
«Non voglio più condotte né voglio tentar la mia ventura in questi paesi»
Nell’anno 1600, prima della fine della terza condotta Pompeo Caimo iniziò a progettare di lasciare la sua città natale per tentare la fortuna a Roma. Il 12 ottobre scriveva al più anziano medico Tommaso Minadoi «non voglio più condotte né voglio tentar la mia ventura in questi paesi», manifestando la propria insofferenza per la sua vita in Friuli e l’intenzione «dunque col favor di Dio a correr miglior aque secondo il detto di Dante et a fornire migliore arrengo» (Epistolario Caimo, 441, Udine 12 ottobre 1600; BCUd, Fondo Joppi, ms 238.XII, 11 (Lettere scelte per ragioni storiche di Pompeo Caimo), 4, Copia della Lettera di P. Caimo a G.T. Minadoi da Udine del 12 ottobre 1600).
Il piano prevedeva la partenza già nella primavera del 1601, ma Pompeo la dovette rinviare di un anno, forse per evitare quell’ondata di sdegno a cui aveva assistito cinque anni prima alla richiesta di dimissioni dello stesso Tommaso Minadoi: lui, udinese, nonostante tutto, forse non se la sentiva di tradire la fiducia accordatagli dai suoi conterranei con troppa leggerezza.
Aveva parlato più e più volte con Leandro Colloredo «mio signore, prattico architectonico della corte romana» e insieme avevano considerato tutte le difficoltà che si potevano presentare; aveva sentito Orazio, il nipote, appena rientrato da Roma - dove stava iniziando la carriera diplomatica al servizio del cardinale Cinzio Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII -, e moltissimi «altri cortegiani» e, ancora, i consigli di molti altri signori, compreso il vescovo di Capodistria Giovanni Ingegneri (1522-1600), che fu il primo a mettergli il tarlo in testa: gli propose «questo risolvimento con tanta efficacia et sì fervidamente, c’hebbe forza di accendermi non poco».
Caimo si convinse definitivamente del buon proposito una volta ricevuta e letta la «realissima relatione del molto illustre et eccellentissimo signor [Giulio de Angelis da] Barga, medico già di Sua Santità, il quale richiesto dal signor commendator Colloredo a scriverne in ciò liberamente il pensier suo di quanto si potesse e sperare e tenere, ne scrisse talmente ch’io ne rimasi sodisfattissimo et aggiunse un ardore a quell’igniculo di desiderio in me prima destato. A questo modo io mi accesi e così mi risolvei di lasciar il patrio nido conforme al mio genio naturale, di che ella ne può più volte in conversando fra noi havere havuto sentore» - la stessa carriera del medico Giulio de Angelis da Barga era una promessa: dopo gli studi aveva insegnato medicina e filosofia a Pisa, divenne quindi professore di medicina pratica alla Sapienza dal 1593 al 1600 e medico personale di Clemente VIII Aldobrandini.

Si sentiva nel fiore degli anni e abile, fisicamente, intellettualmente e professionalmente, e poi poteva già contare su protettori influenti - come il cardinal Cinzio Aldobrandini:
«Siamo floridi di età, ben complessionati di corpo, non in tutto abbandonati dalla fortuna, non novelli nella professione del medicare, imbrattati forse di qualche altra scienza più rilevante, disposti ad ogni fatica, armati ad ogni sofferenza, accompagnati da molti favori di cardinali e d’altri grandi et havremo temenza di andarci?»
Avrebbe fatto carriera a Roma, non avrebbe temuto il tempo che ci sarebbe voluto e il confronto con quanti altrettanto capaci erano andati nell'Urbe come lui per tentare di raggiungere il successo. E nel caso in cui l'amico Minadoi avesse provato a dissuaderlo già lo anticipava ricordandogli «che già ricevette in Friuli a gran torto sì poca sodisfattione, che fu costretta a dipartirsi ex abrupto».
Questo era quanto scriveva otto anni dopo l’inizio della sua carriera di medico condotto: non voleva più continuare la professione medica in Friuli, non desiderava la vita dei suoi colleghi che erano qui invecchiati, ricevendo pochissime soddisfazioni. Il suo disappunto era cresciuto a tal punto da portarlo a scrivere «In somma io non voglio più condotte né voglio tentar la mia ventura in questi paesi, che gli altrui essempi mi atteriscono, veggendo molti dopo lungo corso d’anni, dopo molto concorso di fatiche giunti a stato tale, che quantunque stiano bene et honoratamente non è però cosa d’haver loro molta invidia»; e questi erano i termini con cui rispondeva ai vari curiosi «che o si maravigliano o mostrano maravigliarsi del pensier mio d’allungarmi di questo benedetto Friuli».
Caimo fu pienamente convinto della sua scelta e ben soddisfatto, e finché fu a Roma si guardò bene da rientrare a Udine. E a proposito dell’eventualità di fare anche un semplice viaggio per rivedere la sua città oltre un anno dopo la sua partenza, scrisse al fratello Eusebio: «A la parte della vostra lettera circa la mia venuta a Udene che vuol V.E. ch’io dica? Se non ch’io mi maraviglio assai che mi tenga pertanto leggiero e se mova così facilmente a credere cose incredibili per sua natura. Che se Udene non viene in queste parti, le tenebre delle quali io non cangierei con la luce di quella città, non mi rivedranno per buona pezza, ch’io tengo altri pensieri in testa…» (Epistolario Caimo, 67, Roma 13 dicembre 1603).
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Ordinaria vita da medico
La situazione sanitaria di Udine era rimasta sostanzialmente tranquilla per tutto il periodo di ferma di Caimo; non ci furono episodi di rilievo che potevano far temere per la salute pubblica, tanto che dopo la partenza di Pompeo il Consiglio si persuase a tenere a servizio due soli medici; le attività mercantili ed artigiane procedettero senza scossoni e pochi pericoli si presentarono ai vicinissimi confini. Ai pazienti, al luogotenente, alla sua corte e ai cittadini, furono destinate le cure ordinarie.
La pestilenza del 1576 era alle spalle, come la grave epidemia di «febbri maligne con petecchie» del 1588 durante la quale si era distinto il medico Gaspare Pratense, che fu fino al 1591 collega e amico di Tommaso Minadoi, condotto a sua volta nel 1589 e rimasto fino al 1595. Con loro lavorò Bernardino Locatello, che si era laureato a Padova e restò al servizio di Udine fino alla morte, avvenuta nel 1594.
Ci furono episodi di febbri maligne nel 1593 portate in patria da quanti avevano combattuto nella battaglia presso la Kulpa (battaglia di Sisak) che vide gli imperiali opposti ai ghazi di Bosnia di Hasan pascià, come i vari «Antoninos, Panigaios, Furmentinos, Strasoldos, Coloretos, Savonianos, Turrianos», i pazienti nobili di cui parlò Minadoi nel suo De febre maligna (Padova, F. Bolzetta, 1604, c. a2v).
Vi furono casi di peste tra il 1598 e il 1599. Si era presentata nella primavera del 1598 ai confini «assai gagliarda in diversi luochi de' arciducali, che confinano con detta Patria» e per «trascuragine d'alcuni di Cividale si fece anco il detto mal contagioso sentire in detta città con grandissimo progresso» e nonostante tutte le precauzioni prese dal luogotenente veneziano Stefano Viario «per la conservazione della salute della città de Udene... non puotè la suddetta città... restar di non esser assalita ancora da lei dal predetto male», ma «favorito da Nostro Signore con il farmi riuscire perfettamente, et ottimamente tutte le provisioni ch'io feci, puoti col divino aiuto far terminare il male nelle case istesse, dove si scoperse, et in breve tempo del tutto liberare la detta città», con il divino aiuto e dei medici (Relazioni 1973, p. 113). Nel 1598 era provveditore alla sanità di fuori il fratello Eusebio che l'anno successivo come deputato recitò l’orazione nella pubblica cerimonia di congedo per la conclusione del mandato del luogotenente: in essa «traspare ancora vivo il ricordo della "mortal et pestifera fiera", "la peste malvagia", che... dalla Germania era scesa in Friuli e penetrata in città, e della drammatica emergenza sanitaria che aveva impegnato le magistrature di governo» (Casella DBF). Il discorso fu stampato nello stesso 1599 (Udine, G.B. Natolini) per sollecitudine di Giovanni di Strassoldo.
Il giovane Pompeo Caimo aveva preso il posto di Aurelio Minadoi, uno dei due fratelli maggiori di Tommaso Minadoi, che, condotto nel 1591, dopo breve tempo si era allontanato dalla città con alcune scuse, ma in realtà, come diceva il fratello, «un poco troppo affettionato alla libera vita di Venetia» - nella città lagunare sarebbe divenuto priore del Collegio dei medici nel 1594 (Samaden 1998, p. 133). Caimo veniva quindi a sostituire un medico rinomato e forestiero e per questo il suo stipendio era di 100 ducati, contro i 400 proposti al rodigino (assunto anche «in pari grado» col fratello Tommaso), ma Aurelio aveva anche parecchi anni di esperienza professionale, che certo mancavano a Pompeo. Questi, infatti, veniva sì «condotto a dover medicare gli infermi di questa città per lo spazio di un triennio prossimo a venire», ma doveva altresì «intanto continuare ancho la prattica degli altri ecc.mi medici nostri; accioché così maggiormente si possa da lui pervenire al sommo della sua perfettione», e per questo nei fatti fu affidato al più anziano ed esperto Tommaso Minadoi.
Anzi, a leggere la parte di assunzione Pompeo aveva già «accompagnato la speculazione con la pratica... alquanti mesi ancho qui con l’eccell.mo Minadoio stipendiato nostro», probabilmente nelle pause scolastiche e prima di addottorarsi, considerando che il medico rodigino viene assunto nel 1589 e per tutto il periodo universitario Pompeo poteva approfittare del medico della sua città per familiarizzare con la professione.
Questo ruolo nel miglioramento sotto vari aspetti del giovane e inesperto medico udinese il Minadoi lo rivendicherà, come emerge da alcune lettere ad Eusebio Caimo, ad esempio in una missiva del 12 gennaio 1603, quando ormai Caimo era inserito nella corte del cardinal Montalto, Minadoi ricordava velatamente a Eusebio la parte di merito che, di quel successo, spettava anche a lui,
per essergli stato maestro a Udine (ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, n. 12, lettera da Padova del 12 gennaio 1603; Samaden 1998, p. 135). E poco meno di un anno dopo Minadoi penserà al proprio allievo quando venne «ricercato da un prencipe dell’Italia a provederli di medico», era il 9 novembre 1603 e per Pompeo la carriera era nella città papale (ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, n. 12, lettera da Padova del 9 novembre 1603).
Il legame d’amicizia tra i due fratelli udinesi, Eusebio e Pompeo, con Tommaso Minadoi rimase intatto fino alla fine, anche dopo che le diverse carriere li separarono, come attestano le lettere che circolarono tra loro: nella stessa missiva ad Eusebio del 9 novembre 1603 Minadoi si rammaricava di non ricevere da tempo lettere dall'amico Pompeo; mentre in un messaggio datato 20 giugno 1602 il medico rodigino manifestò prontamente il suo sincero copiacimento per il trasferimento a Roma del collega e allievo (ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, n. 12, lettera da Padova del 20 giugno 1602). Nella sua cronaca privata, inoltre, Eusebio dopo aver appreso della morte di Tommaso annotò in data 8 giugno: «Venne nova in Udine che l’eccellentissimo signor Gio. Tomaso Minadoi da Rovigo già nostro medico publico in Udine et amicissimo del signor Pompeo medico mio fratello et mio, et hora lettor primario in Padova, era passato da questa a miglior vita in Fiorenza, ove era adesso alla cura del gran duca in una sua infermità, chiamato da Sua Altezza. Per la cui indispositione havea consultato in scrittura anco il detto mio fratello. Ho fatto questa nota, perché detto signor Minadoi era medico a tempi presenti eccellentissimo et grande mio amico» (ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 59, Vacchetta, c. 122s; Epistolario Caimo, 864).
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Quale modello di medico seppe offrire Minadoi al suo giovane allievo?

Il medico rodigino era arrivato a Udine dopo due trasferte in Siria (1578-1586), al seguito di Teodoro Balbi (1542-1619) e poi del console Giovanni Michiel (1516-1596), inframezzate dal soggiorno presso i Gonzaga.
A Mantova era stato chiamato per occuparsi dell'artrite e del rachitismo, ereditari della famiglia, del terzo duca di Mantova, Guglielmo Gonzaga (1583-1584). In seguito pubblicò il De arthritide (Padova, F. Bolzetta & L. Pasquati, 1602). Agiva come uno dei medici di corte del duca, anche se fu tenuto un po' in disparte, comunque si applicò anche all'obesità e alla gotta del duca, malattie da disordine alimentare prerogativa delle classi piú elevate della società del tempo.

In Siria fu medico della «nazione» veneziana ad Aleppo, città che ancora a fine ‘500 rimaneva ricca ed importante per i traffici con la Persia, e andò in missione due volte a Costantinopoli per cercare di rimuovere gli ostacoli creati dalle autorità locali ai traffici dei mercanti veneziani.
Ebbe l’opportunità di viaggiare molto per la Siria, Galilea, Giudea, Cilicia, Bitinia, Tracia e per la Grecia, il Peloponneso e altri paesi, e conoscere «quali medicine, quali piante, quali erbe» procurassero «i vari climi e le viscere della terra e del mare», per studiare la geografia, «i differenti temperamenti dell'uomo, le malattie diverse e i generi delle acque, dell'aria e degli alimenti», tutte conoscenze che puntualmente si ritrovano nello scorrere i suoi testi medici e che, secondo i biografi, lo spinsero a raccogliere e a donare all'Orto dei semplici di Padova oltre mille sementi, divenendo «benemerito di quell’Istituto» (Samaden 1998, p. 108).
Per la sua esperienza e le sue pubblicazioni mostrarono interesse alcuni udinesi, come Pietro Strassoldo, colonnello delle milizie del contado di Gorizia, che apprezzando la cultura storica del Minadoi intrattenne con lui rapporti non solo professionali.
Con i pazienti nobili, come i membri delle già citate famiglie Antonini, Panigai, Furmentario, Strassoldo, Colloredo, Savorgnan e della Torre - di cui parlò nel suo De febre maligna (Padova, F. Bolzetta, 1604, c. a2v) -, Minadoi era a suo agio, ben inserito com'era in città quando arrivò Caimo - favorito in ciò anche dal primo dei suoi fratelli maggiori Annibale Minadoi, al tempo «Capitano dell’illustrissimo Luocotenente della Dominante» Federico Renier, che gli aveva procurato l'incarico e si era preso cura di affittare per lui la casa della moglie di Odorico Susanna «posta in contrada de gli illustri Savorgnani», da cui si spostò nel 1594 al tempo della terza condotta, trasferendosi nel palazzo del nobile Ascanio Colloredo (Samaden 1998, p. 131).
Un mecenate di Minadoi fu Raimondo della Torre che aveva conosciuto e servito grazie alla presentazione del colto giureconsulto udinese Ottaviano Menini, nella cui casa di Cividale si tenevano riunioni letterarie. Al della Torre dedicò il suo Medicarum disputationum liber primus pubblicato a Treviso da Angelo Mazzolini nel 1590.
Un punto di incontro intellettuale tra allievo e maestro era dato dall'ambiente di formazione, lo Studio di Padova, che accomunava anche l'immediato successore di Minadoi nel servizio udinese Eustachio Rudio da Belluno. Questi ultimi, Minadoi e Rudio, erano coetanei (erano nati tra il 1548 e il 1549), dovevano perciò aver condiviso parte degli studi universitari - anche con Emilio Campolongo (1550-1604), il primo promotore di laurea di Pompeo -, avevano alle spalle anni di professione, una solida preparazione e dovevano essere ottimi didatti, visto che entrambi lasciarono Udine in buona sostanza per la carriera universitaria: Minadoi la iniziò nel 1596, Rudio nel 1599, entrambi con stipendi inferiori alle condotte udinesi ma compensati da incarichi di prestigio. E ancora, la nomina universitaria era per entrambi i medici "anziani" l’esito di un’«accorta strategia di consolidamento dei rapporti con il patriziato veneziano, perseguita con una serrata politica dedicatoria» (Rinaldi, DBI). Si erano costruiti una fitta rete di protettori offrendo loro le proprie opere, non trascurando di dedicarsi ai propri scritti anche durante il periodo udinese e allontanandosi talvolta dalla città per poterne seguire la stampa.
Rudio, a cui nel 1595 venne offerta la condotta per cinque anni con ben 1000 ducati di stipendio (20 agosto 1595), non dimenticò il debito di riconoscenza con la città di Udine e indirizzò il secondo volume del suo De humani corporis affectibus (Vanezia, R. Meietti, 1595) ai settemviri e all’intera comunità udinese. Abile utilizzatore delle dediche, Rudio indirizza ciascuno dei quattro volumi (1590, 1592, 1595, 1606) a un diverso protettore e nel volume secondo «ringraziando per la fiducia accordata, ricorda il suo passato servizio nel territorio friulano e afferma di considerare ormai Udine, da cui aveva ricevuto tanti benefici, come sua novella patria; nei frontespizi delle opere successive, infatti, si sarebbe dichiarato sempre Utinensis, in luogo dell’originario Bellunensis, e saldi avrebbe conservato i legami con il folto gruppo di colleghi e intellettuali friulani attivo tra Venezia e Padova in quei decenni» (Rinaldi, DBI).

Già altri medici comunali udinesi predecessori di Rudio offrirono una propria opera alla città che li volle a proprio servizio: il pordenonese Nicolò Rorario (n. 1510), con la prima edizione delle Contradictiones, dubia, et paradoxa, in libros Hippocratis, Celsi, Galeni, Aetii, Aeginetae, Avicennae cum eorundem conciliationibus (Venezia, fr.lli Bindoni & e fr.lli Guerra, 1566), e Gaspare Pratense di Pordenone, con il suo De febre quam lenticulas vel punticula (Padova, L. Pasquati, 1591), tutti indirizzarono gli stampati al Magistrato dei sette deputati di Udine.
Contrariamente a quanto fecero questi medici, non originari di Udine, Pompeo Caimo, quando raggiunse l'apice della carriera e iniziò a pubblicare non sembra aver trovato motivo per ringraziare la sua città natale, offrendole un suo scritto.
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I rischi del mestiere
«Il posto era buono e non sempre c’era la possibilità d’averne altrove uno migliore» tanto che parecchi fra i medici comunali di Udine tennero il proprio incarico per lungo tempo e le continue proroghe dimostravano anche il gradimento della comunità che avevano in cura (Bajardi 1927/1928, pp. 125, 126).
Come per Caimo, il cui impegno fu gratificato dalle riconferme delle condotte e dagli aumenti degli stipendi.
Era fatto obbligo di abitare in città e di non allontanarsene se non con l’apposita licenza del Consiglio, qualora si fosse trattato d'andar fuori dei confini del Friuli; solo nel caso l’uscita fosse dettata da faccende di famiglia ci si poteva assentare senza licenza pur di rientrare in città lo stesso giorno. E forse anche Pompeo Caimo ebbe bisogno della licenza quando nella primavera del 1599 si recò a Venzone in visita dalla sorella Marzia da poco sposata con Franceschino Bidernucci e non in perfetta salute per cui preferì trattenersi presso di lei: «Madama Martia sta hora assai bene, ma porta segno del mal passato, Dio ci guardi da luoghi dove non riseggono medici ordinariamente» (Epistolario Caimo, 3, Venzone 15 aprile 1599).
Della licenza ne aveva avuto bisogno, a suo tempo (quattro anni prima), anche Minadoi per accompagnare in primavera la moglie ai bagni di Padova, dove però la coppia si era trattenuta per più dei venti giorni concessi dal Consiglio «con evidente incomodo per la città, dove, morto il Locatelli proprio quell'anno, restava attivo solo li Caimo» (Samaden 1998, p. 136).
L'uso dei bagni era una consuetudine salutare che Minadoi aveva sperimentato nel mondo turco, dove era abituale anche in periodo di buona salute, e aveva continuato a giovarsene una volta rientrato. Nel De humani corporis turpitudinibus cognoscendis e curandis (Padova, F. Bolzetta, 1600, cc. 74r, 132r) consigliava ad esempio «per la scabbia, le acque sulfuree di Porretta, di Abano, quelle dei colli Euganei e quelle delle fonti del Timavo, vicino a Monfalcone, molto usate dagli Udinesi» e quelle in Carnia (Samaden 1998, p. 157).
Lo zio di Pompeo, Gio Batta Caimo (1540-1594) era uscito da Udine e dal Friuli, chiamato a Feltre per curare il vescovo e una missiva piena di gratificanti elogi era stata letta in consiglio a Udine; e un a simile occasione ebbe anche Rudio, che venne richiesto per prendersi cura della consorte di Giovanni conte di Ortenburg nella primavera del 1598 a Spittal (Carinzia).
Ma alle volte anche a Udine la vita del medico presentava delle complicazioni: lo stesso Gio Batta Caimo si era trovato in difficoltà con certi pazienti, quando ad esempio nel novembre 1586 fu «costretto, dopo infinite e inutili sollecitazioni, a chiamare in giudizio certa madama Ortensia, moglie di un ignoto Giacomo cancelliere, per essere pagato del compenso promessogli se “con sue medicine e distillazioni" avesse curato e guarito il marito paranoico o psicopatico ch’egli fosse» (Bajardi 1927/1928, p. 136).
Le incomprensioni con i pazienti potevano portare a conseguenze ben peggiori che il rifiuto di pagare prestazioni pattuite: nel giugno del 1591 a Minadoi capitò di essere assalito a male parole da un certo Bartolomeo Banelario, scontento del tempo che egli aveva riservato alla visita di un famigliare malato; e nel marzo dello stesso anno Gaspare Pratense dovette rinunciare in anticipo alla condotta costretto a lasciare la città a seguito di minacce ricevute che gli facevano temere per la propria e la vita dei figli (Samaden 1998, p. 132).
E poi a fare il medico si rischiava pure «d’essere accusati d’incuria per quelle eventuali interruzioni obbligatorie di cura e… perdere lo stipendio per aver voluto schivare la scomunica» che avrebbe colpito i medici che non ottenevano dai malati alla prima visita l’impegno di confessarsi entro tre giorni nonostante la minaccia di sospensione di visite e cure (Bajardi 1927/1928, p. 129).
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