplare di Caimo che potrebbe corrispondere a questa descrizione è quello contenente i Iusti Velsii Hagani, In Cebetis Thebani Tabulam commentariorum libri sex, totius moralis philosophiae thesaurus (Lione, 1551) - sfortunatamente privo della carta di tavola. Si tratta del commentario di Justus Velsius (1510-1581), un umanista di religione protestante, medico e matematico, documentato tra i Paesi Bassi, dove nacque (L'Aia), l'Italia, dove studiò medicina (Bologna), e il Belgio, dove insegnò (Lovanio). In formato in 4°, l'edizione di Velsius usciva nel 1551 a Lione, come dichiarato sul frontespizio, o, come anche supposto, vedeva la luce in terra riformata, a Basilea per opera di Michael Isengrin (città e stampatore mimetizzati sotto falso luogo di stampa religionis causa) [46.b.191].
Epistolario Caimo, n. 173, Posillipo, Napoli, 10 gennaio 1608: «Desidero che mi favorisca d’inviarmi per la solita strada di quel mercante [Giovanni] Della Nave corrispondente col special nostro [Antonio] del Corallo di Roma gli infrascritti libri, quando però siano rimasti in casa, cioè... un libro in quarto d’un oltramontano che fa un commentario nobile sopra La tavola di Cebete... non trovandosi in queste nostre parti».
Epistolario Caimo, n. 182, Roma 14 giugno 1608: «I libri inviatimi da lei per Venetia mi giunsero salvi già buon tempo, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Euripide (480?-406 a,C.), Sofocle (497?-406a.C.) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura classica)

Pompeo Caimo possedeva nella sua biblioteca di Udine le tragedie dei maggiori poeti tragici ateniesi, Euripide e Sofocle, e nel dicembre del 1602 chiese al fratello Eusebio di mandargli quei volumi a Roma, probabilmente anche per riprendere lo studio del greco.
Dall’epistolario sappiamo anche che mentre li attendeva ne ricevette in dono copie ulteriori da un paziente.
-in Universitaria sono conservate le Annotationes in Sophoclem et Euripidem, quibus variae lectiones examinantur, et pro mendosis emendatae substituuntur. Eiusdem Tractatus de orthographia quorundam vocabulorum Sophocli cum coeteris tragicis communium... di Henri Estienne del 1568 ([Ginevra]) [60.a.129.1] che si completano con le Tragedie di Sofocle in greco e latino ([Ginevra] 1568) curate dall'umanista tedesco Joachim Camerarius (1500-1574) [44.c.92]. L’esemplare di Caimo delle Annotationes è legato al De abusu linguae Graecae... ([Ginevra], 1573) sempre di Estienne [60.a.129.2].
Delle tragedie di Sofocle Caimo ebbe poi l’edizione greco-latina di Heidelberg (H. Commelinus, 1597) curata dal filologo olandese Willem Canter (1542-1575) con la versione latina di Veit Winsheim (1501-1570), professore di medicina e di greco all'Università di Wittenberg (Sophoclis Tragoediae VII. Ex adverso respondet Latina interpretatio, in qua verbum verbo reddidit Vitus Winsemius) [60.a.145]. Mentre delle tragedie di Euripide Caimo ebbe anche l’edizione greco-latina stampata da Paul Estienne nel 1602 ([Ginevra]) con la traduzione latina di Willem Canter (1542-1575) (Euripidou Tragodion osa sozontai. Euripidis Tragoediae quae extant. Cum Latina Gulielmi Canteri interpretatione... Accesserunt doctae Iohannis Brodaei, Gulielmi Canteri, Gasparis Stiblini, Aemilii Porti, in Euripidem annotationes), di cui possedette un esemplare mutilo [60.a.39].
Epistolario Caimo, n. 34, Roma 21 dicembre 1602: «... mi sarà caro che mi mandiate l’Euripide, il Sofocle, i Dialoghi di Sperone, la Vita Nuova col Canzoniere di Dante ligata in carta pecora nova... quando questi libri non siano alienati, ché qui non li trovo».
Epistolario Caimo, n. 39, Roma 1° febbraio 1603: «Quanto a l’Euripide e Sofocle, mi son proveduto, havendogli havuti in dono da un mio ammalato e mi riverisce che il mio sia capitato in mano di colui, ove sta così male, convenendogli meglio la moria, cioè pazzia d’Erasmo».
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 29 marzo 1603: «Hebbi ultimamente da monsignor Zuccho e dal signor dottor Galatheo i libri con una sua lettera, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Filostrato: Filostrato Maggiore (Flavio Filostrato), Filostrato Minore (Filostrato di Lemno) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura classica)
Il 13 settembre 1603, un anno e mezzo dopo il suo arrivo nella città pontificia, Pompeo Caimo, con "gli occhi drizzati" nella «speranza di essere un giorno medico di papa», continua a procedere nel lento trasferimento a Roma della sua biblioteca udinese e chiede al fratello Eusebio di approfittare di un conoscente, che di li a poco si sarebbe messo in viaggio, per fargli portare alcuni libretti, tra cui il Filostrato.
Nella richiesta di Caimo l'assenza di ulterioli elementi ad accompagnamento del nome-titolo "il Filostrato" induce a riconoscervi una delle edizioni delle raccolte dei Filostrato, sofisti omonimi e imparentati tra loro del II e del III secolo d.C., in circolazione nel '500 che si rifacevano alle edizioni aldine del 1503 e del 1522 (Luciani opera. Icones Philostrati, eiusdem Heroica, eiusdem Vitae sophistarum, Icones Iuniores Philostrati, Descriptiones Callistrati).
Alcuni degli scritti dei Filostrato, come le Eikónes (Immagini), furono utilizzati nell’insegnamento della lingua greca fino almeno agli inizi del Cinquecento. La lingua in esse utilizzata era stata apprezzata e fatta modello di stile, e l’esercizio ecfrastico, la descrizione di dipinti che dai testi si apprendeva, fu a lungo praticato come esercizio retorico (con esempi tratti da Filostrato, Callistrato e Luciano). Raccolti in antologie ad uso scolastico, i testi venivano quindi studiati esclusivamente negli aspetti formali, di lingua e stile; e, considerato autore minore, quando si nominava "Filostrato" non si specificava a quale o a quali opere del corpus philostrataeum e a che Filostrato ci si riferisse.
La prima raccolta dei Filostrato data alle stampe fu quella dell'editore veneziano Aldo Manuzio (1503) e comprendeva le Immagini (Pitture) dei Filostrati Maggiore e Minore, accompagnate dall’Heroikos (Eroico) e dalle Vite dei sofisti di Flavio Filostrato e le Ekphraseis (Descriptiones, Statue) di Callistrato, oltre ai Dialoghi di Luciano (vai): un’associazione di opere che mostra uno spostamento di interesse verso il contenuto storico-artistico, per cui il fine principale divenne la descrizione di opere d’arte o ecfrasi (Frau 2017) -solo nelle Eikónes si possono leggere oltre sessanta descrizioni di opere d'arte dipinte su tavola (pinax, πίναξ) (vedi anche La tavola di Cebete).
Una curiosità: il primo volgarizzamento a stampa della raccolta dei Filostrati fu in francese: si tratta dell’opera di Blaise de Vigenère (1523-1596) Les images ou tableaux de platte peinture... (Parigi, Nicolas Chesneau, 1578, in 4°), a cui seguirono nel 1597 un’edizione ampliata e corretta, e nel 1614 un'edizione in formato in folio corredata di illustrazioni, una per ogni descrizione (Parigi, vedova di Abel L’Angelier).
L'interesse del medico doveva comunque essere l'apprendimento del greco, una delle sue priorità, tanto che nel 1607 informerà il fratello di aver raggiunto finalmente quel livello di conoscenza della lingua che gli avrebbe permesso di leggere e capire autori come Galeno (vai) e Luciano (vai) direttamente negli scritti nella lingua natia.
-in Universitaria non sono presenti esemplari di una qualche edizione dei Filostrato con nota di possesso di Pompeo Caimo. Si trova solo l'edizione giuntina della raccolta degli scritti in greco dei Filostrato omonimi (Philostratou Eikones... Imagines Philostrati. Eiusdem Heroica. Eiusdem Vitae sophistarum. Imagines Iunioris Philostrati. Descriptiones Callistrati, Venezia, Giunta, 1535), con il nome "Lucianus" manoscritto sulla coperta anteriore e il timbro più antico della Biblioteca Universitaria (Repubblica veneta), utilizzato già dall'epoca del dono dei libri del medico udinese, ma senza note [64.a.66].
-in Universitaria vi sono anche i Philostrati de vita Apollonii Tyanei libri octo... (Venezia, A. Manuzio, 1502) [80.b.21] senza note. La Vita di Apollonio di Tiana è un romanzo apologetico sulla vita del famoso taumaturgo (I secolo d.C.), presentato come tipo ideale dell'asceta neopitagorico, e l'editio princeps in greco è sempre un'aldina e data 1501-1502. Anche in questo scritto vi sono importanti riflessioni sulla prassi e sulla teoria artistica.
In fine non si può nemmeno escludere la possibilità che con «il Filostrato» Caimo si riferisse al poemetto giovanile di Boccaccio (vai).
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 13 settembre 1603: «Mi sarà anco caro che con questa occassione mi mandi alcuni libretti, cioè l’Efemeridi dello Stadio, il Cardano De subtilitate rerum, la mistica Filosofia d’Aristotele ch’è in quarto, il Filostrato, gli Adagii d’Erasmo compendiati da un tedesco».
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega...» (ma non specifica gli altri libri).
Luciano di Samosata (120?-180?) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura classica)
Dopo cinque anni dal suo arrivo a Roma Pompeo Caimo chiese al fratello Eusebio di mandargli le sue opere in greco del retore e filosofo ellenistico Luciano di Samosata.
Era giunto il momento tanto atteso di affrontare direttamente testi impegnativi nella lingua greca. A Roma «sine ullo doctore, ma non sine labore improbo, qui omnia vincit», era riuscito a raggiungere il grado di conoscenza del greco che gli avrebbe consentito di leggere con sicurezza «quei gran filosofi e medici antichi nel suo linguaggio natio», di cui possedeva già nella biblioteca di Udine alcune edizioni e si risolse a farsele mandare, tra esse per cominciare «l’opere di Galeno greche (vai) e quelle di Luciano, con non so che altri auttori, li quali quando siano salvi, scriverò poi il mio desiderio» (Epistolario Caimo, 150, Roma 27 gennaio 1607).
È molto probabile che il Luciano atteso non gli giunse, non era più tra i volumi "salvi": dopo tanti anni era già passato tra i banchi dei librai e aveva cambiato proprietario.
-in Universitaria non è pervenuta alcuna copia di Caimo. A Udine, invece, presso la Biblioteca Bartoliniana con la nota di possesso di Pompeo Caimo erasa in calce al frontespizio si trovano i Dialoghi di Luciano in un'edizione di Basilea contenente i Dialoghi degli dei, i Dialoghi marini e i Dialoghi dei morti (Lukianou Samosateos Dialogoi ouranioi, enalioi, kai nekrikoi. Luciani Samosatensis Dialogi coelestes, marini, & inferni, poeticorum fabularum sylva, quibus nihil hoc saltem in genere utilius praelegi pueris in scholis potest..., Basilea, J. Oporinus, 1547) [BARTOLINI C.VI.12/1].
Come le Eikónes (Immagini) dei Filostrato (vai), anche i Dialoghi di Luciano furono tra i testi più utilizzati per l’introduzione allo studio della lingua e della letteratura greca, per lo stile piano e vivace, e altresì per il ricorso nelle narrazioni all'ecfrasi, la descrizione di opere d’arte.
L'esemplare dei Dialoghi alla Bartoliniana si trova rilegato in miscellanea entro una legatura in pergamena bianca con impressioni dorate sul dorso con Ioulianou Autokratoros peri Kaisaron logos. Iuliani Imperatoris De Caesaribus sermo (Parigi, D. Duval, 1577) dell'imperatore Giuliano l'Apostata (331-363), testo bilingue con la traduzione in latino curata dal giurista francese Charles de Chantecler (1577-1620) [BARTOLINI C.VI.12/2].
L'intervento di cancellazione della nota di possesso manoscritta ci ricorda l'accordo stabilito tra i fratelli Caimo di vendere i libri della biblioteca famigliare di Udine per far fronte alle spese della trasferta di Pompeo e di «scancellare il mio nome quando sia scritto» dai volumi che trovavano un acquirente (Epistolario Caimo, 9, Roma 18 maggio 1602).
Epistolario Caimo, n. 150, Roma 27 gennaio 1607: «Desidero mi favorisca d’avisarmi, se costà fra quei libri ch’io lasciai, vi restassero alcuni libri greci, cioè l’opere di Galeno greche e quelle di Luciano, con non so che altri auttori, li quali quando siano salvi, scriverò poi il mio desiderio. Né di ciò V.S. si maravigli, peroché coll’aiuto di Dio hora possedo tanto di lingua greca, ch’io posso intendere quei gran filosofi e medici antichi nel suo linguaggio natio. E questo ho fatto sine ullo doctore, ma non sine labore improbo, qui omnia vincit».
Epistolario Caimo, n. 152, Roma 17 febbraio 1607: «Quanto a quei libri greci, havrei molto caro che V.E. mi favorisse d’inviarmeli qua quantoprima... dico i Galeni, l’opre di Luciano et se ci è qualch’altro libro greco...».
Testi umanistici latini
Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi umanistici latini)
Pompeo Caimo era a Roma da oltre un anno quando chiese al fratello Eusebio di spedirgli gli Adagia di Erasmo da Rotterdam.
Umanista, filosofo e teologo olandese, dopo una formazione classica e filologica iniziò a viaggiare per l'Europa, entrando in contatto con i più grandi umanisti del tempo. La sua fama crebbe considerevolmente durante il soggiorno in Italia, dove giunse nel 1506 e vi rimase tre anni. Si addottorò in teologia a Torino, passò per Bologna e Roma prima di giungere a Venezia, dove collaborò con l'officina tipografica di Aldo Manuzio, mettendo a disposizione le proprie competenze filologiche e linguistiche, occupandosi personalmente anche della nuova edizione dei suoi Adagia, completata nel settembre 1508.
Nel corso della sua vita Erasmo raccolse detti, proverbi, massime, modi di dire popolari e letterari dell'antichità classica e via via li diede alle stampe. La prima edizione uscì a Parigi nel 1500 con il titolo Adagiorum collectanea e conteneva 818 adagia -Erasmo all'epoca aveva poco piú di trent'anni. Ad essa seguirono, con Erasmo vivente, una ventina di edizioni, nell'ultima delle quali il numero totale degli adagia raggiunse i 4151, e il titolo, mutato varie volte, era divenuto Adagiorum chiliades. L'umanista olandese, intanto, a partire circa dalla metà del secondo decennio aveva affidato le nuove edizioni a Johann Froben di Basilea.
Con la sua operazione di ricerca, assemblaggio, giustapposizione e commento rese usufruibile quella conoscenza di espressioni e passi tradizionali della cultura classica altrimenti dispersa nei testi in una sorta di antologia che diventò subito patrimonio comune.
La corrispondenza di Pompeo Caimo stesso ne è un esempio. Il medico in varie circostanze riporta modi di dire appropriati ripresi dagli Adagia: per esempio il 3 gennaio del 1604 per supportare il fratello cita il "Ne quicquam sapit qui sibi non sapit "; per congratularsi del successo del parente contro un avversario il 30 luglio 1604 riporta il "nihil Gracculo cum fidibus"; il 16 dicembre 1606 parlando di sé a Roma adatta il detto "[ornare] Spartam, quam nactus sum"; e ancora il 23 ottobre 1626 parlando dell'ultimo e poco apprezzato fratello lo compatisce con il "neque litteras, neque natare novit" (Epistolario Caimo, 69, 85, 148, 387).
-in Universitaria non è presente alcun esemplare degli Adagia «compendiati da un tedesco» con nota di possesso di Pompeo Caimo.
Le copie ad oggi catalogate appartengono all'edizione del 1585 curata da Paolo Manuzio (1512-1574) (Venezia, Compagnia degli Uniti) [69.c.107], e all'edizione curata dallo stesso (1512-1574) del 1591 (Venezia, D. Farri), con il caratteristico timbro della Repubblica Veneta, il timbro più antico della Biblioteca Universitaria, [2.b.31].
Vi è inoltre l'edizione degli eredi di Andreas Wechel (Francoforte 1599) curata tra gli altri da Henri Estienne (1528?-1598) e dall'umanista svizzero Johann Jakob Grynaeus (1540-1617) [56.b.15], con numerosi interventi di censura all'interno del testo e sul frontespizio - nome dell'autore depennato, indicazione manoscritta «Auctoris damnati» e nel titolo dopo "digestae" aggiunto a penna «ac expurg.».
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 13 settembre 1603: «Mi sarà anco caro che con questa occassione mi mandi alcuni libretti, cioè... gli Adagii d’Erasmo compendiati da un tedesco».
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega...» (ma non specifica gli altri libri).
Angelo Poliziano (1454-1494) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi umanistici latini)
All'opera di Angelo Poliziano che si trovava nella sua libreria a Udine Pompeo Caimo teneva particolarmente perché era stato un dono, come il Libro de' pesci romani di Paolo Giovio (vai), e desiderava non venisse venduta.
Umanista e poeta, Poliziano fu al servizio di Lorenzo de' Medici e poi ospite dei Gonzaga; rientrato a Firenze ricoprì la cattedra di eloquenza greca e latina nello Studio e fino alla morte si dedicò alla filologia classica. Studiò dal punto di vista filologico anche testi giuridici, i testi di medicina di Ippocrate e Galeno e i testi filosofici di Aristotele. I contemporanei ne apprezzarono la qualità artistica delle prose e l'eleganza con cui componeva versi greci, latini e in volgare.
L'indicazione che Caimo dà nella sua lettera del giugno del 1602, «l’opera del Politiano», induce a pensare che si riferisse ad una delle edizione degli Opera omnia dell'umanista e non ad uno scritto specifico, per il quale in questa circostanza forse sarebbe stato più preciso, come lo fu per «il trattato del Giovio De’ pesci».
-in Universitaria tra le edizioni complessive sembra presente solo l'aldina Omnia opera Angeli Politiani (1498), che non è tuttavia ascrivibile al medico udinese [SEC.XV.624]; con la nota di possesso di Pompeo Caimo è qui conservata la raccolta Doctissime illustrium virorum epistole, quas rogatus Politianus in ordinem redegit... (Parigi, G. Le Bret, 1515) [47.c.188.1], legata con Marci Antonii Sabellici Auree duodecim orationes (s.n.t.: Parigi 1513?) [47.c.188.2], da cui forse Pompeo ricavò modelli, ad esempio, di scrittura epistolare.
Epistolario Caimo, n. 13, Roma 16 giugno 1602: «Laudo la vostra risolutione di non mandar i miei libri a Venetia, ma di venderli a minuto in Udene, ché ricaverà maggior danaro, sebene anco a Venetia con un poco di mezo si sarianno venduti bene... Ci sono... tanti e tanti altri libri, dai quali si caverà per il meno cento ducati ritenendovi V.E. molti per sé secondo il suo piacere, fra i quali io la prego a ritenere in particolare l’opera del Politiano e ’l trattato del Giovio De’ pesci, per esser libri donati. In questo la faccia come le pare nel vendere e nel ritenere che certi libri belli, che pertengono anco a lei, non laudo siano venduti».
Letteratura in volgare
Dante Alighieri (1265-1321) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura in volgare)
Con l'inizio dell'inverno del suo primo anno a Roma Pompeo Caimo, medico-letterato con uno spiccato interesse per la poesia dantesca, vuole avere con sé le opere di Dante Alighieri. A questo momento risale l'unica richiesta a noi nota per recuperare i volumi del poeta fiorentino: «la Vita Nuova col Canzoniere». Eusebio l'avrebbe riconosciuta nella libreria perché «ligata in carta pecora nova». Farsela spedire da Udine era l'unica maniera per averla perché a Roma non si trovava, ma Pompeo sapeva che la sua copia poteva essere già stata venduta, questi erano gli accordi tra lui e il fratello: vendere la biblioteca domestica di Udine per raccimolare il denaro per far fronte alle spese della trasferta.
E con ogni probabilità in questa circostanza la sua copia aveva già cambiato proprietario.
Comunque siano andate le cose, una Vita nuova di Dante Alighieri. Con XV canzoni del medesimo. E la vita di esso Dante scritta da Giovanni Boccaccio (Firenze, B. Sermartelli, 1576), contenente le Canzoni amorose, et morali, con nota di possesso di Pompeo Caimo è oggi alla Biblioteca Bartoliniana di Udine (BARTOLINI B.VIII.17/1), esito degli acquisti probabilmente sul mercato antiquario del collezionista udinese Antonio Bartolini (1746-1824), interessato in particolare ai libri a stampa. La sua immensa collezione fu donata all’Arcidiocesi di Udine dal fratello Gregorio nel 1827 e oggi con i suoi oltre 11.000 volumi costituisce nella Biblioteca arcivescovile un fondo librario autonomo. Una curiosità: per intrecci familiari i Bartolini si trovarono imparentati con i Dragoni-Caimo, circostanza che potrebbe aver orientato Bartolini all'acquisto di oltre una decina di titoli un tempo posseduti da Caimo e finiti sul mercato antiquario.
La Vita nuova è legata in miscellanea con il De vulgari eloquentia stampata a Parigi da Jean Corbon nel 1577, l'importante editio princeps curata dal filologo Iacopo Corbinelli (1535-1590) (BARTOLINI B.VIII.17/2), entro una legatura in pergamena con titolo delle opere, nome degli autori, luogo e data di pubblicazione impressi in oro su tasselli incollati al dorso.
-in Universitaria delle opere di Dante possedute da Pompeo Caimo si conserva solo la Divina commedia curata da Bernardino Daniello, Dante con l'espositione di m. Bernardino Daniello da Lucca, sopra la sua Comedia dell'Inferno, del Purgatorio, & del Paradiso (Venezia, Pietro da Fino, 1568) [63.a.115], esemplare che Pompeo acquistò usato da tale Marco Antonio Pagani, che a sua volta lo aveva comprato da Luca Stella; entrambi avevano apposto le loro note di possesso.
Epistolario Caimo, n. 34, Roma 21 dicembre 1602: «... mi sarà caro che mi mandiate l’Euripide, il Sofocle, i Dialoghi di Sperone, la Vita Nuova col Canzoniere di Dante ligata in carta pecora nova... quando questi libri non siano alienati, ché qui non li trovo».
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 29 marzo 1603: «Hebbi ultimamente da monsignor Zuccho e dal signor dottor Galatheo i libri con una sua lettera, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Giovanni Boccaccio (1313-1375) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura in volgare)
A proposito del «Filostrato» che Pompeo Caimo chiede al fratello di inviargli un anno e mezzo dopo il suo arrivo a Roma, si potrebbe pensare che non indicasse, per esempio, una qualche opera di Flavio Filostrato o la raccolta in greco dei vari Philostratus che abbiamo proposto in questo elenco (vai), ma una delle rare edizioni del poema in volgare intitolato Filostrato di Giovanni Boccaccio, autore di cui Caimo ebbe certamente il romanzo intitolato Filocolo nell'edizione curata da Francesco Sansovino (1521-1583), Il Filocopo di m. Giovanni Boccaccio (Venezia, G.A. Bertano, 1575) [55.a.157], e forse anche il Decameron, a cui ricorse in una lettera per esprimere la propria commozione per la condizione di un amico: «Ho sentito dispiacere della nova che V.E. m’ha dato di quell’amico, la cui dolcezza sarà stranamente conversa in amaritudene. Io veramente il compassiono che secondo il detto di quel nostro, "humana cosa è l’aver compassione agli afflitti". S’egli è ancor vivo, Dio lo scampi, se morto, Dio gli perdoni i suoi falli» (Epistolario Caimo, 127, Roma 23 dicembre 1605; citazione dall'incipit del Proemio).
Forse, infatti, la copia del nipote Giacomo Caimo del «Decamerone del Boccaccio», per la quale chiese licenza di possesso e lettura nel 1640, era quella dello zio Pompeo (vai a L’inghippo: il compito degli eredi di libri, la licenza e il caso Machiavelli).
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 13 settembre 1603: «Mi sarà anco caro che con questa occassione mi mandi alcuni libretti, cioè l’Efemeridi dello Stadio, il Cardano De subtilitate rerum, la mistica Filosofia d’Aristotele ch’è in quarto, il Filostrato, gli Adagii d’Erasmo compendiati da un tedesco».
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega...» (ma non specifica gli altri libri).
Teofilo Folengo (1491-1544) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura in volgare)
Sono passati ormai diversi anni dal trasferimento a Roma e Pompeo Caimo è da tempo stabilmente al servizio del cardinale Alessandro Montalto e della sua famiglia come medico, ed è spesso al loro seguito nelle missioni, come in occasione del viaggio a Napoli iniziato nell'autunno del 1607 e conclusosi nella primavera del 1608. Durante la lunga permanenza nelle terre degli spagnoli, fu forse la vicinanza con i famigliari del cardinale a spingerlo a richiedere al fratello Eusebio due particolari volumi della sua vecchia biblioteca, «non trovandosi in queste nostre parti»: La humanità del Figliuolo di Dio in ottava rima di Teofilo Folengo, e le Rime di diversi antichi autori toscani (vai).
Il medico udinese intendeva, infatti, donarli all'allora quattordicenne don Francesco Peretti di Montalto (1595-1653), il nipote del cardinale di cui si prese cura in più occasioni. A Napoli si era occupato invece del padre di Francesco, il principe Michele Peretti, colpito da un'indisposizione, come si legge in una lettera del 21 dicembre 1607, nella quale Pompeo informa Eusebio anche dell'interesse mostrato dal cardinal Montalto e dal principe Peretti per trovare una sistemazione per il terzo fratello Caimo, Quintilio (Epistolario Caimo, 172).
Nel descrivere il primo volume Pompeo sembra aver ben chiaro il formato, meno il nome dell'autore: «un altro in quarto pure d’un poema toscano d’un Giovan Battista Folengo sopra l’humanità di Christo». A Giovanni Battista Folengo (1490-1559), fratello di Teofilo, spettano, infatti, solo i versi in calce alla dedica dell'opera.
Quanto all'indicazione del formato, il poema volgare in ottave uscì in 4° solo nella prima edizione, nel 1533 a Venezia presso Aurelio Pinzi.
-in Universitaria l'esemplare del Folengo con nota di possesso di Pompeo Caimo appartiene proprio a quest'edizione [62.a.108] - questo significa che alla fine il volume non venne donato a Francesco Peretti, oppure che si tratta di una nuova copia. L'esemplare presenta all'interno note marginali a penna parzialmente leggibili per la rifilatura che dovette subire il volume al momento di una nuova legatura, che previde anche la coloratura dei tagli (un nuovo condizionamento per essere all'altezza di un dono?). A seguito di un intervento di restauro la legatura originale non è più presente, sostituita da un'altra novecentesca.
Epistolario Caimo, n. 173, Posillipo, Napoli, 10 gennaio 1608: «Desidero che mi favorisca d’inviarmi per la solita strada di quel mercante Della Nave corrispondente col special nostro del Corallo di Roma gli infrascritti libri, quando però siano rimasti in casa, cioè... un altro in quarto pure d’un poema toscano d’un Giovan Battista Folengo sopra l’humanità di Christo et uno in ottavo di rime di varii auttori antichi toscani, li quai duo ultimi libri vorrei donare al signor don Francesco Peretti nostro, non trovandosi in queste nostre parti».
Epistolario Caimo, n. 182, Roma 14 giugno 1608: «I libri inviatimi da lei per Venetia mi giunsero salvi già buon tempo, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Paolo Giovio (1483-1552) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura in volgare)
Nel giugno1602, ragguagliando il fratello sui libri da vendere e quelli da conservare, Pompeo Caimo si ricorda e segnala due opere, una di Angelo Poliziano (vai) e una di Paolo Giovio, che non dovevano essere vendute perché non erano state acquistate ma erano state loro donate.
La figura di Paolo Giovio dovette incuriosire Pompeo Caimo che si procurò diverse sue pubblicazioni. Giovio era stato, infatti, medico e umanista al servizio di cardinali, professore di filosofia a Roma e vescovo di Nocera dei Pagani dal 1527; aveva viaggiato a lungo attraverso l'Italia e l'Europa al seguito di personaggi illustri. Ricordato principalmente come storico, scrisse su diversi argomenti.
L'opera a cui Caimo si riferisce è una sorta di trattato di ittiologia con digressioni di carattere storico e culinario, un esempio delle curiosità di un medico e storico di primo Cinquecento, risultato della partecipazione a feste e banchetti papali, di cui l'umanista era diventato assiduo frequentatore - e a proposito di pesci, attraverso la corrispondenza di Pompeo con Eusebio si ha sott’occhi un gran commercio di pesci e si famigliarizza anche con varietà e nomi.
Lo scritto di Giovio uscì in latino nel 1524 per i tipi di Francesco Minizio Calvo (De romanis piscibus libellus) e fu pubblicato nella versione volgare di Carlo Zancarolo nel 1560 (Libro de' pesci romani ).
-in Universitaria sono conservati alcuni lavori di Paolo Giovio di proprietà di Caimo: il Dialogo dell'imprese militari et amorose (Venezia, Giolito De' Ferrari, 1556) [44.c.278], Le Vite di Leon decimo et d'Adriano sesto sommi pontefici, et del cardinal Pompeo Colonna (Venezia, G. Rossi, 1557) [39.a.122], la raccolta postuma delle lettere curata da Lodovico Domenichi (Venezia, fr.lli Sessa, 1560) [11.c.202] e, infine, il Libro di mons. Paolo Giovio de' pesci romani tradotto in volgare da Carlo Zancaruolo (Venezia, Gualtieri, 1560) [BOT.6.98]. È curioso il fatto che il volume sembra essere entrato (o rientrato?) a seguito del trasferimento nel primo '900 in Universitaria di una parte della raccolta libraria di Giovanni Marsili, scienziato e bibliofilo settecentesco, docente dello Studio patavino e prefetto dell’Orto botanico.
Epistolario Caimo, n. 13, Roma 16 giugno1602: «Laudo la vostra risolutione di non mandar i miei libri a Venetia, ma di venderli a minuto in Udene, ché ricaverà maggior danaro, sebene anco a Venetia con un poco di mezo si sarianno venduti bene... Ci sono... tanti e tanti altri libri, dai quali si caverà per il meno cento ducati ritenendovi V.E. molti per sé secondo il suo piacere, fra i quali io la prego a ritenere in particolare l’opera del Politiano e ’l trattato del Giovio De’ pesci, per esser libri donati. In questo la faccia come le pare nel vendere e nel ritenere che certi libri belli, che pertengono anco a lei, non laudo siano venduti».
Niccolò Machiavelli (1469-1527) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura in volgare)
Da una lettera inviata da Padova da Pompeo Caimo al fratello nel luglio del 1627 veniamo a sapere che nella sua biblioteca udinese erano rimaste anche le opere di Niccolò Machiavelli; di esse il medico da molto tempo ormai non aveva più chiesto informazioni: potevano trovarsi ancora tra i libri di famiglia, oppure potevano essere state vendute o cedute, o ancora prelevate dagli inquisitori. L'occasione per riportare la sua attenzione su quei libri, dopo tanti anni di disinteresse, fu determinata dalla proposta di acquisto di svariati volumi provenienti da una biblioteca privata: gli eredi del proprietario da poco deceduto si erano rivolti a Eusebio in cerca di acquirenti e quest'ultimo aveva subito contattato il fratello. Nell'elenco dei libri posti in vendita vi erano, tra gli altri, le opere del politico fiorentino e questa presenza aveva destato la curiosità dell’ormai anziano medico udinese spingendolo anche a chiedere notizie sulle sue vecchie copie. Questo sarà l'ultimo acquisto documentato di Pompeo Caimo presente nella corrispondenza con il fratello.
-in Universitaria tra i pochi esemplari conservati contenenti opere di Niccolò Machiavelli nessuno è contrassegnato con la nota di possesso di Pompeo Caimo.
Epistolario Caimo, n. 397, Padova 30 luglio 1627: «Mi ricorda di haver lasciato costì con altri libri, quando passai a Roma, tutte l’opre del Macchiavelli, non so quello che sia di loro».
Rime di autori toscani (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura in volgare)
A gennaio del 1608 Pompeo Caimo pensò di fare omaggio al giovane nipote del cardinale Montalto, don Francesco Peretti, di due suoi volumi contenenti poesie in volgare.
Francesco Peretti di Montalto (1595-1653) era figlio del principe Michele Peretti, fratello minore del cardinale, e di Margherita Cavazzi della Somaglia. Inizialmente destinato al matrimonio con Anna Maria Cesi, nel 1613, a seguito delle nozze del padre rimasto vedovo con la sua promessa, si risolse ad abbracciare la carriera ecclesiastica e, sebbene a lungo ostacolata per ragioni politiche, nel 1641 ottenne la promozione al cardinalato da papa Urbano VIII.
Per la prima opera di cui Caimo chiese l'invio al fratello Eusebio, La humanità del Figliuolo di Dio in ottava rima di Folengo, si veda la scheda dedicata (vai).
Il secondo volume venne richiesto con queste parole: «Desidero che mi favorisca d’inviarmi... uno in ottavo di rime di varii auttori antichi toscani». Molto probabilmente l'indicazione di Pompeo si riferiva all'importante antologia dell'antica poesia toscana che uscì nella sua prima edizione a Firenze nel 1527 per i Giunta. Il medico doveva possedere la seconda e ultima edizione, pubblicata con il titolo Rime di diversi antichi autori toscani in dieci libri raccolte e stampata a Venezia per Nicolini da Sabbio nel 1532, come dimostra la perfetta corrispondenza delle parole usate nella missiva con il titolo - quello che compare sulla cosiddetta Giuntina di rime antiche è infatti Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani in dieci libri raccolte.
Le edizioni sono entrambe in 8° e del tutto simili tra loro nel contenuto: raccolgono versi di Dante Alighieri, Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti, Dante da Maiano, Guittone d'Arezzo, Guido Guinizzelli, Guido Orlandi, Salvino Doni, Chiaro Davanzati, Guido delle Colonne, Bardo Segni, Lapo Gianni etc.
-in Universitaria non è giunto alcun esemplare dell'edizione del 1532 (e neppure del 1527). A differenza del volumetto di Folengo, è possibile, quindi, che le Rime siano state donate al giovane Peretti.
Epistolario Caimo, n. 173, Posillipo, Napoli, 10 gennaio 1608: «Desidero che mi favorisca d’inviarmi per la solita strada di quel mercante Della Nave corrispondente col special nostro del Corallo di Roma gli infrascritti libri, quando però siano rimasti in casa, cioè... un altro in quarto pure d’un poema toscano d’un Giovan Battista Folengo sopra l’humanità di Christo et uno in ottavo di rime di varii auttori antichi toscani, li quai duo ultimi libri vorrei donare al signor don Francesco Peretti nostro, non trovandosi in queste nostre parti».
Epistolario Caimo, n. 182, Roma 14 giugno 1608: «I libri inviatimi da lei per Venetia mi giunsero salvi già buon tempo, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Sperone Speroni (1500-1588) (ritorna all'Indice ; ritorna a Letteratura in volgare)

Pompeo Caimo possedeva anche un'edizione dei Dialoghi di Sperone Speroni e fu tra i primi libri che chiese gli fossero inviati a Roma.
Giurista padovano, Sperone Speroni fu una personalità di spicco nel mondo delle lettere della sua epoca. Prospettive di carriera e un contesto a lui più favorevole lo portarono a più riprese a Roma. Letterato di grande erudizione, filosofo e oratore, nel 1542 pubblicò presso gli eredi di Aldo i Dialogi, per iniziativa e a cura di Daniele Barbaro. L'edizione contiene il Dialogo d’amore, il Dialogo della dignità delle donne, il Dialogo del tempo di partorire, il Dialogo della cura famigliare, il Dialogo della usura, il Dialogo della discordia, Dialogo delle lingue, il Dialogo della rhetorica, il Dialogo delle laudi del Cathaio, il Dialogo di Panico et Bichi .
I testi non compresi nell’edizione del Barbaro, ovvero il Dialogo della vita attiva e contemplativa, il Dialogo del giudicio di Senofonte, il primo e il secondo Dialogo sopra Virgilio, il Dialogo delle lode delle donne, l’incompiuto Dialogo della fortuna e il primo e il secondo Dialogo dell'historia, furono raccolti nell'edizione del 1596 stampata presso Roberto Meietti a Venezia.
Con i suoi Dialoghi Sperone Speroni partecipava attivamente ai dibattiti del tempo: per esempio il Dialogo delle lingue s'inseriva nella discussione sull'uso del volgare e i dialoghi Della dignità delle donne e In lode delle donne nella querelle des femmes.
Fu membro dell'Accademia degli Infiammati (fondata a Padova nel 1540) al fianco di Alessandro Piccolomini, Bernardino Tomitano e Benedetto Varchi.
Per i Dialoghi Speroni subì la censura dell’Inquisizione a causa di una denuncia per vilipendio della morale, a seguito della quale ne fu proibita la vendita ai librai di Roma. Difese i punti controversi dapprima a voce, con esiti favorevoli, poi con un’Apologia dei Dialoghi (1574) che inviò agli amici di Padova e di Venezia affinché ne facessero circolare copie manoscritte; fu poi inserita nell'edizione dei Dialoghi del 1596.
-in Universitaria vi sono diverse edizioni dell'opera di Speroni, ma nessuna con la nota di possesso di Caimo.
La copia di Pompeo forse venne tenuta dal nipote Giacomo, che dei «Dialoghi di Speron Speroni» chiese licenza di lettura nel 1640 (vai a L’inghippo: il compito degli eredi di libri, la licenza e il caso Machiavelli).
Epistolario Caimo, n. 34, Roma 21 dicembre 1602: «... mi sarà caro che mi mandiate l’Euripide, il Sofocle, i Dialoghi di Sperone, la Vita Nuova col Canzoniere di Dante ligata in carta pecora nova... quando questi libri non siano alienati, ché qui non li trovo».
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 29 marzo 1603: «Hebbi ultimamente da monsignor Zuccho e dal signor dottor Galatheo i libri con una sua lettera, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Testi di medicina
Giovanni Arcolano (1390-1458) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di medicina)
Il medico veronese e docente a Bologna, Padova e Ferrara Giovanni Arcolano deve la sua fama a due commenti a classici della medicina araba: la Practica Joannis Arculani, basato sul nono libro del Liber Almansori del medico persiano Rasis (865-925) - o Liber nonus ad Almansorem (cum expositione Joannis Arculani) -, uscita la prima volta a Padova nel 1480 (per P. Maufer), e l'Expositio in primam fen quarti Canonis Avicennae De febribus, commento alla prima fen del quarto libro del Canone del medico e filosofo arabo Avicenna (980-1037), dato alla luce la prima volta a Ferrara nel 1489 (per A. Gallo), nel quale vengono trattati i vari tipi di febbre esistenti.
Nel corso del suo primo anno di professione a Roma Pompeo Caimo chiese che gli fosse inviato insieme ad altri libri «l’Hercolano in foglio sopra il nono di Rasis ad Almansorem» che aveva lasciato nella sua libreria udinese.
-in Universitaria l'esemplare della Practica dell'Arcolano con la nota di possesso di Caimo appartiene all'edizione veneziana dei Giunta del 1577, in folio, che uscì con il titolo: Practica Ioannis Arculani Veronensis particularium morborum omnium... Dum enim his suis Commentarijs, nonum librum Rasis ad Almansorem Regem accuratius explicat... [83.a.38].
Pompeo Caimo possedette diversi commenti al Liber nonus ad Almansorem (vai).
Epistolario Caimo, n. 34, Roma 21 dicembre 1602: «... mi sarà caro che mi mandiate... l’Hercolano in foglio sopra il nono di Rasis ad Almansorem, quando questi libri non siano alienati, ché qui non li trovo».
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 29 marzo 1603: «Hebbi ultimamente da monsignor Zuccho e dal signor dottor Galatheo i libri con una sua lettera, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Avicenna (980-1037) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di medicina)
![Ritratto di Avicenna. Avicenna, Primi libri fen prima..., [Venezia?, ca 1540] Ritratto di Avicenna. Avicenna, Primi libri fen prima..., [Venezia?, ca 1540]](getImage.php?id=344&w=325&h=227&c=0&co=1&f=0&t=0&.jpg)
Pompeo Caimo dovette possedere sin da subito alcuni classici della medicina araba come i trattati del medico persiano Rasis (vai), la cui fama è legata all'opera nota nell'Occidente latino con il titolo di Compendium o Liber continens, e quelli del medico e filosofo di stirpe iranica Avicenna, la cui opera medica maggiore è nota con il titolo di Canon medicinae, un’enciclopedia di medicina teorica e pratica, riordino delle dottrine mediche di Ippocrate e Galeno e biologiche di Aristotele.
-in Universitaria è presente la Prima fen quarti Canonis Avicennae de febribus. Fen prima est de febribus, & continet quatuor tractatus. Tractatus primus de febre ephimera (Parigi, P. Le Preux, 1549) con la nota di possesso di Pompeo Caimo [89.a.133].
Epistolario Caimo, n. 13, Roma 16 giugno 1602: «Laudo la vostra risolutione di non mandar i miei libri a Venetia, ma di venderli a minuto in Udene, ché ricaverà maggior danaro, sebene anco a Venetia con un poco di mezo si sarianno venduti bene... Ci sono di buoni libri, come... l’Avicenna, i Continenti di Rasis molto stimati».
Claudio Galeno (129-ca 199) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di medicina)

Di Galeno, il più grande medico e anatomista di epoca classica e scrittore assai prolifico, Pompeo Caimo, un suo "seguace ortodosso", dichiara di possedere anche le opere in lingua greca.
Lo si evince da una lettera del 1607 in cui si mostra soddisfatto di aver finalmente raggiunto un livello tale nella conoscenza del greco da permettergli di leggere e capire i medici e i filosofi nella loro lingua natia. Per questo motivo chiedeva al fratello di inviargli i volumi in greco che erano rimasti nella biblioteca di casa, e tra questi anche quelli di Galeno.
-in Universitaria con nota di possesso di Caimo sono presenti: il De usu partium nell'edizione parigina di Christian Wechel del 1543, Galenou Peri chreias ton en anthropon somati morion biblia heptakaideka. Claudii Galeni Pergameni de usu partium corporis humani, libri decem & septem... [83.a.32], e l'Introductio sive medicus con le Definitiones medicae, entrambe attribuite a Galeno, nell'edizione di Basilea del 1537 (Balthazar Lasius & Balthazar Platter), Medicorum schola, hoc est, Claudii Galeni Isagoge, sive Medicus. Eiusdem Definitionum medicinalium liber... [85.a.233].
Sulla risguardia dell'esemplare padovano del De usu partium Caimo riporta i versi dedicati al maestro della medicina da Petrarca ne I Trionfi (Triumphus Fame, III): «Un di Pergamo il segue, et da lui pende / L'arte guasta fra noi, all'hor non vile, / Ma breve, e oscura, ei la dichiara e stende». E a riprova della sua eccellente capacità di comprensione del greco Caimo traduce in volgare l'ultimo libro e lo trascrive nelle carte finali. In testa alla traduzione, nella pagina con la marca, l'intitolazione recita: «L'ultimo libro dell'uso delle parti tradotto dal testo greco di Galeno per Pompeo Caimo».
Epistolario Caimo, n. 150, Roma 27 gennaio 1607: «Desidero mi favorisca d’avisarmi, se costà fra quei libri ch’io lasciai, vi restassero alcuni libri greci, cioè l’opere di Galeno greche e quelle di Luciano, con non so che altri auttori, li quali quando siano salvi, scriverò poi il mio desiderio. Né di ciò V.S. si maravigli, peroché coll’aiuto di Dio hora possedo tanto di lingua greca, ch’io posso intendere quei gran filosofi e medici antichi nel suo linguaggio natio. E questo ho fatto sine ullo doctore, ma non sine labore improbo, qui omnia vincit».
Epistolario Caimo, n. 152, Roma 17 febbraio 1607: «Quanto a quei libri greci, havrei molto caro che V.E. mi favorisse d’inviarmeli qua quantoprima... dico i Galeni, l’opre di Luciano et se ci è qualch’altro libro greco...».
Epistolario Caimo, nn. 154, 155, [Roma], senza data, Roma 24 marzo 1607: solleciti di Pompeo per l'invio delle opere in greco di Galeno.
Epistolario Caimo, n. 156, Roma 14 aprile 1607: «Hoggi a punto ho ricevuto d’Urbino i Galeni greci».
Andrés Laguna (1510/1511-1559) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di medicina)
Nella biblioteca udinese di Caimo è probabile che ci fossero anche opere mediche di Andrés Fernández Velázquez Laguna. All'umanista spagnolo, medico, botanico e farmacologo, spetta un importante compendio degli scritti del maestro della medicina Galeno, l’Epitomes omnium Galeni, compilato e pubblicato a Venezia (1548), la sua opera più nota e edita fuori dalla Spagna. In Italia scrisse anche l'Epitome omniorum rerum..., che pubblicò a Lione (1554), compendio dei commentari di Galeno ai trattati di Ippocrate. Pompeo Caimo possedette e chiese al fratello di spedirgli a Roma la prima delle due opere, che così descriveva: «l'Epitome di Galeno ridotta in quattro volumetti in ottavo».
Solo la prima edizione uscì in 4 volumi, in formato in 8°, con il titolo Epitomes omnium Galeni Pergameni operum, universam illius viri doctrinam, et methodum, quam accuratissime continentis, sectio prima [-quarta] curata da Andrés Laguna (Venezia, G. Scoto, 1548), mentre le successive furono in folio (1 volume) o in 16° (4-5 volumi).
-in Universitaria non sembra essere giunta la copia del medico udinese.
Epistolario Caimo, n. 61, Roma 18 ottobre 1603: «... mi favorisca con gli altri libretti che già scrissi, mandarmi ancora l’Epitome di Galeno ridotta in quattro libretti d’ottavo... e ciò, quando non siano stati dati al libraro».
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega...» (ma non specifica gli altri libri).
Rasis (865-925) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di medicina)
Pompeo Caimo, parlando della sua biblioteca in una lettera al fratello Eusebio scritta all'inizio del soggiorno a Roma, dimostra di possedere alcuni classici della medicina araba, come i trattati del medico arabo Avicenna (vai) e del medico persiano Abu Bakr Muhammad ibn Zakariyya al-Razi, in latino Rasis, autore di un’opera enciclopedica nota con il titolo di Compendium o Liber continens (un compendio di conoscenze mediche greche, siriache e arabe antiche, nonché di alcune pratiche mediche indiane), e del Liber Almansori, un trattato di medicina costituita da dieci libri, ognuno dei quali dedicato a un argomento specifico.
-in Universitaria sembrano non essere giunti gli stimati «Continenti di Rasis» di proprietà del medico udinese. Ad oggi sono stati, invece, individuati alcuni commenti al Liber nonus ad Almansorem: la Practica medica di Giovanni Arcolano - un'altro dei libri richiesti da Caimo mentre era a Roma (vai) -, e la Practica uberrima del medico e professore a Pavia Marco Gattinara (1442-1496), allievo e assistente di Giovanni Matteo Ferrari da Grado (?-1472), nell'edizione di Lione del 1542 per gli Huguetan [88.a.178] e nell'edizione di Venezia del 1575 per G.B. Somasco [85.a.228]; 
oltre alla Paraphrasis in nonum librum Rhazae... ad regem Almansorem, de affectuum singulorum corporis partium curatione (Basilea, R. Winter, 1537) [87.a.157.1], la dissertazione discussa in occasione della conclusione degli studi in medicina a Lovanio dal medico fiammingo, fondatore dell'anatomia moderna, Andrea Vesalio (1514-1564), in un esemplare ricco di annotazioni e ricette di medicamenti manoscritte di mano di Pompeo Caimo. Quest'ultimo esemplare si presenta legato con Morborum internorum prope omnium curatio, brevi methodo comprehensa, ex Galeno praecipue, et Marco Gattinaria (Venezia, V. Valgrisi, 1548) di Jacques Dubois (Sylvius, 1478-1555), medico e umanista, maestro di Vesalio [87.a.157.2]. Alcuni elementi della miscellanea, come il precedente possessore (Annibale Paltroni medico di Urbino), inducono, tuttavia, a considerarla un acquisto posteriore, successivo al 1602, anno della partenza da Udine per Roma.
Epistolario Caimo, n. 13, Roma 16 giugno 1602: «Laudo la vostra risolutione di non mandar i miei libri a Venetia, ma di venderli a minuto in Udene, ché ricaverà maggior danaro, sebene anco a Venetia con un poco di mezo si sarianno venduti bene... Ci sono di buoni libri, come... l’Avicenna, i Continenti di Rasis molto stimati...».
Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di medicina)
Pompeo Caimo cercò di farsi inviare a Roma dal fratello anche il commentario del medico e filosofo Giulio Cesare Scaligero (o Della Scala) ai due libri del De plantis erroneamente attribuiti ad Aristotele (Pseudo-Aristotele) (vai). Esperto nel campo della botanica e dell'erboristeria, esperienze maturate sia nella sperimentazione diretta sia nella ricerca erudita in fonti letterarie e artistiche, classiche e moderne, Giulio Cesare Scaligero deve la sua fama anche a testi in cui si avvalse della propria erudizione filosofico-scientifica e della razionalità classificatoria.
-in Universitaria non sembra essere giunta la copia del medico udinese del commentario, a meno di non attribuirgli uno dei due esemplari qui presenti privi della sua nota di possesso dell'edizione condivisa di Crespin-Rouillé del 1566 (Lione-Ginevra) intitolata In libros de plantis Aristoteli inscriptos commentarii, che si rifà alla pubblicazione parigina del 1556 di Michel Vascosan [96.a.47], [96.a.54]. Per la ricostruzione della biblioteca di Pompeo Caimo, è bene ricordare che il medico udinese non apponeva sempre la sua nota di possesso sui libri che acquisiva, come si evince dalla lettera in cui invitava Eusebio a far «scancellare il mio nome quando sia scritto» nei libri che verranno messi in vendita (Epistolario Caimo, 9, Roma 18 maggio 1602).
Epistolario Caimo, n. 152, Roma 17 febbraio 1607: «... anco quel commento dello Scaligero sopra i libri De plantis d’Aristotele che sono in foglio».
Cristóbal de Vega (1510-1573) (ritorna all'Indice ; ritorna a Testi di medicina)
Oltre un anno dopo il suo arrivo a Roma, mentre era impegnato nella stesura di uno scritto sulle febbri, Pompeo Caimo ricevette da Udine alcuni libri richiesti e fu grato al fratello in particolare per la spedizione del commentario al De differentiis febrium di Galeno. L’opera, Commentaria in librum Galeni de differentia febrium, un ampio commentario al trattato di Galeno, era uscita la prima volta ad Alcalá nel 1553. L'autore, l’umanista e medico spagnolo Cristóbal de Vega, la inserì in seguito nella raccolta dei suoi commentari su vari trattati di Galeno e Ippocrate, da lui stesso curata e uscita postuma a Lione per G. Rouillé negli anni 1576 e 1587, con il titolo Opera, nempe, Liber de arte medendi. Commentar. in librum Galeni De differentiis febrium. Commentarius de urinis. Commentaria in Lib. aphorismorum Hippocratis. Prognosticorum Hippocratis e Graeco in Latinum versio, cum expositionibus in Galeni Commentaria. Verrà riproposta sempre a Lione per A. Chard negli anni 1621 e 1626, con il titolo di Opera omnia.
-in Universitaria non sembra essere pervenuto l'esemplare di Caimo. È, tuttavia, presente la raccolta nell'edizione del 1576 (Lione, G. Rouillé) [88.a.12].
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega sopra Galeno De febribus, sendoche anch’io sto hora scrivendo sopra questa materia con pensiero di stampare con alcune altre mie cose sotto l’ombra del cardinal mio padrone».
Testi di astrologia
Alcabizio (sec. X) (ritorna all'Indice ; ritorna ad Testi di astrologia)
Pompeo Caimo possedette alcuni classici arabi dell’astrologia sin dalla giovinezza. Da una lettera del 1603 sembrerebbe aver richiesto al fratello il Libellus isagogicus del matematico, astronomo e astrologo arabo Abu Al-Saqr 'Abd Al-Aziz Ibn Uthman Ibn Ali Al-Qabisi, noto in Occidente con il nome di Alcabizio (in latino Alchabitius), che si occupò di astronomia giudiziaria. Il Libellus isagogicus, noto anche come Alchabitius, è un trattato propedeutico allo studio dell’astrologia (in buona sostanza un manuale per la definizione dell’oroscopo), che circolò spesso con il commento di Giovanni di Sassonia (sec. XIV). Caimo descrive così il suo esemplare: vecchio, in 4°, con legatura in assi lignee, commentato «da un certo di Sassonia» - parole che fanno pensare a un incunabolo o a un'edizione dei primi anni del Cinquecento.
-in Universitaria non sembra essere presente alcuna edizione dell'Alchabitius, mentre con la nota di possesso di Pompeo Caimo si conserva l'Enarratio elementorum astrologiae, in qua praeter Alcabicij, qui Arabum doctrinam compendio prodidit, expositionem tque cum Ptolemaei principijs collationem, reiectis sortilegijs & absurdis vulgoque receptis opinionibus, de verae artis praeceptorum origine & vsu satis disseritur... (Colonia, A. Birckmann eredi, 1560) del matematico tedesco, astronomo e astrologo Valentin Naibod (1523-1593): non sembra tuttavia si tratti dell'opera richiesta perché, sebbene in formato in 4°, non può essere definito un «libro vecchio»; sfortunatamente è privo della legatura originale [79.a.138]. Naibod, amico di Giovanni di Strassoldo (1544-1610), fu professore a Colonia e a Padova, dove trascorse i suoi ultimi anni e vi morì di morte violenta.
Epistolario Caimo, n. 61, Roma 18 ottobre 1603: «mi favorisca con gli altri libretti che già scrissi, mandarmi ancora... un certo libro vecchio, coperto di tavole, in forma di quarto, che tratta d’astrologia et è opera de l’Alcabitio, commentata, se mi ricordo, da un certo di Sassonia, e ciò, quando non siano stati dati al libraro».
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega...» (ma non specifica gli altri libri).
Pietro Bongo (?-1601) (ritorna all'Indice ; ritorna ad Testi di astrologia)
Erano ormai passati sei anni dalla sua partenza da Udine (1608) quando Pompeo Caimo chiese al fratello di inviargli la sua copia dell'opera di un autore bergamasco in formato in folio intitolata De Numeris, naturalmente se non era stata venduta. Desiderava molto probabilmente il trattato del canonico bergamasco Pietro Bongo (Petrus Bungus), pubblicato con il titolo Numerorum mysteria nella seconda e nell’ultima edizione, ma noto come De numeris, come si evince anche dalla voce biografica del contemporaneo bergamasco Donato Calvi (1613-1678; Calvi 1664, p. 438).
Opera principale di Bongo, che attribuiva significati metafisici e magici ai numeri, il De numeris ebbe ampia diffusione in Europa. Finché l’autore fu in vita, il trattato, ripreso e ampliato più volte, uscì solo in Italia; tra il 1617 e il 1618 fu stampata a Parigi l'ultima edizione da François Jacquin, per tre editori diversi, con versi di dedica a Bongi di Giuseppe Unicorno (Unicorni, 1523-1610), un suo concittadino con i medesimi interessi per la matematica, filosofia, astrologia, musica e teologia: «Dum Numeri in Sacris numeras Mysteria verbis, // Enumeras laudes, optime Bunge, tuas; // Fallor, non numeras, Numerus numerare videtur, // Attamen innumeras qui numerare potest?» (anche in Calvi 1664, p. 438).
Il trattato uscì in formato in folio nel 1584 e nel 1585 (Mysticae numerorum significationis liber..., Bergamo, Comin Ventura & soci).
-in Universitaria sono presenti gli esemplari di due emissioni del 1585, nessuno dei quali con nota di possesso di Caimo.
Epistolario Caimo, n. 173, Posillipo, Napoli, 10 gennaio 1608: «Desidero che mi favorisca d’inviarmi per la solita strada... gli infrascritti libri, quando però siano rimasti in casa, cioè... un tal bergomasco auttore, che fa de Numeris un libro in foglio...».
Epistolario Caimo, n. 182, Roma 14 giugno 1608: «I libri inviatimi da lei per Venetia mi giunsero salvi già buon tempo, di che la ringratio» (ma non specifica quali).
Gerolamo Cardano (1501-1576) (ritorna all'Indice ; ritorna ad Testi di astrologia)

Pompeo Caimo da poco giunto a Roma, scrivendo al fratello della sua biblioteca di Udine, ricorda, tra le altre, le opere del filosofo, medico e astrologo Gerolamo Cardano e gli chiese di spedirgli il suo commentario al Tetrabiblos (il compendio di astrologia di Tolomeo, “la sistemazione più elevata dell’astrologia classica"). L'opera, contenente nella prima edizione l'oroscopo di Cristo (Basilea, 1554, pp. 163-166), era stata inserita nell'Indice dei libri proibiti del 1596, nel quale venivano condannate all'espurgazione tutte le opere di Cardano che non trattavano di medicina: tra esse il commentario al Quadripartito viene bandito "nisi corrigantur" (Index 1994, pp. 487-489, in part. 489): per tenerlo e leggerlo era necessario un permesso di lettura, che solitamente ai medici era concesso. All'uscita del nuovo Indice dei libri proibiti nel 1596 con la norma sui permessi seguì una fase caratterizzata da larghezza nelle concessioni di licenze, poi nel primo ventennio del '600 le Congregazioni romane (e il Maestro del Sacro Palazzo per Roma) limitarono i permessi «alle alte gerarchie ecclesiastiche, ad importanti membri del patriziato e a qualche laico operante nel mondo delle "professioni" (soprattutto giuristi e medici) ben conosciuti e particolarmente affidabile» (Frajese 1999, pp. 781-782, 786, 800-807); «members of a restricted elite, which actively supported the system of censorship» (Cavarzere 2018, p. 40). Cardano fu «una delle grandi passioni del primo seicento» dei ceti alti, attratti dai testi astrologici, e la licenza per leggerlo fu tra le più richieste dai medici, per motivi professionali (Frajese 1999, p 806), e pure Pompeo Caimo era riuscito ad ottenerla, come dichiara egli stesso in una delle lettere che scrisse ad Eusebio per sollecitare l'invio del volume.
Oltre un anno dopo Pomeo chiese anche il De subtilitate rerum, l'opera più famosa di Cardano, «sorta di mastodontica enciclopedia delle scienze naturali che contiene un po’ di tutto: dalla cosmologia alla costruzione di macchine; dalle leggi della meccanica alla criptologia; dall’utilità delle scienze della natura al nefasto influsso dei demoni» (Gliozzi, DBI) -anch'essa opera proibita "nisi corrigantur" (Index 1994, p. 488).
-in Universitaria sono presenti due testi di Cardano con nota di possesso del medico udinese: il commentario richiesto e ricevuto In Cl. Ptolemaei De astrorum iudiciis, aut (ut vulgo appellant) Quadripartitae constructionis lib. IIII, commentaria (Basilea, officina Henricpetrina, 1578) [77.a.1] e un trattato di medicina sull'eziologia delle malattie De causis, signis ac locis morborum (Basilea, S. Henricpetri, 1583) [93.a.145]. Quanto al De subtilitate libri XXI, è presente un esemplare dell'edizione di Basilea del 1582 senza note di possesso, che non sembra riconducibile a Caimo per la presenza di timbri della Biblioteca Universitaria successivi all'ingresso del fondo del medico [45.c.3].
Epistolario Caimo, n. 13, Roma 16 giugno 1602: «Laudo la vostra risolutione di non mandar i miei libri a Venetia, ma di venderli a minuto in Udene, ché ricaverà maggior danaro, sebene anco a Venetia con un poco di mezo si sarianno venduti bene... Ci sono di buoni libri, come... l’opere del Cardano, che qui vagliono per il meno otto scudi...».
Epistolario Caimo, n. 23, Roma 7 settembre 1602: «Non so quella che facesse mai dei libri e come ne riuscisse di loro o in Friuli o a Venetia, mi sarà per ciò caro qualche suo aviso in questa materia e quando non habbia alienato il Cardano sopra il Quadripartito di Tolomeo, desidero che lo si tenga con pensier di inviarlomi a Roma... poiché qui in Roma vale sei scudi in circa et a già fatica si trova».
Epistolario Caimo, n. 26, Roma 5 ottobre 1602: «aspetterò il Cardano et un libretto legato in cartone di due o tre fogli del Magini intitolo De directionibus conficiendis. Del rimanente de’ libri disponga al parer suo».
Epistolario Caimo, n. 27, Roma 19 ottobre 1602: «Ricordo a V.E. il Cardano con quell’altro libretto d’inviarmi per monsignor Tritonio e se facesse difficoltà a portarlo, per essere sospeso, gli dica, ch’io tengo licenza».
Epistolario Caimo, n. 30, Roma 18 novembre 1602: «Ho ricevuto il Cardano, che mi è stato carissimo».
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 13 settembre 1603: «Mi sarà anco caro che con questa occassione mi mandi alcuni libretti, cioè... il Cardano De subtilitate rerum...».
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega...» (ma non specifica gli altri libri).
Giovanni Antonio Magini (1555-1617) (ritorna all'Indice ; ritorna ad Testi di astrologia)
In una lettera dell'ottobre 1602 Pompeo Caimo scrive di aspettare un libretto di pochi fogli del Magini intitolato De directionibus conficiendis. Dell’astronomo, cartografo e matematico padovano Giovanni Antonio Magini (assertore della scientificità dei pronostici e tenuto sotto osservazione dalla Congregazione dell'Indice), nulla fu pubblicato con tale titolo entro la primavera del 1602, per cui, data l'indicazione che ne dà Caimo «di due o tre fogli», si può supporre che si trattasse di pochi fascicoli, appartenenti ad un'opera più vasta, che per il contenuto autonomo potevano essere separati dal resto e risultare ugualmente adatti alla consultazione, come il Compendium directionum eiusdem auctoris pro directionibus nova ratione, ac facili secundum rationalem modum conficiendis annunciato sul frontespizio delle Ephemerides coelestium motuum del 1599 (Venezia, D. Zenaro), sistemato come appendice in fine all'opera (fascicoli 3D⁸ 3E⁴) con titolo corrente Compendium de directionibus, e talvolta assente negli esemplari.
Nelle lettere conservate non viene chiarito se Pompeo Caimo abbia mai ricevuto il libretto richiesto.
-in Universitaria non sembra essere pervenuto, o non è ancora stato individuato; la pubblicazione di Magini presente in biblioteca e posseduta da Caimo è di diversi anni posteriore, si tratta delle Tabulae novae iuxta Tychonis rationes elaboratae quibus directionum conficiendar brevior ac facilior quam unquam antehac a nemine ars traditur, pubblicate a Bologna (S. Bonomi, G. Tamburini, 1619) a cura di Antonio Roncò, un allievo del matematico padovano [80.a.79].
Epistolario Caimo, n. 26, Roma 5 ottobre 1602: «aspetterò il Cardano et un libretto legato in cartone di due o tre fogli del Magini intitolato De directionibus conficiendis. Del rimanente de’ libri disponga al parer suo».
Epistolario Caimo, n. 27, Roma 19 ottobre 1602: «Ricordo a V.E. il Cardano con quell’altro libretto d’inviarmi per monsignor Tritonio e se facesse difficoltà a portarlo, per essere sospeso, gli dica, ch’io tengo licenza».
Epistolario Caimo, n. 30, Roma 18 novembre 1602: «Ho ricevuto il Cardano, che mi è stato carissimo» (ma non accenna al Magini).
Giovanni Pontano (1429-1503) (ritorna all'Indice ; ritorna ad Testi di astrologia)
Dall'epistolario ricaviamo che Pompeo Caimo aveva anche le opere astrologiche “in prosa” di Giovanni Pontano (pseudonimo Gioviano); in particolare desiderava avere a Roma il cosiddetto Centiloquium, un florilegio di cento aforismi astrologici di origine araba erroneamente attribuiti a Tolomeo (Pseudo Tolomeo), in traduzione latina, corredato del commento di Pontano. A Udine «era questo libro doppio ne la mia libraria» e sperava che se ne fosse conservata almeno una copia perchè presso la corte romana quell'opera era irreperibile: «che non è stato mai possibile ch’io habbia potuto trovare in questa corte».
Pontano, poeta, umanista e uomo politico, era funzionario della corte aragonese di Napoli, ma ciò non gli impedì di essere uno scrittore prolifico soprattutto in latino (in versi e in prosa) con opere di vari argomenti, tra cui anche trattati, traduzioni, commentari di carattere astrologico: le Pontani Commentationes super centum sententiis Ptolemaei, che interessavano a Caimo, uscirono singolarmente nel 1512 (Napoli, S. Mayr etc.), poi entrarono a far parte degli Opera omnia (Venezia, Manuzio-Torresano eredi, 1518-1519; Firenze, Giunta eredi, 1520).
Dalle lettere sembra che Caimo avesse il commentario sia nell'edizione singola sia nella raccolta, o comunque in due edizioni diverse. L'opera richiesta a fine luglio arriverà a Roma a fine novembre in una delle edizioni che raccoglievano più opere dell'umanista.
-in Universitaria non ci sono pubblicazioni di Giovanni Gioviano Pontano con note di Caimo, tuttavia sono presenti sia l'edizione aldina degli Opera omnia in tre volumi, sia l'edizione giuntina fiorentina in sei volumi, in vari esemplari mutili, tra cui quello appartenuto al giurista udinese Alfonso Belgrado (1542-1593) [40.c.72] [40.c.74], e quello del precettore Giovanni Battista Brugni, anch'egli friulano e come Belgrado di una generazione più anziano di Pompeo Caimo [84.a.137.1, 84.a.137.2].
Tra questi esemplari potrebbero esserci anche quelli di Caimo (ma privi della nota di possesso); oppure essi non sono mai giunti in Universitaria, perché lasciati dal medico a Roma o perché sequestrati in qualche momento nella stessa Roma o a Padova. D'altra parte l'accesso ai testi astrologici come quelli di Pontano fu contrastato dalle Congregazioni romane, soprattutto a partire dal secondo decennio del '600 con l'applicazione rigorosa della bolla Coeli et terrae del 5 gennaio 1586 di papa Sisto V Peretti, al fine di «estirpare l'astrologia dalla cultura della penisola» (Frajese 1999, pp. 806-807).
Epistolario Caimo, n. 55, Roma 31 luglio 1604: «Lasciai già a Udene fra gli altri libri l’opere del Pontano astrologiche in prosa, ove sono in particolar i commenti sopra il Centiloquio di Tolomeo et era questo libro doppio ne la mia libraria, se per sorte mi fosse in essere ancora qualch’uno, havrei caro che con bella occassione me l’inviasse a Roma, sendo libro, che non è stato mai possibile ch’io habbia potuto trovare in questa corte».
Epistolario Caimo, n. 91, Roma 2 ottobe 1604: «Le scrissi già, c’havrei havuto a favore che con bella occassione mi havesse inviato qua il commento del Pontano sopra il Centiloquio di Tolomeo, che qui non posso trovare, torno dunque a ricordarglieli».
Epistolario Caimo, n. 94, Roma 30 ottobre 1604: «Mi è molto caro, c’habbia trovato l’opere unite del Pontano e mi sarà carissimo che con bella occassione me l’invii».
Epistolario Caimo, n. 96, Roma 27 novembre 1604: «Hebbi già duo giorni l’opere del Pontano, di che la ringratio».
Johannes Stadius (1527-1579) (ritorna all'Indice ; ritorna ad Testi di astrologia)
Dell’astronomo, astrologo e matematico fiammingo Johannes Stadius (Jean Stade), Pompeo Caimo possedeva una o più edizioni delle Ephemerides, tavole astronomiche e astrologiche in cui erano calcolate in anticipo le posizioni dei pianeti e delle stelle per un successivo numero di anni. Johannes Stadius pubblicò più edizioni di Ephemerides novae et auctae ab anno... ad annum..., con cui mirava a correggere le Tavole alfonsine o toledane, entrambe tuttavia ancora basate sul sistema eliocentrico e su orbite circolari dei pianeti. Si trattava di strumenti utilizzati da matematici e medici.
-in Universitaria sono presenti due edizioni di Stadius, ma senza note di possesso di Caimo: ab anno 1554 usque ad annum 1606 (Colonia, A. Birckmann eredi, 1581) [80.a.138] e ab anno 1583 usque ad annum 1606 (Lione, Ph. Tinghi, Beraud & MIchel,1585) [80.a.137].
Epistolario Caimo, n. 59, Roma 13 settembre 1603: «Mi sarà anco caro che con questa occassione mi mandi alcuni libretti, cioè l’Efemeridi dello Stadio...».
Epistolario Caimo, n. 64, Roma 15 novembre 1603: «Mi sono stati carissimi i libri e in particolare quel commentario del Vega...» (ma non specifica gli altri libri).
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