Il trattato De nobilitate è indirizzato a Domenico Molin. L’omaggio è affermato sul frontespizio dalla dedica epigrafica «Ad nobilissimum, amplissimumque Senatorem Dominicum Molinum Patritium Venetum» stampata su tre righe, in caratteri capitali dal prenome; e ribadito all’interno, dove è presente una dedicatoria di tre pagine intestata «Nobilissimo, Illustrissimoque Reip. Venetae Senatori Dominico Molino», datata «Patavij Kal. Martij 1634» (Padova, 1° marzo 1634).


Non è casuale che la scelta sia caduta su Domenico Molin, uno dei dedicatari prediletti in Europa per il suo ruolo culturale e politico, influente arbitro in Senato e nelle magistrature, come i Riformatori allo Studio, e corteggiato per la sua generosità.
Sono molti, tra eruditi e professori dello Studio, che hanno indirizzato "omaggianti" i propri trattati a Domenico Molin «forse il più celebrato e potente uomo politico veneziano del primo Seicento» (Barzazi 2017, p. 69).
Nel nostro caso è un aspirante professore di diritto civile, il giovane Giacomo Caimo (1609-1679), che, con il pretesto di dover pubblicare il libello che l’eruditissimo zio non aveva potuto far uscire a causa della morte improvvisa, offre un’opera esemplare di un docente famoso per chiedere, in maniera del tutto esplicita, di sostenere la sua condotta ed essere accolto nella cerchia dei lettori di diritto civile «me quoque vestrum iuris civilis minimum inter tot celeberrimos professorem»: allo scritto dello zio mancava solo la dedica per essere completo e avviato in tipografia, darlo alle stampe era perciò per Giacomo un atto dovuto verso colui che si era preso cura di lui come un figlio, prima a Roma poi a Padova (anche in questa premessa, come in quelle di Pompeo, viene ricordato il legame dei Caimo con la città papale, oltre a Padova e Venezia).
Per inquadrare la relazione tra i Caimo e Domenico Molin (1572-1635) è opportuno ricordare che quest’ultimo dopo essere entrato in Senato nel 1618 rimarrà in seguito senza interruzioni ai vertici del potere negli organi di governo principali dello Stato veneziano: eletto alternativamente tra i senatori ordinari e i membri della “zonta” e al contempo regolarmente presente in Collegio. Esponente del partito anticuriale, fece i primi passi in politica al fianco di fra Paolo Sarpi - era salito alla ribalta al tempo dell’Interdetto - e mantenne i suoi orientamenti politico-religiosi e la fama di miscredente.
Come riformatore allo Studio di Padova, nominato nel 1629, per il biennio 1629-1631, fu promotore della fondazione della Biblioteca universitaria che anche dopo il rinnovo della terna dei Riformatori continuò ad essere indicata nei documenti come «la biblioteca del signor eccellentissimo Molin»; al suo fianco nell’avvio dell’iniziativa vi furono alcuni amici tra eruditi e professori dello Studio a lui legati dall’interesse, dal gusto per il collezionismo librario, come l’ecclesiastico padovano Lorenzo Pignoria, il professore di umanità greca e latina Felice Osio, il medico danese Giovanni Rodio e il più giovane Giacomo Filippo Tommasini, cultore di storia padovana e canonico di San Giorgio in Alga.
Divenne collezionista con una sua biblioteca privata aggiornata - a cui contribuì anche Pompeo Caimo inviandogli da Roma fresco di stampa il De bello Cyprio di Antonio Maria Graziani (Roma, A. Zannetti, 1624) -, messa a disposizione di quanti ne facevano richiesta e favorì produzione e commercio del libro erudito.
Dalla sua posizione accordò favori di vario tipo, favorì contatti tra studiosi (inserito, com’era, «in una ramificata rete europea, collegata alle consolidate direttrici del commercio del libro erudito» (Barzazi 2017, p. 72)), e tra autori e tipografi, patrocinò richiedenti presso le magistrature e, come precisa Giacomo Caimo nella dedica, fu arbitro della vita universitaria padovana (c. a3r): «Etenim ob singularem tuam eruditionem, atque doctrina, huiusce vestri nobilissimi Gymnasii & fuisti alias, et eris deinceps Moderator, donec tua te summa virtus per omnes honorum gradus ad Summa efferat» (per virtù sei stato e sarai Riformatore).

Da parte sua Pompeo Caimo considerava il senatore Molin un suo protettore («mio gran padrone»), ma finché fu in vita, per quanto ci è dato sapere, contraccambiò i suoi favori con beni in natura e non con offerte di libri, se non come generico senatore o savio; nelle dediche di Pompeo si intravede la necessità di ringraziare secondo un ordine di preferenza i riformatori in carica all’uscita delle pubblicazioni (Girolamo Corner, Battista Nani, Girolamo Soranzo, riformatori allo Studio, 1626) e i responsabili diretti della sua chiamata a Padova (il doge Giovanni Corner e il Senato veneto, 1627; Antonio Barbaro, 1628) - essendo la terna dei riformatori al tempo della sua nomina a professore di medicina teorica, nel 1624, costituita da Antonio Barbaro, Giovanni Corner e Nicolò Contarini, ma quest'ultimo non si era associato alla proposta (Sarpi 1969, pp. 571-572).
Non è da escludere tuttavia che effettivamente Pompeo non ebbe il tempo di dedicare al suo "padrone" Domenico Molin un libro, come sembrerebbe sottintendere Giacomo nella dedica del De nobilitate («Quod Pompeius Patruus meus, huiusce aurei (nisi me nimius in eruditissimum Patruum amor fallit) Auctor libelli, dum lucis huius frueretur usura, decreverat facere, sed inopinata morte absumptus, praestare minime ipse potuit, Ego... consecro»), e come potrebbe intendersi quel generico e comodo plurale: «Et era ben convenevole, che di alcune mie Opere, parte uscite, parte aviate alla stampa…» nella dedica del Dell’ingegno humano del 1629 (c. a2v).
Comunque sia, in occasione dell’assegnazione della cattedra di anatomia e chirurgia nell’autunno del 1625 Pompeo chiese al fratello di inviare a proprio nome a Domenico Molin e a Girolamo Lando, «l’uno e l’altro de’ quali porta titolo di eccellentissimo et è ciascun di loro mio gran padrone», della cacciagione, uccelli selvatici («selvaticine»), simili a quelli appena mandati al riformatore allo Studio Girolamo Soranzo che aveva sostenuto la sua candidatura (Epistolario Caimo, 375, Padova 19 novembre 1625) - Girolamo Lando, invece, sarà destinatario di una pubblicazione, il Panegirico, uscita però a nome del nipote Giacomo nel 1627.
E ancora, dopo la pubblicazione del Parallelo politico, offerto ufficialmente in Senato il 27 novembre 1626 e «presentato da un savio grande che fu l’eccellentissimo signor Domenico Molino, che l’accompagnò con parole honorificentissime come quello che l’haveva già letto e fu per l’aviso che tengo ricevuto con grande affetto et havuto carissimo, sendosi fatte della mia persona parole pienissime di stima da tutto il Collegio», come dimostrazione concreta della propria gratitudine, Pompeo pregò il fratello di procurarsi «qualche selvaticina» e «di regarla in mio nome all’eccellentissimo sudetto signor Molino» (Epistolario Caimo, 389, Padova 1° dicembre 1626).
Un inciso: a proposito del Parallelo politico, Domenico Molin ricevette e lesse anche la seconda edizione uscita a luglio 1627 e in una lettera a Pompeo datata 24 agosto gli prospettò un nuovo successo di pubblico e non solo di nuovi lettori ma anche di quelli che avevano letto la prima stampa: grazie, infatti, alle «nove aggionte, haverà anco accresciuta la curiosità nel mondo di rileggerlo» (ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, n. 36). Suggerì, inoltre, «che così come è stato veduto, et gustato qui in'Italia, se ne facesse anco parte a gl'oltramontani con il farne capitare per questo ottobre prossimo alla Fiera di Francfort qualche vintena d'esemplari», e gli suggerì di affidarsi al libraio padovano Paolo Frambotto, per ottenere l'indirizzo a cui spedire le copie - a prendere parte alla più grande fiera libraria europea lo invitò anche Gabriel Naudé pochi giorni dopo, con la lettera da Parigi del 1° settembre 1627 (invito ribadito anche tre anni dopo, il 15 settembre 1630).

E il vescovo Eusebio, solitamente presente a Udine quale vicario del patriarca, fu sempre il tramite per i regali in natura, perché provenienti dalle terre friulane o dai possedimenti di famiglia: lo si evince anche dalle sue lettere, come in quella datata Udine 21 novembre 1627: «Spero che per questa fiera di Santa Catterina [che si svolgeva il 25 novembre a Udine] mi arrivarà qualche capo di selvaticina, onde subito la invierò a nome suo all’eccellentissimo procurator Barbaro. Et V.S. eccellentissima mi dia conto, a chi altro desidera fare simili regali, ché procurerò di farlo conforme al suo gusto, come sarebbe l’illustrissimo signor Domenigo da Molino et altri suoi benemeriti padroni» (Epistolario Caimo, 479). Ma nell'epistolario sono diverse le lettere che documentano invii di cacciagione nella stagione invernale al senatore Molin (Epistolario Caimo, 375, Padova 19 novembre 1625; 389, Padova 1° dicembre 1626; 481, Udine 1° gennaio 1627; 479, Udine 21 novembre 1627; 406, Padova 7 gennaio 1628).
Dopo la morte di Pompeo, il vescovo continuò a tenere i contatti che aveva curato per il fratello, ma ora a nome proprio e poi a nome del nipote, dato che questi decise di tentare, al posto di quella ecclesiastica, la carriera accademica come lo zio medico, contando di potersi apoggiare ai suoi stessi protettori.
Eusebio era rimasto contento che il nipote già nel dicembre del 1631 si fosse recato a Venezia e avesse cominciato «ad incaminar il negotio della lettura…»; da parte sua aveva intanto contattato «Gli eccellentissimi signori Battista Nani et riformator Lando» e «Il signor procurator Soranzo», il quale «a me rescrive cortesemente et soggiunge che ha da voi inteso il desiderio vostro d’impiegarvi alla lettura et che è pronto a farvi ogni favore», così scrive nella lettera del 28 dicembre 1631 (Epistolario Caimo, 535). In quella dell’11 gennaio suggerisce al nipote di capire bene com’era la situazione dopo l’ondata di peste che aveva sconquassato lo Studio, quali erano le letture vacanti e quali gli insegnamenti da attivare ex novo, e infine di andare di persona a fare «riverenza a mio nome alli ecccellentissimi signori procuratori Soranzo e Molino» (Epistolario Caimo, 538, Udine 11 gennaio 1632).
Il vescovo si stava dando tanto da fare anche per evitare la spesa di riportare inutilmente a Udine i mobili della casa padovana del fratello Pompeo, che sarebbero stati utili al nipote una volta chiarita la possibilità di trattenersi nella città veneta per l’insegnamento (Epistolario Caimo, 537-538, Udine 1° e 11 gennaio 1632).
La vacanza della lettura De regulis iuris nel 1632 (18 marzo) consentì a Giacomo di fermarsi a Padova. Nel marzo 1634 ottenne la lettura in “secondo luogo” di Istituzioni (2 marzo 1634); ad essa si sarebbe aggiunta quella delle Pandette nel 1637 per passare alla lettura “in secondo luogo della sera” di Diritto civile nel 1643 (rinnovata per otto volte); avrebbe ottenuto la titolarità dell’insegnamento “in primo luogo” di Diritto civile, la cattedra principale tra le discipline giuridiche tanto ambita, il 3 marzo 1651, e qui riconfermato nel 1661, 1666 e 1676.
L’invio tardo-autunnale di selvaggina da parte del vescovo doveva essere diventata una regola, sorta di gesto di amicizia in una relazione consolidata, un’abitudine che un buon giorno si dovette tuttavia interrompere: «Aspetto avviso se il signor Francesco Caimo nostro v’inviò a Padova quella bretella di tordi, ch’io haveva inviata al signor Domenico Molino già morto» (Epistolario Caimo, 550, Buje 3 gennaio 1636). Il nuovo anno era appena iniziato e Domenico Molin (1572-1635) era da poco deceduto. Morì all’età di 63 anni come Pompeo (1568-1631), di cui poteva dirsi quasi coetaneo. E la «bretella di tordi» aveva preso la via per l’abitazione di Giacomo a Padova, era buona «selvaticina» da non sprecare, lasciandola a sconosciuti.
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Allegati
- ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, n. 36, lettera da Venezia di Domenico Molin a Pompeo Caimo datata 17 agosto 1624, inizio
- ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, n. 36, lettera da Venezia di Domenico Molin a Pompeo Caimo datata 17 agosto 1624, fine
- ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, n. 36, lettera da Venezia di Domenico Molin a Pompeo Caimo datata 24 agosto 1627, inizio
- ASUd, Fondo Caimo Dragoni, b. 91, n. 36, lettera da Venezia di Domenico Molin a Pompeo Caimo datata 24 agosto 1627, fine
